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Sacra Corona Unita: quelle strane scarcerazioni

Ne scrive Andrea Tundo per Il Fatto Quotidiano ed è una situazione che sfiora il paradosso. Ed è il caso di tenere gli occhi ben aperti. Ben aperti. Ecco qui:

«Altri sei rispediti in libertà dal tribunale del Riesame. Ed è probabile una nuova ondata di scarcerazioni il 5 gennaio. Non solo, perché nei prossimi giorni potrebbe lasciare il carcere anche Carlo Solazzo, presunto killer del figlio di un collaboratore di giustizia. A conti fatti, quasi la metà (se non detenuta per altri reati) è già tornata a casa, ma il rischio è che succeda a tutti i 58 uomini arrestati lo scorso 12 dicembre con le accuse, a vario titolo, di associazione mafiosa, omicidio, danneggiamento, traffico di armi e droga. L’operazione Omega, come l’ha ribattezzata la procura antimafia di Lecce, ha smantellato una presunta cellula della Sacra Corona Unita attiva nel Brindisino. Ma le esigenze cautelari, sostiene il Riesame, non stanno in piedi. E sulla vicenda ha messo gli occhi il ministero della Giustizia, anche alla luce di una lettera che i pm hanno inviato al gip affinché rimettesse mano all’ordinanza.»

Lascia l’azienda ai suoi dipendenti: «devo tutto a loro»

Altro che Paperon de Paperoni, esistono anche milionari dal cuore d’oro e dal portafoglio meno gonfio a causa della generosità. È questo il caso di Éric Belile, il patron francese del colosso della cancelleria Générale de bureautique che, alla soglia del suo pensionamento, ha deciso di rinunciare a una buonuscita di 4 milioni di euro per donare l’attività a chi gli era stato davvero accanto in tutti quegli anni di lavoro: i dipendenti.

Davanti alla decisione da prendere se vendere la Générale a un manager esterno per una cfra a 6 zeri o se cederla ai suoi sottoposti ad un prezzo di favore, Belile non ha avuto dubbi e ha fatto prevalere le ragioni del cuore a quelle economiche. “Non mi importa di perdere 4 milioni di dividendi in 7 anni” ha spiegato il capo dell’azienda d’oltralpe a Ouest France. “Preferisco avere meno soldi in tasca ma sapere che l’impresa resterà ai miei ragazzi”.

Per consentire ai dipendenti di riscattare la Générale, Belile ha proposto loro un accordo chiaro e vantaggioso: dopo il versamento di una somma iniziale, la “cordata” interna restituirà poco a poco l’intera cifra, prendendo l’importo dai ricavi aziendali. E per far sì che l’impresa rimanga in attivo, l’ex capo si è impegnato a formare e affiancare il personale per i prossimi 5 anni.

Del resto, la qualità dei prodotti della Générale è riuscita a fruttare un fatturato di 8 milioni di euro e a portare a una crescita negli ultimi 12 mesi del 25%. “Devo tutto ai miei dipendenti. Per me è naturale che l’azienda rimanga nelle loro mani: abbiamo sviluppato i progetti insieme. Il mio non è un gesto altruista, è il giusto risarcimento”.

Del resto, vendere a qualcuno di esterno avrebbe significato una sola cosa: “Ci sarebbero stati dei licenziamenti” precisa l’imprenditore. Belile ha capito un concetto essenziale ma poco in voga tra i grandi imprenditori: per fare grande un’azienda, non c’è niente di meglio che puntare sul proprio personale.

(fonte)

Organizzare l’eresia, tesserandosi

(Scritto per i Quaderni di Possibile qui)

Ma perché bisognerebbe iscriversi a un partito politico nei primi giorni di un anno in cui potrebbe accadere di tutto? Ma perché bisognerebbe dare credito ai partiti, alla politica, in un tempo in cui la politica (e i partiti) dovrebbero essere ai minimi storici? E perché non ci si dovrebbe accomodare tra chi aspetta “la sinistra che verrà” o peggio tra chi “tanto non verrà niente”? Per essere eretici, intanto: perché il “non c’è alternativa” (così come il più sottile “aspettiamo l’alternativa”) sono le migliori garanzie dell’esistente, sono il siero prodotto in gran quantità per garantire l’autopreservazione della classe dirigente. Questo, intanto. Ma non solo.

Mentre gli altri esultano perché hanno una banca o una giuria popolare noi siamo una comunità. Una comunità lunga come tutta l’Italia e larga quanto sono larghe le declinazioni dei talenti e delle intelligenze. Possibile è un “ufficio del cambiamento” aperto dal pubblico tutti i giorni tutto il giorno. Possibile è il perimetro in cui si studia, si propone, si scrive, si considerano le posizioni e le soluzioni: si fa politica, insomma. E non la si fa aspettando il big bang; si fa per partecipare al big bang e dargli i colori che riteniamo indispensabili per un Paese più giusto.

Possibile è già un’organizzazione. Un’organizzazione fallibile, come tutte le organizzazioni umane, con un cuore grande e in mare aperto. Un’organizzazione che si traduce concretamente in una “cassetta degli attrezzi” per fare politica: per organizzare una lista alle prossime elezioni della vostra città, per trovare le competenze specifiche su un tema, per avere una spalla in campagna elettorale e per organizzare il coraggio, che ne serve moltissimo. Qui non si discute di processi fondativi: ci si ingegna sul programma di governo dell’Italia che vorremo, ci si confronta su come rendere migliori le città, le regioni. Noi, in fondo.

Possibile non è una tessera del tifoso. In Possibile ogni comitato è autonomo (entro il naturale spazio del Patto Repubblicano da cui Possibile nasce) e di comitati ce ne sono già quasi 200. Se siete una decina di persone con la voglia di applicare la Costituzione siete un comitato Possibile. La politica si commenta, si critica ma soprattutto si pratica. E, credetemi, ne vale la pena.
Nei primi giorni di gennaio abbiamo ricevuto un importante numero di rinnovi e soprattutto di iscrizioni nuovissime. Pensateci. Noi vi aspettiamo.
[ISCRIVITI O RINNOVA L’ISCRIZIONE A POSSIBILE]

Il Presidente della Commissione “Scienze, tecnologie e sicurezza” della Nato? Scilipoti. Giuro.

Leggere per credere:

«Nomina prestigiosa per il Senatore, Domenico Scilipoti. L’esponente di Forza Italia sarà il vice presidente della commissione “Scienze, tecnologie e sicurezza” della Nato, ma anche  membro titolare della commissione Nato-Ucraina, che si occupa della delicata situazione nella regione del Donbass, al confine con la Russia.

Scilipoti, nato a Barcellona Pozzo di Gotto il 26 agosto del 1957, riporta il nome di Messina e della sua provincia a sessant’anni dalla nomina di Gaetano Martino a capo del comitato dei “tre saggi”, che fu formato anche dai ministri degli esteri della Norvegia e del Canada, affinchè redigessero il rapporto sui compiti dell’Alleanza Atlantica.

“Sono orgoglioso di rappresentare l’Italia in un così prestigioso palcoscenico istituzionale – ha commentato Scilipoti – La responsabilità di un incarico internazionale in un momento così delicato per gli equilibri geopolitici mi motiva molto e rende il mio impegno politico ancora più appassionato. Il nostro Paese ha già fatto tanto ma deve poter fare ancora di più nella lotta al terrorismo, portando anzi i valori cristiani a fondamento del dialogo con tutte le parti interessate. Porterò con me gli insegnamenti del popolo siciliano che ha fatto dell’accoglienza e dell’incontro tra culture, una ricetta vincente nella storia passata”.»

(fonte)

Il processo sulla presunta tangente Eni (197 milioni di euro) si “salva” per un giudice onorario

Il processo Eni-Saipem, uno dei più importanti dibattimenti per corruzione internazionale, con tangenti contestate per 197 milioni di euro, sarà celebrato solo grazie a un giudice onorario. E’ il risultato di una richiesta di astensione presentata dalle difese del gruppo pubblico- tra i quali l’ex ministro della Giustizia Paola Severino – nei confronti del giudice fin qui designato, Oscar Magi, a causa di un suo pronunciamento in un altro processo per corruzione contro Eni, nel 2013. E di un ingorgo negli uffici giudiziari di Milano, dove non è stato possibile formare un altro collegio giudicante. Lo scrive oggi il Corriere della Sera, sottolineando che l’importante procedimento è finito sulle spalle di Maria Cristina Filiciotti, uno dei 2.100 giudici onorari, vale a dire “non in carriera che (facendo altri lavori, specie avvocati), sono ingaggiati a scadenza, pagati a cottimo sul numero di udienze, privi di pensione-malattia-maternità-ferie-tfr alla stregua di precari del diritto”. Il giudice onorario Filiciotti è chiamata a decidere sulla maxitangente pagata, secondo l’accusa, da Saipem Eni nel periodo 2006-2010 per una commessa da 8 miliardi in Algeria.

La difesa di Eni, spiega il Corriere, aveva presentato la richiesta di astensione perché il giudice Magi, nel 2013, nella sentenza di condanna di Saipem per un analogo caso in Nigeria aveva sostenuto che il modello organizzativo della società fosse inadeguato a prevenire le tangenti. Una convinzione che, secondo i legali, avrebbe potuto condizionare questo nuovo giudizio. La richiesta è stata accolta dal presidente del Tribunale di Milano, Roberto Bichi, assieme al coordinatore penale Cesare Tacconi. Da quel momento è però emersa l’impossibilità di formare un altro collegio giudicante. Nella IV sezione penale, oltre a Magi sono out i due colleghi che si sono pronunciati con lui contro Eni; un quarto è da poco diventato presidente di un’altra sezione; un quinto da gip aveva autorizzato alcune intercettazioni del procedimento, cosa che fa scattare un’incompatibilità per legge. Dato che i giudici per ogni sezione sono scesi da nove a sei, è risultato impossibile formare un collegio. Mentre la X sezione, specializzata in corruzione, sta per affrontare il Ruby ter – sulle presunte false testimonianze in favore di Silvio Berlusconi nel processo concluso con la sua assoluzione – e non può sobbarcarsi un altro dibattimento di quella portata. Risultato: il giudice onorario Filiciotti salverà il collegio affiancando le sole due toghe disponibili della IV sezione.

(fonte)

Gentiloni e la destra che è in lui

Ne scrive Leonardo Palmisano:

A sentirlo, a guardarlo, a valutarlo al primo impatto, Gentiloni non sembra persona di destra. Eppure, a osservare più da presso le politiche messe in campo fino ad ora, soprattutto quelle gestite dal Ministero degli Interni, siamo nel campo della destra piena: un po’ razzista, un po’ populista, un po’ troppo securitaria. Gli italiani scesi in piazza per la fine dell’anno si sono trovati blocchi di cemento e cecchini di Stato sui tetti, mentre nelle periferie le camorre hanno festeggiato in piena libertà con la vendita e l’esplosione clandestina di tonnellate di botti.

Il post è qui, sui Quaderni di Possibile. E Leonardo è un nostro nuovo compagno di viaggio. La ricognizione delle intelligenze e dei talenti continua, se volete partecipare con noi vi basta fare un salto qui.

Perché sui testimoni di giustizia non sia un 2016 bis

(scritto per i Quaderni di Possibile qui)

È successo tutto a cavallo delle feste, coperto dal frastuono dei tappi di spumante e dei canti natalizi, eppure a Reggio Calabria si è consumata una di quelle storie che rimangono incastrate tra i peli della cronaca locale e invece dovrebbe stare sulle prime pagine dei giornali nazionali. Lui è Gaetano Caminiti detto Franco, commerciante reggino, una vita passata a schivare minacce, incendi, tentativi di omicidio, auto saltate in aria, negozio bruciato e un figlio trascinato mezzo morto fuori dalle fiamme. Una vita di minacce quella di Caminiti come succede a molti, troppi, che in questo Paese decidono di denunciare la criminalità organizzata che bussa per diventare socia occulta. Caminiti denuncia, testimonia e contribuisce ad arresti e condanne. Non so voi ma io continuo a credere che gente così, in un Paese ridotto così come siamo messi noi sul tema delle mafie, sarebbe da inserire subito nel prodotto interno lordo della dignità di una nazione.

A Caminiti ad agosto invece decidono di togliere la scorta. “Non c’è più pericolo” gli dicono dal ministero. Se ci pensate dovrebbe essere un momento meraviglioso per chi vive da anni tra le maglie strette della paura quello in cui gli dicono che può stare tranquillo. Ma bisognerebbe fidarsi dello Stato, bisognerebbe. E invece il 29 dicembre, qualche giorno fa, Franco Gaetano Caminiti rientra a casa la sera dopo il lavoro e viene accolto da diversi colpi di pistola mentre stava parcheggiando l’auto. Buchi sulla fiancata, vetri polverizzati: roba da film. Lui si mette al riparo e riesce a scamparla. Cronaca di una fine anno di un uomo che “non corre più pericolo”.

Continuo a credere che (nonostante il morbido silenzio di qualche associazione antimafia che conta) questo Governo (in tutte le sue diverse ma similissime versioni copiative) stia facendo il deserto sui temi della protezione delle persone esposte. Continuo a credere che i responsabili (vice ministro Bubbico in testa) debbano ringraziare l’allentamento della curiosità antimafiosa che negli anni passati sarebbe inorridita per molto meno. Continuo a credere che qualcuno dovrebbe spiegarci, ma spiegarcelo bene, come possa succedere che in Calabria il condannato Scopellitti continui a viaggiare scortato con due auto blindate e Caminiti (ma è uno dei molti nelle stesse condizioni) debba affidarsi alla buona sorte.

Basta. Davvero. Basta. Che non sia un 2016 bis.

Io vorrei un capodanno senza la voglia di ricominciare, ad esempio.

Ho avuto febbre. Passare le feste febbricitanti è come comprarsi un biglietto in prima fila di un film neorealistico su Roma godereccia e magnona attraversata dalle nostre famiglie così larghe da essere slabbrate. Mi sono fermato dallo scrivere perché, sappiatelo, da malato divento un terribile ipocondriaco: ascolto le mie temperature, i miei battiti, i miei mal di gola e l’accelerazione del sangue come uno stonatissimo sommelier attorcigliato alla bottiglia di vino per un tavolo in cui si sono già alzati tutti da un pezzo anche se lui non se n’è accorto.

Stamattina, che è già l’anno prossimo, mi sono detto che forse è il caso di rimettermi in piedi e provare a fare due conti su questo 2016 salutato con la voce troppo alta e i gesti troppo ampi di quando farciamo un ciao con la speranza di non rincontrarci più. Un 2016 che, visto da qui, è stato l’anno degli urli in faccia: gli adulti si urlano in faccia per non ascoltarsi fingendo di non riuscire a parlare. È la fine di ogni comunicazione ma anche di ogni tentativo di elaborazione, è la fine della voglia di analisi: urlarsi in faccia diventa la giungla degli egocentrici schiacciati dall’incapacità di ascolto e dei vendicativi troppo contenti per la demolizione degli altri. Un 2016 in cui nemmeno perdere o vincere sembra essere servito, una cosa così, un anno in cui sono risultati piuttosto ineleganti sia i vincitori che i vinti.

E poi c’è questa voglia matta di ricominciare, questa ansia che ci porta al conto alla rovescia perché si faccia tre due uno zero e si possa credere di avere un nuovo inizio che non debba scendere a patti con l’anno prima. E a me infonde una tenerezza triste questo nostro essere costretti a cercare un anno nuovo per aggrapparsi. Questa Coscienza collettiva di Zeno che ciondola su una sigaretta che sia l’ultima per scacciare le insicurezze che ci si sono accumulate negli angoli delle stanze di casa. Succede per il Capodanno ma succede per ogni nuovo Presidente del Consiglio, per ogni primo giorno della settimana, per ogni rientro dalle ferie, per ogni ultimo giorno prima delle ferie, per ogni colloquio di lavoro andato bene e per ogni colloquio andato male; succede ogni volta che ci promettiamo che sia l’ultima, ogni volta che preghiamo di scansarla. E invece mi sembra un augurio bellissimo quello di arrivare al prossimo anno sperando che non si debba ripartire da zero. O il prossimo lunedì.

Con la voglia di continuare e non di ricominciare.

Il lato oscuro del giornalismo (di Fabrizio Feo)

(di Fabrizio Feo, da Liberainformazione)

“Solo contro una ciurma di miserabili, solo perché tutti gli altri colleghi del suo territorio- tranne una, Giada Drocker, corrispondente dell’Agenzia Italia – sembrano non preoccuparsi più di tanto dell’incubo che sta vivendo uno che ha il vizio di scrivere”.
Lo ha scritto senza giri di parole su Repubblica Attilio Bolzoni parlando  della vicenda di Paolo Borrometi cronista siciliano, sotto scorta dopo avere subito minacce e aggressioni. Parlando del processo al capo cosca che ha preso di mira Paolo Borrometi, si legge: “…Nell’Italia dei 30 giornalisti sotto scorta, delle tremila minacce ricevute e dei 30mila atti intimidatori subiti dal 2006 da chi fa cronaca, il processo contro lo ” zio Titta” alla sua seconda udienza ha segnato nuovamente la diserzione in massa dei cronisti locali nonostante la costituzione di parte civile degli Ordini regionali e nazionali dei giornalisti e della Federazione nazionale della Stampa”.
È proprio questo il punto: la prima barriera difensiva di chi fa il cronista, in quelle periferie del Paese che sono frontiere – e ormai non più solo li – è la solidarietà attiva dei colleghi degli altri giornalisti. Innanzitutto quella dei colleghi del luogo. Solidarietà che si può manifestare, se si vuol farlo concretamente, in un unico modo: condividendo l’impegno di chi è minacciato. Impegnandosi nel racconto dei fatti scomodi, nella denuncia. Purtroppo però sono infiniti gli interrogativi su cosa vogliano dire oggi per molti di noi giornalisti parole come impegno, solidarietà, colleganza. E c’è da chiedersi perfino se, per molti noi, quelle parole abbiano – come dovrebbero – un senso.
E poi, su un altro versante, altrettanti interrogativi incombono su quale sia il senso, la misura di parole come deontologia, etica, regole, indipendenza, impermeabilità a condizionamenti di ogni genere. Tanto più se i condizionamenti vengono da ambienti contigui alle organizzazioni criminali o direttamente da esse. Non sono domande astratte.
Accade ad esempio una cosa strana: molti giornalisti ed organi di informazione – locali e non – pare non si siano accorti  di  quanto sia grave il contenuto  di  tre dei provvedimenti cautelari richiesti o emessi dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria tra maggio e luglio scorsi.
Libera Informazione ne aveva già parlato in agosto. Eppure su questa vicenda negli ultimi sei mesi è sceso un silenzio pressoché totale. È come se la categoria, e i suoi organismi, colleghi di solito sempre attenti al contenuto degli atti della magistratura inquirente, fosse precipitata improvvisamente in una sorta di cecità o di amnesia collettiva.
Ecco il punto: si tratta dei numerosi riferimenti al ruolo svolto da alcuni giornalisti incrociati da polizia e carabinieri e Guardia di Finanza nel corso delle indagini sull’ex parlamentare Paolo Romeo e l’avvocato Giorgio de Stefano esponente di una storica famiglia di ndrangheta, nonché su molti politici, funzionari pubblici e affaristi, collegati alla “Mamma santissima”, la cosiddetta “Super cupola” della mafia calabrese.
Alcuni giornalisti, stando a quei documenti, sarebbero stati avvicinati per scrivere a favore o contro di questo o di quello. E ad avvicinarli sarebbe stato Paolo Romeo. Non uno sconosciuto, ma un ex parlamentare condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, protagonista in più di un’occasione di vicende non limpide e noto per i suoi stretti rapporti con figure di vertice di potenti famiglie della ‘ndrangheta, già prima delle inchieste divenute di pubblico dominio tra maggio e luglio scorsi.
I giornalisti, scrivono i magistrati di Reggio, sarebbero finiti negli atti d’indagine non solo perché erano direttamente in contatto con Paolo Romeo, “più volte a diposizione del Romeo, per le campagne di stampa che lo stesso organizzava”, perché da lui utilizzati per “diretti servigi“, ma anche per la “capacità d’influenzare ed orientare l’operato di altri inconsapevoli giornalisti, in funzione delle sue strategie. Per una “azione di infiltrazione” nel mondo giornalistico.
Parole pesanti.
E chi avrebbe dovuto almeno chiedersi perché non ha aperto bocca. Ma come? Tutti pronti a parlare di legalità, in astratto, e poi quando c’è da pretendere quanto meno chiarezza…muti. E silenziosi invece non si può rimanere: oltretutto i primi ad essere colpiti da una vicenda del genere sono i tanti giornalisti coraggiosi che in Calabria non si sono piegati e rischiano  grosso ogni giorno.
Una vicenda, quella di Reggio, che sorprende, ma fino ad un certo punto. Non è la prima volta che accade una cosa del genere.
Un esempio. Nove anni fa la procura di Catanzaro dispose numerosi arresti nei confronti dei presunti appartenenti ad un gruppo criminale accusato di aver trasformato il porto di Amantea in una cosa propria. Dagli atti di quella inchiesta (ordinanza di custodia cautelare “Nepetia”) emerse che il personaggio di vertice del gruppo criminale, Tommaso Gentile, condannato per reati di stampo mafioso, aveva incontrato, proprio nel porto, un giornalista. Il giornalista aveva fatto un accurato racconto su alcune vicende che gli stavano a cuore al boss, che a sua volta aveva fatto al giornalista confidenze sul suo rapporto con un politico locale. Tutto intercettato.
In un’altra occasione ancora – spiegavano i magistrati di Catanzaro – Gentile aveva contattato il medesimo giornalista per accertarsi che non venissero scritti articoli a proposito di un attentato. Anche qui tutto intercettato.
Ebbene non risulta che le circostanze abbastanza anomale – per usare un eufemismo – contenute nell’ordinanza di custodia cautelare Nepetia abbiano fatto saltare sulla sedia. Quanti ne erano all’oscuro e quanti voltati dall’altra parte?
Per non parlare dell’informazione on line locale: in Calabria ci sono testate che, ogni giorno, fanno il proprio dovere, e anche di più, con pochissimi mezzi e tantissimo coraggio. Ma ce ne sono anche altre che, per dirne una, attaccano con violenza il lavoro di chi osa occuparsi di vicende illecite, di interessi dei loro padroni palesi od occulti.
C’è chi ha perso la rotta, c’è anche chi non l’ha mai avuta, ma anche chi non fa nulla per sanzionare condotte che violano le regole e infangano un’intera categoria. E non accade solo in Calabria.
Nessuno si aspettava o si aspetta processi, tanto meno giudizi sommari. Del resto non si sa nemmeno se la magistratura abbia approfondito o intenda approfondire le  circostanze di cui abbiamo parlato.