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Uno striscione per Rossella Urru

Nella notte tra il 22 e il 23 ottobre 2011 la cooperante italiana Rossella Urru, 29 anni, è stata rapita a Hassi Rabuni nei pressi di Tindouf nell’ovest dell’Algeria. Rossella lavorava da due anni per conto del Comitato Italiano Sviluppo dei popoli (CISP), occupandosi di rifornimenti alimentari per il campo profughi Saharawi di Rabuni, frequentato soprattutto da donne e bambini.


Il sequestro di Rossella e dei suoi colleghi spagnoli Enric Gonyalons e Ainhoa fernandez è stato rivendicato dal Jamat Tawhid Wal Jihad Fi Garbi Afriqqiya (Movimento Unito per la jihad in Africa Occidentale), un gruppo dissidente di Al Qaeda.

Dal 12 dicembre il rapimento di Rossella Urru è scomparso dalle cronache dei giornali e non vi è più attenzione da parte dei media.

Non possiamo permetterci di far calare l’attenzione e di dimenticare. È il momento di parlarne e di continuare a chiederne la liberazione immediata.

Il Tg3 ha aperto una spazio dedicato per raccogliere segnalazioni e iniziative (http://www.rai.it/dl/tg3/focus/articoli/ContentItem-bce7206e-8c1a-414b-9a5e-84782cfe32c1.html). Inoltre, molti appelli si stanno diffondendo sul web. Vi segnalo una proposta molto interessante per l’8 marzo, che invita ad esporre striscioni per la liberazione di Rossella in ogni Comune d’Italia (http://www.progettieducativi.com/rossellaurru).

Personalmente ho mandato una lettera a Formigoni affinché Regione Lombardia aderisca all’iniziativa. Chissà se il Presidente lombardo si impegnerà con la stessa intensità dello scorso novembre quando fece esporre “salviamo la vita dei cristiani in Iraq e nel mondo”, chissà se per Rossella Urru ci si adopererà con la stessa sensibilità cristiana.

Questo il nostro comunicato stampa di oggi:

L’8 MARZO STRISCIONE PER ROSSELLA URRU LIBERA ANCHE SU PIRELLONE E PALAZZO LOMBARDIA
“Rossella Urru lavorava nel campo profughi algerino Tindouf come cooperante volontaria del Comitato italiano sviluppo dei popoli quando, lo scorso 22 ottobre, è stata rapita insieme a due colleghi spagnoli per mano del Movimento unito per la jiahad dell’Africa, che ha rivendicato il gesto.

Sono passati 128 giorni, non ci sono sue notizie e, parallelamente, la vicenda pare caduta nel dimenticatoio.

Cosa che davvero non possiamo accettare. La proposta, allora, è quella di provare a riaccendere i riflettori dei media e dell’opinione pubblica, con ogni mezzo possibile, anche con un gesto semplice ma evocativo come l’esposizione nei luoghi istituzionali di striscioni che mostrino il volto di Rossella e ne chiedano la liberazione.

Alcuni Comuni, tra cui quello di Milano, l’hanno già fatto. Ora arriva l’invito affinché entro la data simbolica dell’8 marzo le adesioni a questa iniziativa si moltiplichino.

Noi lo abbiamo girato, con una lettera di istanza ufficiale, al presidente del Consiglio Davide Boni e al presidente della Regione Roberto Formigoni.

Vorremmo che nella giornata della festa della donna anche sulla facciata del Pirellone e su quella di Palazzo Lombardia campeggiasse l’immagine di questa giovane cooperante italiana. Sarebbe un segnale importante, un modo concreto per contribuire a rompere il muro del silenzio. Auspichiamo quindi che i vertici di Consiglio e Giunta gli diano immediatamente corso. Nella speranza di rivedere al più presto Rossella Urru di nuovo libera”.

L’insolvenza mascherata della Grecia

Lo chiamano salvataggio, ma l’insolvenza mascherata proposta ai privati attraverso la rinuncia al 70 per cento del valore di crediti e interessi e l’intervento del fondo salva stati, porterà la Grecia, nella migliore delle ipotesi, ad avere un rapporto debito/pil al 120 per cento nel 2020. Nella peggiore delle ipotesi al 160 per cento. Per giustificare il commissariamento di un paese da parte della Troika ci vorrebbe un vero salvataggio.
Dall’emergenza freddo dei giorni scorsi dobbiamo imparare che occorre avere previsioni meteo più precise e che bisogna diversificare le fonti di energia, oggi troppo concentrate sul gas, incentivando le rinnovabili.
Monti si dice invidioso della riforma del lavoro spagnola. Ma possiamo fare meglio della Spagna aggredendo davvero il dualismo del mercato del lavoro: nuovi spunti dal confronto in corso sul sito Nada es gratis. Non va bene ridurre i costi dei licenziamenti durante una recessione.
Con i bassi prezzi di borsa, alcuni gruppi di controllo -come la famiglia Benetton- lanciano Opa per il delisting, cioè per togliere la società dal mercato. A loro conviene. Per gli azionisti di minoranza, invece, prima di aderire è bene valutare le prospettive dell’impresa e ricordare le scottature prese in passato. Nei mercati finanziari la speculazione si batte con una maggiore informazione, non con la Tobin tax, com’era nelle intenzioni del suo ideatore. La tassa sulle transazioni di titoli, infatti, non attenua la pressione speculativa, aumenta la volatilità e, se applicata soltanto in alcuni mercati, li penalizza pesantemente.
L’analisi e i commenti sul sito la voce.info. E ne vale la pena.

Il reddito di cittadinanza come innovazione

Una riflessione inattesa e pungente sul reddito di cittadinanza come motore di innovazione. E’ di Alberto Cottica (vi consiglio di leggere il suo bel libro WIKICRAZIA). Pensavo a queste cose domenica, assistendo a un convegno in cui si discuteva di reddito minimo. Nella sua versione più semplice, si tratta di un reddito sganciato dal lavoro o dal possesso di ricchezza: vi hanno diritto tutti, per il solo fatto di esistere. Non sono un esperto, ma ho capito che viene inquadrato come una misura volta a ristabilire la dignità delle persone, a renderle più sicure meno ricattabili. Tutto questo ha molto senso, ma mi viene da pensare che il reddito minimo potrebbe essere anche una misura di politica dell’innovazione: liberi dal bisogno immediato, soprattutto i giovani sarebbero più in grado di assumersi dei rischi, lanciandosi in nuove idee. La maggior parte fallirebbe, come sempre accade, ma questi fallimenti costerebbero pochissimo), e quelle di successo potrebbero avere impatti straordinari, largamente in grado di pagare i costi dell’intera operazione. In effetti credo che il costo per la collettività del reddito minimo sia zero: anche adesso nessuno muore di fame, si tratta solo di spostare capacità di spesa da soggetti garantiti a soggetti non garantiti! Tutto questo si traduce in un mix di politiche dell’innovazione che investe meno su attività (come la ricerca di laboratorio) o su organizzazioni (imprese o università) e più sulle persone. L’idea di base è metterle in grado di attaccare i problemi che ritengono importanti, poi togliersi di mezzo e valutarne i risultati. Che è poi semplice buon senso, a meno che non si ritenga che le persone – i giovani, in questo caso – siano normalmente ciniche, pigre o peggio. 

Il dopo primarie che ci piace

Roberto Colombo porta un po’ di arancione a Canegrate e dopo avere vinto le primarie incassa le belle parole di Roberto Meraviglia (coordinatore del Circolo del Partito Democratico). Parole semplici, poche righecredo nella possibilità di dialogo e di confronto per poter arrivare insieme, attraverso la partecipazione, a posizioni il più possibile condivise, così da proporre ai nostri concittadini un programma definitivo, ricco di punti interessanti e idee di buon contenuto. Le parole che piacciono (agli elettori del centrosinistra) dopo le primarie e prima delle doparie.

Noi vogliamo fare così

Noi con Non Mi Fermo vogliamo fare così. Ascoltare l’Italia da chi la attraversa in treno, da chi la innova senza grandi uffici stampa, da chi la difende e la insegna nelle scuole, da chi ha il fumo dei negozi sotto casa e non crede all’autocombustione, da chi studia e racconta la Resistenza e la Costituzione, da chi ha visto come nessuno può essere straniero, da chi ha visitato la dignità del reddito di cittadinanza, da chi esercita la memoria come il buon padre di famiglia, da chi un referendum gli ha cambiato la vita, da chi l’articolo 18 l’ha dovuto rivendicare, da chi ha visto la cultura quando c’era e non se ne parlava soltanto, da chi non disquisisce di grigi o rossi o azzurri o arancioni ma sa cosa ritiene doveroso e giusto, da chi ha pagato l’incongruenza della politica d’altri, da chi combatte la timidezza politica dei suoi. Da chi non si ferma, rimane in movimento e ha scelto da che parte stare.
Noi con Non Mi Fermo, il 3 marzo, a Milano vogliamo fare così. Sapere che l’ordine del giorno del nostro consiglio comunale, provinciale e regionale è il copione del nostro futuro in atto unico e non ci interessa essere le comparse pagate a gettone. Andiamo a prendercelo e proviamo a scriverci la nostra scena.
Noi con Non Mi Fermo, partendo dal Teatro della Cooperativa di Milano, non vogliamo il porcellum delle idee: crediamo in priorità uninominali.
Noi partiamo così.

Il sito di NON MI FERMO

L’evento su facebook

Su twitter #nonmifermo

Lombardia: il vuoto informativo sull’inquinamento delle acque

(comunicato stampa) “Non è davvero accettabile che manchino dati dettagliati e pubblicamente accessibili sulle condizioni di inquinamento delle acque in Lombardia. Per questo ci uniamo alla denuncia di Legambiente, rilanciandola con una richiesta precisa rivolta a Formigoni e alla sua Giunta: la Regione intervenga al più presto affinché i cittadini possano disporre di un livello di informazione adeguato su falde acquifere, depuratori e stato di salute dei fiumi.Da tempo tentiamo di accendere i riflettori sul fatto che Arpa nel corso degli anni si è vista progressivamente ridurre l’autonomia proprio per mano del governatore, con la nomina dei vertici sottratta al Consiglio e spostata in capo alla Giunta e, in seguito, con la revoca del ruolo di polizia giudiziaria ai funzionari. E’ così che un’agenzia tecnica indipendente deputata a garantire la salvaguardia e il controllo dell’ambiente è diventata di fatto un organo che obbedisce a Regione Lombardia. Con tutto ciò che di negativo ne consegue. A partire, insieme a un organico depotenziato nelle sue funzioni primarie e pure oggettivamente sottodimensionato, proprio da questa clamorosa mancanza di volontà politica nel corrispondere il compito essenziale di un report sistematico, completo e facilmente consultabile sulle risorse idriche regionali, come invece già avviene con il monitoraggio della qualità dell’aria. Anche perché non si capisce come sia possibile, a fronte di un vuoto informativo di tale portata, strutturare politiche ambientali efficaci a risanamento e tutela delle acque lombarde. Sulla vicenda presenteremo nei prossimi giorni un’interrogazione in Consiglio”.

La Regione sepolta sotto la Cava di Cantello

A sera tarda Rocco Cordì mi segnala un suo ordine del giorno presentato in commissione ambiente di Varese sulla discussa riapertura della cava di Cantello. E’ interessante vedere come la Lega (al solito, del resto) abbia votato a favore in un ordine del giorno che smentisce in toto un atto della Provincia (di Varese) dove si trova al governo: è il solito saliscendi che ha accompagnato il movimento verdastro per questi ultimi quindici anni in Italia. Evidentemente l’unico vero federalismo che riescono ad esercitare sta nella divergenze di voto a seconda del diverso ente locale. Fuoriclasse della schizofrenia di voto. Leggendola con attenzione si nota anche che l’unico partito che si è astenuto è il Popolo della Libertà (dei cavatori): quindi in Regione Lombardia abbiamo la maggioranza. Perché sarebbe proprio di cattivo gusto che ancora una volta la Lega non rispettasse i patti con sé stessa. O no?

Dimissioni in bianco, onta grigia

Una proposta di legge regionale per contrastare il fenomeno delle dimissioni in bianco. E’ stata presentata oggi dal consigliere regionale Mauro Romanelli, ex Fds-Verdi ora passato a Sel, insieme a Marisa Nicchi, prima firmataria di una legge nazionale in materia, la 188 del 2007, che fu approvata dal Governo Prodi e abrogata nel 2008 da quello Berlusconi e all’ex consigliere regionale Alessia Petraglia. Presente anche Bruna Giovannini di Sel, firmataria di un’apposita proposta di legge regionale durante la scorsa legislatura. Bravi in Toscana, noi dopo la nostra mozione ora confischiamo la proposta di legge per la Lombardia. Perché in politica la citazione delle buone leggi è una pratica consigliata, una virulenza necessaria.

Quando la politica cede al potere

Il 17 febbraio sono stato a Borgarello per un incontro su mafie, politica e corruzione insieme al Circolo SEL Nord Pavia e al sindaco Nicola Lamberti. E’ stata una bella serata perché Borgarello è la dimostrazione di come i piccoli centri sono spesso esposti ai reati peggiori senza la copertura della stampa nazionale e dell’opinione pubblica. Ammetto che a Borgarello temevo di trovare il risultato dell’isolamento (geografico e politico) che mi è capitato di incrociare in giro per l’Italia. E mi sbagliavo. Perché la serata è stata il manifesto di un modo di intendere la cosa pubblica che ha il respiro lungo della svolta che si vuole imprimere. Gli amici del sito Vivi Borgarello (che sulle ultime vicende avvenute sta rischiando querele e minacce di chiusura, per questo vi invito a sfogliarlo per rendersi conto di cos’è successo lì in questi ultimi anni) hanno realizzato un mio sogno: una cronaca (con la perfezione della “sbobinatura”) della serata. Per questo li ringrazio e la incollo qui. Introduzione cromatica sulla giacca verde inclusa. 

di Alberta Samuele, 23 febbraio 2012
Aspetto in apparenza imberbe e fanciullesco, casacca verde-giullare che si intona eccentricamente col vermiglio dominante in sala, il tutto imperlato da ironia dissacrante ed eloquenza di rara elevazione, che rimandano alla professione di autore irriducibile e narratore di testi impegnati per teatro di inchiesta. Con grande naturalezza, nonostante la presenza guardinga della scorta d’ordinanza, si è presentato venerdì sera ad una platea calorosa e accogliente presso il C.T.E Auser di Borgarello il consigliere regionale Giulio Cavalli, dal 2010 sui banchi del Pirellone in rappresentanza del movimento di Sinistra Ecologia e Libertà (SEL), dopo una breve ma significativa esperienza di orientamento nelle file indipendenti dell’Italia dei Valori.

La mafia non è una “categoria dello spirito” o, come molti erroneamente reputano, un fenomeno astratto associato al folclore del meridione – introduce il coordinatore locale del movimento, Mauro Cavicchioli – ma una realtà di comportamenti subdoli e insidiosi, di connivenze che intaccano a vari livelli il tessuto politico ed economico della società civile, proliferando ad ogni latitudine con maggiore incidenza ove ci siano giri di affari vorticosi e cospicue risorse finanziarie. Il movimento SEL tenta fin dalla sua recente fondazione di informare ed educare le coscienze civili, in particolare delle nuove generazioni, promuovendo cicli di incontri e dibattiti presso enti pubblici, scuole, università che abbiano come filo conduttore la “battaglia sul territorio”, che al di là dei richiami epici insiti nell’espressione, deve intendersi come pratica quotidiana e incessante contro l’illegalità, che fiorisce e attecchisce dove l’esercizio della legalità è invece indebolito dall’indifferenza, dalla compiacenza, dall’ignoranza dei capisaldi costituzionali e dall’erronea interpretazione del concetto di libertà individuale.

Come tristemente rappresentato nello spettacolo teatrale A Cento Passi dal Duomo ideato e scritto dallo stesso Cavalli con il giornalista Gianni Barbacetto, direttore di O.m.i.c.r.o.n. (Osservatorio Milanese sulla Criminalità Organizzata al Nord), dichiarare da parte di chi ricopre incarichi politici o di sorveglianza istituzionale che in regioni come la Lombardia, da sempre ritenute immuni alle infiltrazioni mafiose, il fenomeno criminale sia oggi in improvvisa emersione e che nessun intervento è da proporsi se non l’attesa che le cause giudiziarie facciano il loro corso, è un atto di grave responsabilità morale, di indifferenza e di disonestà intellettuale che vanificano 50 anni di storia costituzionale: non rievocare la memoria storica del nostro Paese, gli attentati, i traffici, le inchieste ancora irrisolte per insabbiamenti ignominiosi infatti, è già di per sé segno di collusione, come pure non riconoscere che la mafia attecchisce da sempre come sotterranea metastasi sociale e morale ovunque ci siano disponibilità economiche, attrattive finanziarie, imprenditori, fornitori di servizi, clienti, funzionari di polizia, prefetti e tecnici comunali compiacenti, nel ricco Nord più che altrove; mostrarsi miopi o non avere il coraggio di denunciare anche nel piccolo della propria professione significa essere clienti poco vigili e indulgenti alla corruzione; vuol dire contribuire a drogare il sistema, favorendo quel federalismo culturale cui alcuni partiti politici particolarmente fiorenti nel facoltoso settentrione inneggiano, impedendo di guardare al di là dei propri confini territoriali e ravvisare per tempo i segnali purtroppo evidenti di infiltrazione. Il fenomeno criminale ha dunque radici sociali e politiche nella predisposizione alla reticenza e nell’omertà di ognuno di noi; la pars destruens della società non è controbilanciata da una sana e prevalente pars costruens.

La mafia tuttavia non ha mai avuto odore di polvere da sparo – i morti ammazzati sono sempre stati incidenti di percorso – e tantomeno si avvale di grandi capacità intellettuali; piuttosto assolda le classi dirigenti e la munifica imprenditoria cementizia, come si serve di predoni finanziari che comprano tutto pur non necessitando di clienti e che si arricchiscono sempre più sul commercio dei beni primari. La mafia non sa intervenire sulle ristrutturazioni, che richiedono particolare ingegno e capacità progettuali, ma sulle costruzioni di megastrutture, come ponti, strade, piste di aeroporti di pressoché scarsa utilità. La ‘Ndrangheta in Lombardia è purtroppo già proiettata verso il futuro: i traffici di droga o di armi, lo sfruttamento della prostituzione un tempo circuiti fiorenti e altamente remunerativi, non costituiscono più oggi canali appetiti dalle associazioni criminali, che invece preferiscono manovrare gli imponenti flussi finanziari e la cessione di appalti per le costruzioni di grandi infrastrutture, comprando la compiacenza di imprenditori e funzionari; esse hanno, infatti, compreso qual è il settore produttivo che esporta maggiori profitti e che consente di occultare in modo semplice e poco dispendioso somme smisurate di denaro illecito; con questa pratica riescono così a convertire moneta in mattone di qualsiasi forma. Basti pensare al pullulare di capannoni destinati ad essere in breve tempo dismessi, al susseguirsi di villette e residenze senza potenziali acquirenti, al fiorire di megacentri commerciali privi di futuri clienti. Speculazioni edilizie per materializzare contanti di provenienza illegale.

La grave responsabilità dei governatori regionali è la parimenti aberrante convinzione che le infrastrutture da incentivare come utili al progresso civile siano proprio quelle cementizie e non i servizi sociali; questa disattenzione, associata spesso all’accondiscendenza al dolo, è risultata terreno fertile per gli interessi criminali. La banalità del male o, meglio, dei mezzi di cui esso si avvale smaschera la scarsa consapevolezza del bene da parte di chi amministra, ma anche di noi cittadini miopi. “La lotta alle mafie è impegno ordinario di tutti, non impegno straordinario di pochi”, affermava Giovanni Falcone.

Il delitto contro l’ordine pubblico perpetrato da due o tre persone che accrescono il proprio privato ai danni della collettività, sancito dall’art. 416 del codice penale come “reato di mafia”, sembra una costruzione teatrale allestita da quegli stessi soggetti politici che non esitano ad affermare che l’apertura alla solidarietà in seno alle proposte di riforma sociale è un punto di disarmante debolezza; sono gli stessi che sostengono la necessità di promulgare una legge regionale che imponga il rispetto delle leggi; come nella grottesca visione circolare della società in cui lo stolto del villaggio staziona accanto al genio, si tratta degli stessi personaggi che sull’onda delle “liberalizzazioni”, attuano una politica di certo non premiante nei confronti di aziende oneste e cedono enti pubblici assegnandoli a privati con gare pilotate; sono gli stessi che non raccontano alle nuove generazioni il motivo per cui la mafia agisce ed è stata lasciata finora operare, che permettono che la proposta di legge contro il consumo del suolo venga affossata dalla solita logica di spartizione del potere e di appartenenza faziosa.

Quelle “vedette” politiche incaricate decenni or sono di vigilare sul tessuto sociale perché non diventasse vulnerabile alla mafia, ma che non si sono accorte, né sono riuscite a scalfire generazioni multiple di clan criminali, sono le stesse che oggi dichiarano con uscite sensazionalistiche che la mafia si è infiltrata in Lombardia.

La mafia in questa regione è prevalentemente attività di riciclaggio e, come tale, asservisce dirigenti ASL, questori, banchieri, prefetti, segretari e tecnici comunali, funzionari di polizia e di istituti di credito, non perché essi non siano potenzialmente in grado di compiere atti eroici, ma perché non hanno svolto il loro dovere. La politica locale oggi è meno funzionale agli uffici tecnici in quanto la struttura democratica in cui sono conformati gli enti amministrativi locali non sa più esercitare quel potere di controllo su questi operatori intermedi, fondamentale pontile di ormeggio per le organizzazioni criminali; la grande politica dal canto suo opera abilmente dall’alto accoppiando i vari sistemi criminali insorti localmente.

Le associazioni mafiose, anziché corrompere chi ha già una poltrona assegnata, hanno nel frattempo imparato a sfruttare con grande profitto l’esercizio delle preferenze elettorali e riescono a piazzare nelle posizioni politiche di prestigio, con uno strumento elettorale tanto semplice quanto banale, i loro uomini, pur non avendo in partenza i numeri vincenti in termini di impatto elettorale. Questi personaggi così sponsorizzati costituiscono la nuova classe dirigente totalmente al servizio. La mafia non stipula accordi con i perdenti, non compra il favore di chi non governa, ossia dell’opposizione.

Basterebbe, quindi, che i piccoli Comuni in occasione delle elezioni a livello locale applicassero un sistema altrettanto scrupoloso ed efficiente di convoglio delle preferenze su candidati seri e onesti per scardinare a monte i presupposti di questo meccanismo criminoso e degenere. Infatti non è affatto vero che tutti gli amministratori sono collusi: il monito autoironico “siamo tutti ladri” mutuato dal Mistero Buffo di Dario Fo, è, in realtà, pretesto per lavarsi la coscienza e uscirne tutti indistintamente ripuliti e indenni.

Nella difesa di alcuni principi fondamentali della convivenza civile, bisogna essere invece estremisti, distinguersi, eccome: la differenza di condotta sta proprio nella capacità di reazione, nel coraggio di alzare la voce, di osare e di non attendere che la giustizia faccia il suo corso, che il più delle volte richiede anni di dibattimenti e requisitorie inconcludenti, per poi esitare in assoluzione al terzo grado dell’attività giudiziaria.

La politica, come affermavano Pertini e Borsellino, deve essere condotta senza ombre, non può attendere i tempi della magistratura o temporeggiare e favorire attraverso “toni di grigio” le infrastrutture criminali; queste scelte di comodo rendono il welfare statale sempre più inefficiente e lasciano spazio ad una società parallela e aberrante, che garantisce invece tutela, stabilità economica e ricadute sociali a totale danno delle future generazioni.

Le autostrade oggi vengono spesso costruite, come già ribadito, per riciclare il denaro sporco delle mafie e, poiché in alcuni casi sono di totale inutilità, allora vengono corredate di faraonici centri commerciali, cattedrali nel deserto per giustificare la realizzazione delle prime.

Il vero luogo del potere in Lombardia al giorno d’oggi è il punto di incontro tra imprenditoria spregiudicata e amministratori compiacenti; ciò nonostante, questa regione è anche in grado di sviluppare e favorire una rete di associazioni potenzialmente sane di persone non corrotte e impegnate a combattere la criminalità organizzata, non con i mezzi della politica di pancia o addirittura con l’antipolitica, ma promuovendo da veri professionisti – nel senso etimologico di professione di un credo –  il valore essenziale del bene comune. Questo tipo di politica va attuata con i numeri e attraverso dibattito aperto in aula, disarticolando le azioni amministrative errate degli altri.

Battaglie perse, come di recente è accaduto con il referendum sull’acqua, sono da ricondursi ad una certa debolezza di intenti e scarsa perseveranza, alla tendenza cioè ad abbassare le difese, a non insistere con una pressione ideologica, sana e continuata, sul plusvalore del bene comune. Se un problema è in reale emergenza, bisogna essere “partigiani”, vale a dire decidere da che parte stare e fissare obiettivi comuni da perseguire. Non restare indifferenti, dunque, ma decidere di interessarsi; il cittadino disinteressato alla politica è inutile, affermava lo statista Pericle secoli fa, anticipando i contenuti dell’articolo 4 della nostra Costituzione per il quale il cittadino ha il dovere con la propria funzione e professione di concorrere alla crescita materiale e spirituale del proprio Paese. Maggiore è la distanza e l’entità del divario tra amministratori e cittadinanza, più la politica rischia di inquinarsi; il miglior controllo sulla funzione pubblica è proprio quello esercitato da ogni singolo cittadino con la sua partecipazione alla vita amministrativa, con l’impegno civile e l’offerta delle proprie competenze al servizio della collettività. Spesso, tuttavia, questa attenzione per la cosa pubblica si manifesta in modo temporaneo e utilitaristico per pura visibilità solo durante i periodi di campagna elettorale, per risolversi in una totale eclissi non appena il mandato è assegnato ad altri.