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Storytelling diversi: chi comanda, chi tace, chi paga

Come previsto, i giornali piccoli, medi e grandi si sono buttati a pesce sul ministro della Cultura Alessandro Giuli, che molto scenograficamente annuncia con largo anticipo la sua assenza alla serata finale del Premio Strega. La polemica prêt-à-porter punta sulla presunta lamentela del ministro, che non avrebbe ricevuto i libri finalisti. La battuta del ministro che vorrebbe i “libri gratis” è un calcio di rigore a porta vuota. Forse avremmo potuto discutere di una classe di governo che pretende di essere adulata, protagonista nelle occasioni in cui presenzia, rispondendo con un connaturato revanscismo a chi non si inchina.

Eppure una notizia di cui discutere ci sarebbe, già cotta per un dibattito culturale vero, quello che interroga sull’industria editoriale italiana e il suo indotto. Un’ex allieva della Scuola Holden di Torino ha raccontato la sua esperienza e i suoi ventimila euro investiti (meglio, spesi) per un corso di storytelling che le ha lasciato più ferite che esperienze. Le reazioni che ha suscitato sono uno zibaldone di generi letterari contemporanei, dallo snobismo dei rabdomanti di invidia, al paternalismo sminuente (viene facile, è pure femmina), passando per gli strumentalizzatori che vorrebbero usarla come clava contro la parte politica avversaria.

L’accademia di storytelling ha risposto con un imbarazzante video, scomparso per il disagio che colava tra i commenti. Sarebbe stato un dibattito sulle “dinamiche di selezione elitarie, informali, opache” ma le riflessioni sono sulla testimone e non sulla testimonianza: il più elementare errore di chi si prende cura delle storie. Un’altra occasione persa.

Buon giovedì.

Il ritratto del ministro Alessandro Giuli è tratta da wikipedia commons

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Corsa al riarmo, Von der Leyen a pranzo con i padroni della guerra

Martedì 2 luglio Ursula von der Leyen ha ospitato a Bruxelles un pranzo di lavoro che definire strategico è riduttivo: al tavolo, con lei, siedevano Hendrik Wüst, ministro-presidente della Renania Settentrionale-Vestfalia, e dodici amministratori delegati delle maggiori industrie tedesche. La lista dei commensali include E.ON, DHL, Lufthansa, Covestro, Henkel, Lanxess, Thyssenkrupp e soprattutto Rheinmetall, la multinazionale bellica il cui valore in borsa è cresciuto del +1.800% dal febbraio 2022. Una compagnia che non fabbrica sogni ma artiglieria.

La notizia è rimbalzata in Italia solo grazie a un post social di Stefano Patuanelli (M5S), che ha denunciato “l’uso spudoratamente fazioso della carica europea” da parte della presidente della Commissione. Per Patuanelli, quel pranzo riflette una regia politica e industriale che mette la Commissione al servizio degli interessi tedeschi. Precisamente, degli interessi del Cdu, il partito di von der Leyen e Wüst.

Un pranzo su invito, un’agenda ben servita

Le critiche sono tutt’altro che infondate. L’incontro è stato confermato dalla Cancelleria del Land tedesco già il 27 giugno. Si trattava di un summit riservato tra la Commissione e il gotha dell’industria tedesca, convocato ufficialmente per “discutere le sfide della competitività europea”. Sul tavolo: energia, dazi Usa, riorientamento produttivo. Ma l’agenda reale era ben più chiara. Wüst, governatore dello Stato industriale più potente della Germania, ha “fatto entrare il gruppo dalla porta della Commissione”, scrive Politico. E von der Leyen, nel mezzo della sua campagna per la riconferma, ha aperto volentieri.

Rheinmetall è il simbolo di questo nuovo asse politico-industriale. L’azienda di Düsseldorf è il più grande produttore di armi tedesco, oggi anche uno dei maggiori beneficiari dei fondi europei per il riarmo. Solo tra il 2022 e il 2025 ha incassato miliardi in commesse pubbliche, mentre il valore delle sue azioni è salito da 95 a oltre 1.700 euro. Il suo Ceo Armin Papperger è ormai descritto come il “commissario alla difesa de facto” dell’Ue. Il suo posto a tavola era garantito.

Ma non era solo un pranzo d’armi. C’erano anche Thyssenkrupp, con i suoi sottomarini militari e 2 miliardi di sussidi Ue per l’acciaio verde, e Lufthansa, che nel 2020 ricevette 6 miliardi di aiuti approvati da Bruxelles e ora ha appena completato l’acquisizione di Ita Airways. Ogni azienda presente è un nodo strategico della nuova politica industriale tedesca: espansiva, bellica, costruita sul debito. Quella che Berlino ha chiamato Zeitenwende.

Il nuovo asse europeo parla tedesco

Perché qui sta il punto: la Germania ha abbandonato il dogma dell’austerità che per anni ha imposto al resto d’Europa. Oggi finanzia il proprio rilancio industriale a colpi di miliardi di spesa pubblica, mentre l’Italia – ancora prigioniera dei vincoli di bilancio – assiste al consolidarsi di un asse tedesco che detta l’agenda dell’Unione. “Fate come dico, non come faccio”, sintetizza Patuanelli.

A rendere più netta la critica è l’adozione, al vertice Nato di giugno, del nuovo obiettivo del 5% del Pil da destinare alla difesa entro il 2035. Un salto epocale rispetto al vecchio 2%. Per la Germania, che ha appena raggiunto il 2,4%, è l’alibi perfetto per investire ancora e trasformare Rheinmetall in un colosso strategico europeo. Per i Paesi mediterranei è una condanna alla marginalità.

Von der Leyen, che si presenta come garante della neutralità europea, ha accettato che le stanze della Commissione diventino terreno privilegiato di lobbying per un Land tedesco. È un messaggio chiaro: le decisioni sul futuro industriale dell’Europa si prendono tra Düsseldorf e Bruxelles, e chi non ha posto a quel tavolo farà meglio a digerirlo in silenzio.

Leggi anche: Dazi amari, l’Europa del riarmo rischia la sconfitta nella guerra delle tariffe con gli Usa

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Aiuti umanitari made in Israele, profitti sulla pelle dei civili

C’è un mistero che attraversa i camion carichi di aiuti diretti a Gaza: chi paga La Gaza Humanitarian Foundation, progetto umanitario formalmente sostenuto dagli Stati Uniti, serve a nutrire 1,2 milioni di persone. Ma dietro le scatole di cibo ci sono aziende israeliane che trattano ogni consegna come un’occasione d’affari. Il problema non è solo etico, è contabile: i fondi sono opachi, le responsabilità sfuggenti, i guadagni altissimi.

Il parlamento israeliano ha appena spostato 700 milioni di shekel nel bilancio della difesa, cifra identica a quella stimata per l’intera operazione. Ufficialmente nessuno conferma il collegamento, ma il deputato Beliak ha messo a verbale i suoi sospetti. Silenzio. Nel frattempo, ditte come Shaldag, i fratelli Neumann e i Bitan movimentano, impacchettano e rivendono. A Gaza, la fame si misura in polli kosher venduti a 250 shekel al chilo: carne congelata che parte da Israele e arriva filtrata da una catena di profitti.

La beffa è doppia. Chi denuncia i rifornimenti viene attaccato dagli estremisti (Tzav 9 dà fuoco ai camion), chi partecipa al business finge di “non sapere nulla”. Il governo lascia fare, anche perché la guerra conviene: a chi la prolunga, a chi la appalta, a chi la monetizza. Si chiama umanitarismo privatizzato, ed è perfettamente compatibile con l’assedio.

A Tel Aviv si litiga sulla tregua. I ministri Ben-Gvir e Smotrich vogliono sabotarla, Netanyahu promette ostaggi a chiunque possa garantirgli il potere. Le famiglie dei prigionieri urlano: “Non siete più ebrei”. Ma tutto si tiene:è il capitalismo bellico nella sua forma più sfacciata. 

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Pnrr, il governo riscrive il Piano a colpi di revisioni: dietro la propaganda, un Recovery al collasso

A un anno dalla scadenza ufficiale del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il governo Meloni continua a raccontare un successo che non regge alla prova dei numeri. Il 46% delle scadenze italiane risulta ancora incompiuto; il dato sale al 54% solo includendo traguardi non ancora ufficialmente validati dalla Commissione europea. Nessun primato, nessuna accelerazione: Francia, Danimarca e Germania restano più avanti. E l’Italia ha già presentato cinque revisioni del piano, con una sesta attesa in autunno. Una riscrittura continua, segno evidente di instabilità e navigazione a vista.

Intanto, il governo celebra lo sblocco della settima rata da 18,3 miliardi e la richiesta dell’ottava da 12,8 miliardi come tappe epocali. Ma sono risultati arrivati in ritardo, ottenuti solo dopo mesi di trattative e aggiustamenti. La spesa effettiva è ancora largamente insufficiente: a febbraio 2025 era stato utilizzato solo un terzo delle risorse. L’avanzamento odierno è frutto di tagli, semplificazioni forzate e rinunce, non di una reale efficienza. Alcuni interventi sono stati cancellati in silenzio, altri ridimensionati al minimo per rispettare i requisiti formali.

Da piano di rilancio a piano di contenimento

A livello europeo il quadro non è migliore: come racconta Openpolis oltre il 51% delle risorse RRF resta da erogare, e il 68% dei traguardi è ancora da completare. Ma l’Italia si distingue per la quantità di modifiche e per la fragilità attuativa. L’approccio “performance-based” del Recovery – fondi erogati solo al raggiungimento di obiettivi – ha messo in crisi la macchina amministrativa. Le priorità originarie del Pnrr italiano – ridurre i divari territoriali, di genere e generazionali – sono ormai sullo sfondo. Il governo si limita a potenziare le misure che hanno funzionato, come il credito d’imposta e gli incentivi alle imprese, e a cancellare quelle più complesse.

La Commissione europea ha escluso una proroga oltre il 2026. Tutti i progetti dovranno essere completati entro il 31 agosto di quell’anno. Per rispettare i tempi, molti interventi verranno spezzettati: solo le parti realizzabili resteranno nel Pnrr, il resto sarà rimandato a ipotetici fondi futuri. Intanto, cresce l’ipotesi di dirottare una parte dei fondi inutilizzati verso il comparto militare europeo. Una svolta che l’esecutivo Meloni sembra intenzionato ad accogliere. Con l’obiettivo non dichiarato ma evidente di salvare le risorse a ogni costo, anche a scapito delle finalità iniziali.

La narrazione non basta

Il governo ha fatto una scelta chiara: annunciare traguardi, oscurare i problemi. Ma la struttura del piano scricchiola. I ritardi generano costi finanziari aggiuntivi: la Commissione ha già emesso prestiti sui mercati per finanziare il Recovery, ma i fondi fermi producono interessi che gravano sull’intero bilancio europeo. Anche per questo Bruxelles ha invitato i governi a tagliare ciò che non è realizzabile e a concentrarsi su misure più snelle. Non è una strategia: è una ritirata tecnica.

Nessuna rimodulazione è prevista sui 122,6 miliardi richiesti in prestito, che potrebbero restare in parte inutilizzati. Le grandi opere sono ridotte a lotti minimi, alcune riforme non partiranno mai. La retorica del primato serve solo a mascherare il ridimensionamento. In gioco non c’è solo la spesa dei fondi: c’è la credibilità di un governo che ha fatto del Pnrr il pilastro della propria narrazione e ora ne teme il bilancio. La trasformazione del Paese è rimasta sulla carta. E il rischio, oggi più che mai, è che la rincorsa finale serva solo a chiudere i conti, non a cambiare la direzione.

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Bologna fu strage fascista. Ora dite “fascista”

L’Italia ha impiegato quarantacinque anni per scrivere, con sentenza definitiva, che la strage del 2 agosto 1980 fu un massacro fascista e di Stato. L’ergastolo a Paolo Bellini, ex Avanguardia Nazionale, chiude l’ultimo processo agli esecutori ma apre la pagina più rovinosa di una Repubblica che per decenni ha protetto i carnefici e ostacolato la verità. La bomba alla stazione di Bologna – 85 morti, oltre 200 feriti – non fu gesto isolato ma parte di un disegno eversivo preciso: finanziato dalla P2, favorito dai depistaggi dei servizi, nutrito da silenzi e impunità.

Bellini era la “primula nera”, poi infiltrato in Cosa Nostra, confidente e assassino, doppio e triplo giochista. Ma la sua identificazione arriva solo nel 2019, da un vecchio video amatoriale. Un ritardo che pesa come una colpa: le prove c’erano, ma serviva il coraggio. La Cassazione ha confermato che quella strage fu ideologica, armata e coperta. Una strage di potere. E mentre gli esecutori venivano processati a rate, gli ispiratori morivano in pace, intoccabili.

Oggi, la sentenza scrive ciò che la politica ha taciuto per anni. È verità giudiziaria, sì, ma anche verità storica. E se questa ferita può guarire, lo farà solo con una piena assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni. Perché finché chi governa avrà paura delle bombe giuste, le bombe sbagliate continueranno a pulsare sotto la pelle della Repubblica.

Ora dalle parti del governo possono smettere di balbettare, spremere le meningi, sforzarsi di articolare la parola fascismo in tutta la sua orribile pienezza. E valutare la consistenza morale dei nostalgici di quei tempi infilati in posizioni di comando dal partito della presidente del Consiglio. 

Buon mercoledì.

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Allevamenti industriali: l’intreccio tra lobby, inquinatori e Commissione Ue. L’Italia nella top five

Sotto la retorica della competitività e del cibo a buon mercato, si estende una rete capillare di sofferenza, inquinamento e disuguaglianze. Più di 24mila allevamenti intensivi infestano oggi l’Europa: una mappa inedita, realizzata dal collettivo di giornalisti AGtivist, ha geolocalizzato queste strutture incrociando registri ufficiali, immagini satellitari e droni. Il risultato è un catalogo dell’orrore: capannoni che ospitano fino a 1,4 milioni di polli o 30mila suini, spesso oltre le soglie di legge, in condizioni che violano ogni principio di benessere animale e devastano territori e comunità.

L’Italia nella top five

Nel dettaglio, l’Italia figura tra i cinque Paesi con il maggior numero di strutture industriali: 1.242 avicole e 904 suinicole. Dal 2014 al 2023 sono stati aperti almeno 2.949 nuovi allevamenti intensivi in Europa, con più di 5mila autorizzazioni concesse. La tendenza è in crescita e, secondo gli autori dell’inchiesta, i numeri sono sottostimati per mancanza di trasparenza da parte di molti Stati membri. Il boom produttivo ha seguito logiche di concentrazione: mentre si costruivano queste “fabbriche di carne”, l’Europa ha perso 5,3 milioni di aziende zootecniche, in prevalenza familiari.

Le immagini raccolte da Essere Animali dentro un allevamento da 100mila polli in Lombardia raccontano cosa si nasconde dietro l’etichetta “filiera controllata”. Corpi deformati, zampette curve, petti troppo pesanti per reggersi in piedi, polli che non arrivano all’abbeveratoio e restano lì, in agonia. Le luci restano accese anche di notte, per impedire il riposo e accelerare la crescita. La lettiera è una crosta di escrementi su cui si accumulano carcasse in decomposizione. “Questo è il risultato di una selezione genetica spinta e di una produzione che premia solo la velocità,” denuncia l’investigatore Francesco Ceccarelli. Gli animali, ridotti a macchine biologiche, sono programmati per ingrassare e morire.

Emissioni, acque contaminate e biodiversità perduta

Secondo l’Ufficio europeo dell’ambiente, gli allevamenti intensivi sono responsabili del 12–17% delle emissioni di gas serra dell’Unione. I fiumi Wye nel Regno Unito, la Garonna in Francia, le falde acquifere spagnole: ovunque il modello si impone, lascia dietro di sé inquinamento da nitrati, fioriture algali tossiche e metano. In Francia metà delle fabbriche di carne si concentra in Bretagna, dove la proliferazione di alghe verdi ha già provocato morti umane. E in Italia Le denunce si moltiplicano, ma i controlli restano sporadici. Intanto la Commissione Ue continua a parlare di “standard elevati”.

Dietro l’espansione delle mega farm c’è anche l’architettura dei sussidi pubblici: la Politica Agricola Comune dell’Ue, ancora oggi, premia le aziende più grandi. “Scale up or die”, sintetizza Greenpeace: o cresci, o sei fuori. I contributi, in molti casi, superano i 500mila euro per singola domanda, grazie a programmi come il Targeted Agriculture Modernisation Scheme. I piccoli allevatori restano esclusi. Secondo La Via Campesina, ogni ora in Romania scompaiono tre fattorie familiari. In Francia, tra il 2010 e il 2020, hanno chiuso 100mila aziende agricole e si sono persi 80mila posti di lavoro.

Riforme promesse, poi abbandonate

La Commissione europea aveva promesso una revisione strutturale sul benessere animale. Ma nel 2024 ha cancellato tre riforme su quattro, compreso il bando agli allevamenti in gabbia. La giustificazione ufficiale è il nuovo contesto geopolitico post-Ucraina, ma per le associazioni si tratta dell’ennesima resa alla lobby zootecnica. “È una corsa al ribasso”, accusa Sirpa Pietikäinen, eurodeputata del PPE. “Manca il coraggio politico”, aggiunge Tilly Metz dei Verdi. Intanto, ogni anno di inazione significa milioni di animali lasciati a soffrire in condizioni che la scienza considera “inadeguate da decenni”.

Mentre Bruxelles si proclama paladina dell’agricoltura sostenibile, le sue politiche facilitano la concentrazione fondiaria, la disuguaglianza e l’insostenibilità ambientale. Secondo il team investigativo di AGtivist, molte mega farm europee sono controllate da multinazionali americane e brasiliane che riforniscono fast food e supermercati. Le scelte alimentari quotidiane sono il punto terminale di una filiera che inizia in un capannone, passa per l’esportazione e si regge su soldi pubblici.

Una proposta alternativa

In Italia, la campagna “Oltre gli allevamenti intensivi” promuove una proposta di legge per una transizione che tenga conto della salute, dell’ambiente e del lavoro agricolo. Chiede più trasparenza, fine dei sussidi alle aziende che violano il benessere animale e incentivi alle realtà virtuose. È una battaglia di civiltà, ma anche un’azione urgente per evitare che l’intera zootecnia europea si trasformi in un’industria fuori controllo, dove la vita vale meno del prezzo al chilo.

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Un proiettile, una radiografia, una morte evitabile: la banalità del genocidio

Abd al-Karim al-Kahlut è morto dissanguato per un proiettile che non sarebbe stato letale in nessun altro luogo del mondo. In un ospedale qualunque, bastava una TAC. Ma a Gaza, dopo quasi due anni di assedio e distruzione, anche l’evidenza medica è un privilegio. La sua storia – raccontata con cruda precisione da Haaretz – non è un’eccezione: è la regola spietata di una macchina bellica che ha spento la sanità per logorare la sopravvivenza stessa.

Al-Kahlut era un metalmeccanico. Aveva messo da parte i soldi per aprire una piccola officina. Poi è arrivata la guerra, e con essa la fame. Ha provato a ottenere del cibo in uno dei centri di distribuzione dell’agenzia “umanitaria” sponsorizzata da Israele e Stati Uniti, nonostante fosse noto da settimane che i soldati aprono il fuoco anche lì. Ferito ai glutei, non sembrava grave. I medici lo hanno rimandato a casa. Nessuna TAC. Nessun tempo. Nessuna energia. Un giorno dopo, è morto.

I centri di distribuzione come quello di Netzarim violano ogni principio umanitario: costringono i civili a spostarsi verso il cibo, esponendoli al fuoco israeliano. Nessuna ONG indipendente avrebbe mai accettato un meccanismo simile. Ma l’Occidente ha firmato in calce. E quando Haaretz ha denunciato i morti attorno agli aiuti, Netanyahu e Gallant hanno parlato di “calunnie”, salvo poi installare nuove recinzioni: confessioni travestite da misure preventive.

Oggi a Gaza si muore per fame, per infezioni, per mancanza di diagnosi. Si muore come Abd al-Karim, lasciando due bambine senza padre e un padre cardiopatico senza medicine. A chi resta, non resta che il dolore.

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Il grande bluff del Pnrr ecologico: il gap tra risorse stanziate, soldi effettivamente spesi e risultati deludenti

Dietro i numeri trionfalistici sul conseguimento di milestone e target si nasconde una realtà molto meno brillante: la transizione ecologica promessa dal Pnrr italiano soffre di gravi ritardi, spese al palo e una cronica mancanza di trasparenza. A dirlo non è un’opinione, ma il secondo rapporto Pnrr Watch curato da Assonime e Openpolis, che ha analizzato investimenti per circa 12 miliardi di euro in settori chiave come gestione rifiuti, reti intelligenti, infrastrutture idriche e idrogeno verde.

Target raggiunti, risultati mancati

Il paradosso più eclatante emerge fin da subito: molte misure risultano formalmente in linea con gli obiettivi del Piano, ma i dati reali raccontano tutt’altro. Nella gestione dei rifiuti, ad esempio, il 90% delle risorse è stato allocato ma solo il 12% effettivamente speso. Nella linea C, dedicata agli impianti più innovativi, su 38 progetti previsti solo uno è stato completato. Anche i cosiddetti “progetti faro” di economia circolare arrancano: dei 600 milioni stanziati, meno del 15% è stato speso, mentre 52 delle 235 proposte approvate sono state ritirate.

La situazione non migliora sul fronte energetico. Le smart grid – fondamentali per integrare le rinnovabili nella rete nazionale – hanno visto completata la fase progettuale, ma a marzo 2025 la spesa effettiva era sotto il 5%. Su 22 progetti, 20 risultano fermi o appena avviati. La retorica sulla transizione verde si scontra con una macchina esecutiva visibilmente inceppata.

Infrastrutture idriche e mobilità elettrica

Gli investimenti in infrastrutture idriche primarie, pur considerati “in linea” dal governo, vedono solo il 24% delle risorse spese. Secondo la Corte dei Conti il tasso di avanzamento reale è appena all’11%. Ancora più critica la situazione per la mobilità elettrica: i progetti per le colonnine di ricarica sulle autostrade sono stati dichiarati inidonei, e anche la revisione della misura, con focus sui centri urbani, ha prodotto una partecipazione inferiore alle attese. Rfi e Anas, chiamate a intervenire, hanno rifiutato di stipulare la convenzione. I numeri parlano chiaro: da 4.718 infrastrutture assegnate si è scesi a 2.217 reali, e nemmeno tutte completate.

Un piano opaco e sbilanciato

A pesare è anche la disomogeneità territoriale: i progetti avanzano più rapidamente nel Centro–Nord, mentre il Mezzogiorno resta indietro, ostacolato da carenze amministrative e progettuali. Ma il nodo più grave resta la mancanza di trasparenza. Il monitoraggio pubblico è lacunoso, i dati aggiornati spesso assenti o difficilmente interpretabili. La piattaforma ReGiS, cuore della rendicontazione, non è accessibile e non consente nemmeno agli enti attuatori di agire con tempestività. Così la più grande occasione di rilancio infrastrutturale e ambientale si trasforma in un oggetto opaco e distante, un “piano anonimo”, per usare le parole del report, sempre più lontano dai cittadini.

Conclusione sospesa

Se davvero il Pnrr doveva segnare la svolta per un Paese più sostenibile e moderno, la fotografia scattata da Assonime mostra un’Italia che rischia di perdere il treno della transizione. E il rischio più grande non è solo economico, ma politico: perché senza un reale impatto e senza una narrazione pubblica che accompagni le trasformazioni, anche le migliori riforme si trasformano in incompiute.

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Sorvegliati, profilati, puniti: il futuro penale secondo le big tech

In questi giorni più di venti aziende tecnologiche — tra cui Google, Amazon, Microsoft, Palantir e IBM — si sono sedute al tavolo del Ministero della Giustizia britannico per disegnare un nuovo ecosistema penale. I verbali, ottenuti dal Guardian, descrivono una giustizia “abilitata da dati e tecnologia”: braccialetti intelligenti, robot di contenimento, riconoscimento dell’andatura, veicoli autonomi per il trasporto detenuti e, soprattutto, dispositivi sottocutanei per il tracciamento in tempo reale. Il tutto per “creare una prigione fuori dalla prigione” e compensare la mancanza cronica di spazi e personale.

Shabana Mahmood, ministro laburista della Giustizia, ha dichiarato di non essere “schizzinosa” su queste tecnologie. Keir Starmer, da parte sua, ha ribadito che l’intelligenza artificiale sarà il perno della “trasformazione del settore pubblico”. I gruppi per i diritti civili parlano apertamente di “scenario da incubo”. Eppure, un secondo incontro con le stesse aziende è già stato fissato.

Dal laboratorio inglese al silenzio italiano

In Italia, ufficialmente, nulla di simile. Nessun chip impiantato, nessun algoritmo a decidere il destino di un imputato, nessun robot a sorvegliare i corridoi delle celle. Ma l’assenza di annunci non coincide con l’assenza di traiettoria.

Nel carcere di Sollicciano è in fase di test un robot di sorveglianza, il “Custode X2”, finanziato con fondi Esa e prodotto dall’Istituto Italiano di Tecnologia. A Cagliari, droni e veicoli autonomi — sviluppati da Eni e Fincantieri — vengono sperimentati per la sorveglianza perimetrale e il trasferimento dei detenuti. Il carcere di Bollate utilizza tecnologie di riconoscimento dell’andatura in collaborazione con Leonardo, mentre a Rebibbia e Poggioreale sono attivi sistemi di riconoscimento facciale forniti da Huawei e Palantir.

Il progetto “Hermes”, finanziato dal Pnrr e sviluppato da Expert System, è stato implementato in sette istituti penitenziari italiani. Analizza dati comportamentali, cartelle cliniche e comunicazioni per prevedere recidiva e rischio suicidario. È già al centro di una causa civile presso la Corte d’Appello di Roma per “discriminazione algoritmica” nei confronti di detenuti stranieri e con disturbi psichiatrici.

Dati e algoritmi

La distinzione tra giustizia penale e cybersicurezza si assottiglia. L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale collabora con la Procura Nazionale Antimafia per l’analisi predittiva di reti criminali. Nulla vieta che le stesse tecnologie vengano impiegate nei penitenziari, in nome della prevenzione o dell’efficienza.

Ma c’è un ma. Il sistema Sari — Sistema Automatico di Riconoscimento Immagini — fu bloccato dal Garante per la Privacy nel 2021 per violazioni al Gdpr. Era previsto per la polizia, ma le sue implicazioni sul diritto alla riservatezza e alla presunzione d’innocenza furono giudicate incompatibili con la normativa europea. Nonostante ciò, i sistemi di riconoscimento facciale sono oggi attivi in alcune carceri italiane, e nel caso di “Hermes” l’Unione europea ha avviato una procedura d’infrazione per la violazione dell’articolo 22 del Gdpr.

Un futuro importabile

La distanza con il Regno Unito è più temporale che sostanziale. La stessa retorica — digitalizzazione, efficienza, risparmio — ha già fatto breccia nei documenti ufficiali italiani. Il protocollo d’intesa del giugno 2024 tra il Dap e operatori tecnologici prevede un ampliamento delle collaborazioni pubblico-private anche in ambito detentivo. Il piano del Ministero della Giustizia (Piao 2023-2025) parla di “automazione dei processi decisionali” e “interventi innovativi sulla sicurezza interna”.

In Parlamento, una mozione Pd-Verdi per sospendere i fondi Pnrr destinati a progetti di AI penitenziaria è stata rinviata in Commissione per l’opposizione di Lega e Fratelli d’Italia. Nessuna proposta per regolamentare queste tecnologie è stata approvata. Intanto, Amazon e Microsoft forniscono infrastrutture cloud al sistema giudiziario italiano, mentre aziende israeliane come Paragon hanno già accusato l’Italia per uso improprio di spyware.

L’invisibilità come strategia

Nessun annuncio, nessuna legge, nessuna protesta. L’importazione del modello britannico non avverrà con un decreto, ma per sottrazione. Sottrazione di personale, di garanzie, di dibattito. I chip sottocutanei faranno discutere, ma intanto l’Italia sperimenta già un penitenziario algoritmico, senza chiamarlo per nome.

La cronica carenza di agenti penitenziari — denunciata da sindacati e relazioni parlamentari — è il pretesto perfetto per delegare la gestione dei corpi alle macchine. I corpi ci sono, il personale no. Restano i dati. E quelli, a quanto pare, interessano a molti.

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Commissione Antimafia, i familiari delle vittime chiedono di scioglierla: “Ha perso la sua credibilità”

È un atto senza precedenti. Il 29 giugno 2025, ventidue firmatari tra i più autorevoli rappresentanti delle famiglie colpite dalle stragi mafiose e terroristiche – da Salvatore Borsellino a Manlio Milani, da Paolo Bolognesi a Rosaria Manzo – hanno chiesto pubblicamente lo scioglimento e la ricomposizione della Commissione parlamentare Antimafia. Una dichiarazione di sfiducia formale e irrevocabile verso un’istituzione che, per decenni, ha incarnato il tentativo dello Stato di fare luce sulle sue ombre.

La Commissione, si legge nell’appello, “ha perso la sua credibilità” ed è “svilita da polemiche inconcludenti”, incapace di rappresentare la richiesta di verità che proviene dalla parte più colpita e più lucida della memoria pubblica: le famiglie delle vittime.

Le contestazioni

Nel mirino c’è la gestione della presidente Chiara Colosimo, esponente di Fratelli d’Italia, la cui elezione del 2023 fu già accompagnata da dure critiche per i suoi rapporti pregressi con figure controverse, come l’ex terrorista Luigi Ciavardini. La sua conduzione, accusano i firmatari, ha “impresso un taglio unilaterale ai lavori”, concentrando tutta l’attività sull’unica pista dell’inchiesta “mafia-appalti”, in una lettura semplificata che esclude le verità emerse dalle precedenti legislature.

È la stessa accusa lanciata da ex membri della Commissione come Federico Cafiero De Raho e Roberto Scarpinato: audizioni selettive, domande interrotte, un metodo censurante che riduce il lavoro a una narrazione precostituita. Il cuore dell’accusa è politico e metodologico: la Commissione deve indagare, non orientare.

L’ombra lunga di Mario Mori

A rendere la situazione ancora più esplosiva è il ruolo del generale Mario Mori, ex capo del Ros, già assolto nella Trattativa Stato-mafia ma oggi nuovamente indagato dalla procura di Firenze per le stragi del 1993. Le recenti rivelazioni della trasmissione di Rai3, Report, su intercettazioni che lo vedrebbero in contatto con componenti della Commissione hanno sollevato il sospetto che sia lui a orientare i lavori, anche attraverso la sponsorizzazione di consulenti a lui vicini.

Il timore è evidente: un soggetto indagato per quelle stesse stragi potrebbe condizionare le indagini parlamentari che dovrebbero fare luce su di esse. I familiari chiedono che tutte le intercettazioni vengano acquisite e rese pubbliche: “trasparenza, per fugare dubbi e illazioni”.

Memorie contro il revisionismo

L’appello è anche una denuncia contro un tentativo di revisionismo storico: quello che punta a ridurre le stragi del biennio ’92-’94 a una vendetta per un’inchiesta su appalti truccati, cancellando il contesto politico, i depistaggi di Stato, la Trattativa, i mandanti esterni. Una semplificazione che, scrivono i firmatari, “impedisce di approfondire le conclusioni condivise delle legislature precedenti” seguendo i copioni difensivi degli stessi indagati.

È una delegittimazione della ricerca parlamentare come strumento di verità collettiva. È la fine del patto di fiducia tra istituzioni e cittadini.

La frattura con la società civile

La richiesta non ha valore giuridico vincolante – nessuna legge prevede lo scioglimento di una commissione su impulso della società civile – ma ha un peso simbolico enorme. È un atto politico e morale. È una sfiducia pronunciata da chi ha incarnato la memoria della Repubblica nei suoi momenti più bui.

Lo dice chiaramente il Coordinamento nazionale: “Non solo come parte interessata, ma come cittadini italiani riteniamo che sia giunto il momento di chiedere alla politica un’assunzione forte di responsabilità”.

O si cambia, o si chiude

Le richieste sono nette: nuova composizione, nuovo presidente, nuove garanzie di imparzialità. Non un rimpasto, ma un ripensamento radicale, per riportare la Commissione alla sua funzione originaria: indagare il potere, anche quello più vicino, anche quello che siede in Parlamento.

Se così non sarà, se la politica continuerà a ignorare questa frattura, il rischio è che la Commissione Antimafia diventi un guscio vuoto utile solo a rinsaldare versioni di comodo, con il paradosso di un organo nato per combattere la mafia diventato un veicolo per nasconderne le complicità.

Questa volta, non sono le opposizioni a chiederlo. Lo chiedono le voci più autorevoli della memoria civile italiana. E il loro appello risuona come un ultimatum alla coscienza istituzionale del Paese.

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