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Salvini diceva: “Lei spaccia?” al tunisino. Perché oggi non lo chiede al suo candidato in Emilia?

Ora Salvini può riattaccarsi al citofono. Ci ricordiamo tutti quando, con uno strano senso del garantismo, che come al solito dalle sue parti funziona a fasi alterne secondo la convenienza, andò a scampanellare all’abitazione di un presunto spacciatore mandando le sue generalità in diretta Facebook in giro per tutta l’Italia, tutta merce buona per il suo refrain che “la droga uccide” e che a portare la droga sarebbero solo gli stranieri.

Questa volta tra l’altro Salvini non ha nemmeno bisogno di chiedere informazioni in giro nel quartiere perché in questo caso nome e cognome è scritto a chiare lettere nell’ordinanza cautelare firmata dal gip Sandro Pecorella. Luca Cavazza ha 27 anni ed è un tesserato della Lega di Salvini che si è molto speso nell’ultima campagna elettorale (in realtà con un risultato piuttosto risibile) in favore della candidata Borgonzoni alle ultime elezioni regionali e, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbe uno degli uomini che faceva sesso con ragazze minorenni offrendo in cambio cocaina.

Per noi vale ovviamente la presunzione di innocenza. Ma ragionando con la stessa logica con cui Salvini ha scampanellato al ragazzo di Bologna, il leader leghista dovrebbe chiedere a Cavazza se spaccia, o visto che si trova da quelle parti dovrebbe chiedergli anche se trova normale indurre alla prostituzione delle ragazzine in cambio di cocaina. Cavazza è un ex tesserato di Forza Italia che negli ultimi anni (come è capitato a molti) è saltato sul carro vincente della Lega salviniana in cerca di un posto al sole: agente immobiliare, era già salito al disonore delle cronache per un suo vecchio post del 2016 su Facebook in cui visitando la tomba di Mussolini a Predappio inneggiava al fascismo. È anche molto conosciuto nell’ambiente dei tifosi della Virtus.

“Diffidate da chi vi dice che la politica è tutta merda e malaffari. La politica, per come la intendo io, è tutt’altro”, scriveva il 27 gennaio. Il 23 gennaio urlava “giù le mani dai bambini” riferendosi ai fatti di Bibbiano. Chiamava “letame” “quei giocolieri da strada, casinari e sozzi fuori sede mantenuti dai paparini che con la mia/nostra Bologna non hanno nulla da scompartire!”, con evidenti problemi anche con la lingua italiana. Ora Salvini faccia il capitano duro e puro: passi da Bologna per citofonare al suo pupillo e poi ci regali un’imperdibile diretta Facebook per raccontarci com’è andata.

Leggi anche: 1 . L’avvocato a TPI: “Salvini potrebbe essere denunciato, 4 ipotesi di reato” per aver citofonato al tunisino /2. “Lei spaccia?”. Salvini che citofona a casa di un tunisino è il vero punto di non ritorno (di L. Telese) / 3.Se Salvini può citofonare sentendosi uno sceriffo la colpa è nostra: ormai tutto è permesso (di L. Tosa) / 4. Salvini vada a caccia di spacciatori senza telecamere e senza scorta (di L. Tomasetta)

L’articolo proviene da TPI.it qui

420 milioni di euro a settimana

dollari-buco-nero-estesaAll’apice del suo splendore, Pablo Escobar intascava 420 milioni di dollari a settimana ed era uno dei signori della droga più ricchi di tutti i tempi. I soldi arrivavano in quantità così esagerate che Escobar era costretto a nasconderli nelle sue aziende agricole sparse per la Colombia, in magazzini diroccati e perfino dentro i muri delle case dei membri del cartello. Come racconta il fratello del boss, Roberto Escobar: “Pablo guadagnava così tanto che ogni  anno il 10% del suo patrimonio cash veniva mangiato dai ratti, perso o distrutto dall’umidità”.

i parla circa di 2,1 miliardi di dollari, visti gli introiti di cui si parlava, che il capo del cartello di Medellin non si accorgeva nemmeno di perdere per tanto fosse ricco. In un’intervista del 2009, Juan Pablo Escobar aveva detto che suo padre bruciò 2 milioni in banconote per riscaldare lui e la famiglia durante una fuga notturna. Uno dei problemi maggiori del boss era poi organizzare tutti quei soldi: Roberto Escobar scrive che il cartello spendeva circa 2,500 dollari tutti i mesi per le fascette necessarie per legare le mazzette di banconote.

(fonte)

Due tonnellate di cocaina a Reggio

Provate ad immaginare quante siano due tonnellate di cocaina. Divise in buste appiattite dentro una scatola. Quanti nasi da sfamare. Oggi. A Reggio Calabria.

Due tonnellate di cocaina provenienti dal Sudamerica sono state sequestrate dalla Guardia di Finanza. Nella maxi operazione in materia di contrasto al traffico internazionale di stupefacenti del nucleo di polizia tributaria di Catanzaro, coordinata dal procuratore aggiunto di Reggio CalabriaNicola Gratteri e svolta in collaborazione con numerose forze di polizia straniere, sono state emesse 24 ordinanze di custodia cautelare, in provincia di Reggio Calabria e all’estero. Alle ore 11,30 si terrà una conferenza stampa presso la procura di Reggio Calabria con il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho e il procuratore aggiunto Nicola Gratteri. “Finora abbiamo recuperato 2mila chili di cocaina – ha detto Gratteri ai microfoni di RaiNews24 – Quello della droga è un traffico da arginare molto difficile, serve un sistema omologo a livello europeo”.

Le riunioni della droga a Milano sotto le mutande dei Papalia

Un luogo: l’Ortomercato di Milano. Un’ipotesi: atti estorsivi, minacce, recupero crediti. La vittima è un grossista, forse campano. Il mandante delle violenze è invece calabrese. La notizia arriva sul tavolo della Guardia di Finanza di Milano nella primavera del 2012. Partono le intercettazioni. Nella rete finisce un personaggio di Reggio Calabria che non ha interessi nella struttura di via Lombroso. Gestisce, invece, una sala di slot-machine a Corsico. E lo fa per conto di uno degli eredi della cosca Papalia. La storia così cambia faccia. L’Ortomercato esce di scena. Si parla di ‘ndrangheta, di droga, di giovani boss e di un clamoroso summit registrato nell’ordinanza d’arresto emessa il 28 maggio 2013 dal gip Simone Luerti a carico di sette persone (l’ottava è ai domiciliari) accusate di traffico di droga.

Ecco allora i fotogrammi di un incontro che ricorda lo storico vertice del 1981, quando ai tavolini del bar Lyons di Buccinasco si accomodarono i maggiori rappresentanti delle cosche di Platì, Africo e San Luca. Il gotha della ‘ndrangheta. Sono le sette di sera del 6 settembre 2012. Davanti al ristorante La Romantica di Buccinasco arriva una Fiat Croma. A bordo c’è Antonio Papalia classe ’75 (attualmente solo indagato). Non uno qualsiasi, ma il nipote dei fratelli Papalia (Antonio, Rocco e Domenico) che per tutti gli anni Ottanta dai bar di Buccinasco hanno comandato gli affari della ‘ndrangheta in tutto il nord-Italia. Storia di sangue e sequestri chiusa con l’inchiesta Nord-sud. Nel 1997, i tre fratelli saranno sommersi da anni di carcere. Allora Antonio Papalia non ha ancora 18 anni. E nonostante la giovane età si mette in pista assieme ad altri due compari per uccidere l’allora sostituto procuratore dell’antimafia milanese Alberto Nobili. Tra i calabresi di Buccinasco le cose sono chiare. I vecchi boss istruiscono i giovani picciotti: “Ve lo prendete questo qui (Nobili, ndr) ve lo prendete altrimenti ce la canta”. Le “bocche di fuoco” della ‘ndrangheta vengono bloccate dagli arresti. E’ il 1993. Antonio Papalia finisce in carcere. Per ricomparire, quasi vent’anni dopo, davanti al ristorante di Buccinasco. Qui ha appuntamento con altri personaggi di peso. Nell’ordine arriveranno il nipote di Diego Rechichi, storico braccio destro del super boss Rocco Papalia, il latitante Antonino Costa, legato alla cosca Bellocco, il suo fiancheggiatore Francesco Romeo Vincenzo Galimi, imprenditore di Palmi legato alla potente cosca Gallico. In quel settembre Galimi è latitante. Lo cerca la procura di Reggio Calabria per l’inchiesta Cosa mia sulla spartizione degli appalti di un tratto dell’A3. Galimi, ricostruisce l’accusa, attraverso le sue società e per conto della ‘ndrangheta, negli anni ha ottenuto diversi appalti pubblici anche da contractor importanti come Impregilo. Questi i protagonisti. Tutti rappresentanti di alcune tra le più influenti cosche della ‘ndrangheta. Perché si sono dati appuntamento? Cosa dovevano discutere? Omissis.

L’Ortomercato questa volta non c’entra. Qui a far girare l’indagine è la cocaina. Se ne parla il giorno dopo il summit. Davanti al Mc Donald’s di piazza Argentina. C’è il duo Romeo-Costa arrivato per vendere la roba agli emissari dei Papalia. Una settimana dopo, Antonino Costa sarà arrestato dai Baschi Verdi. I militari lo trovano davanti alla stazione di Lambrate in compagnia di Romeo. Per mesi, il giovane picciotto dei Bellocco ha vissuto in un appartamento di via Padova al civico 70. Finirà in carcere un altro protagonista del summit al ristorante La Romantica. Vincenzo Galimi viene bloccato ad Arezzo l’11 novembre 2012.

Gli arresti, però, sono solo inconvenienti del mestiere. Il traffico continua. Anche l’indagine. In carcere finisce Massimo Aveta “titolare di fatto” del ristorante Kitchen story in via Pier della Francesca 2, frequentatissima strada della movida milanese. Aveta, secondo il gip, acquista e spaccia cocaina nel suo locale. Locali e bar sono luoghi decisivi di questa storia. In via Inama ne spunta un altro, il cui titolare (non arrestato) fa da intermediario tra i Papalia e acquirenti liguri.

C’è la cocaina, ma non solo. Parallelamente gli investigatori ricostruiscono i nuovi assetti della cosca Papalia. Emerge la figura di Diego Rechichi (arrestato). Non uno qualsiasi, ma lo storico factototum di un boss di peso come Rocco Papalia. Finirà in carcere negli anni Novanta. Condannato a 30 anni, era tornato a vivere in via Marconi 20 a Gudo Gambaredo. Da qui e con sporadici viaggi in Calabria, gestiva gli affari della droga. Business che, invece, il giovanissimo Francesco Barbaro (arrestato) gestiva dai domiciliari. Nato a Locri nel 1986 è il nipote di Antonio Papalia. Nel 2007 finisce dentro perché si porta in giro oltre 4 chili di cocaina pura al 90%. Un vero tesoro che, tagliato all’ingrosso, avrebbe prodotto qualche milione di euro. Il giovane Barbaro è già un boss e come tale si comporta soprattutto quando qualcuno non paga il dovuto. Ad esempio 5mila euro per una fornitura di marijuana. Chi non paga è Antonio Finis, anche lui arrestato oggi. Con il calabrese si giustifica. Dice: “Non ho ancora niente, appena ho vi vengo a trovare”. Parole che non attaccano con il piccolo principe della ‘ndrangheta: “Voi – scrive Barbaro in un sms – avete preso l’impegno a me non riguarda, comunque passate così vi spiego cosa non avete capito”.

(via)

 

Favoreggiamento culturale alla mafia: il portacocaina esposto al Salone del Mobile di Milano

Si chiama Mela Tiro e in un Italia che in tanti sogniamo sarebbe segnalato da tutti i quotidiani, i blog e recluso nelle cazzate di marketing di qualche imprenditore smandrappato che lucra (anche solo idealmente) sull’illegalità. Non so se sia reato, (anzi no, ma lo vorrei tanto il reato di concorso culturale esterno alla mafia) ma meriterebbero la gogna. Almeno quella. Tirata addosso.

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La scatoletta é prodotta da un nuovo brand torinese, Snow White. É un piccolo portaoggetti a forma di mezza mela, proposto in varie versioni ed in dimensioni ridotte (sta in tasca o in una piccola borsetta). La proposta di Snow White é provocatoria ed ironica, tanto che hanno anche messo in commercio una linea di abbigliamento contraddistinta dal motto “Mela Tiro”.

L’idea pare sia nata durante il salone nautico di Cannes, dove oltre ai mega-yacht la cosa che saltava all’occhio di più era il consumo di cocaina. Rifacendosi alle storie che si raccontano sulle famose feste moscovite, in cui sui tavoli sono appoggiati vassoi carichi di neve che i partecipanti sniffano senza pudore, ai due imprenditori torinesi è venuto in mente di produrre un contenitore per un consumo più “stiloso” ed ordinato. E da lì in breve tempo una semplice idea è diventata un vero e proprio prodotto ironico, e dagli usi più disparati.

Insomma dagli eccessi dei mega-party russi alle feste in giro per l’Italia, grazie anche al successo immediato che la scatoletta sta riscuotendo al Fuori Salone di Milano, dove lo stand di Snow White é letteralmente preso d’assalto dai curiosi di ogni genere e tipo (si dice che persino una suora non abbia resistito alla curiosità ed abbia voluto chiedere candidamente di cosa si trattasse).

Dal 19 aprile la Exciting Box sarà in vendita su www.SnowWhiteLuxe.com 

 

‘Ndrangheta a Milano, i Pelle, la coca e gli spari alle vetrine

saracinesca_internaLa notte tra venerdì e sabato 23 marzo 2013, le serrande del lounge bar Stardust sono state colpite da cinque proiettili. Due giorni dopo il locale doveva essere comprato da un imprenditore milanese. Ex titolare è Giovani Scipione legato alle cosche di San Luca.

Cinque colpi di pistola contro le serrande di un locale in piazza Bernini a Milano. L’ultimo capitolo dell’infiltrazione mafiosa nel cuore dell’ex capitale morale d’Italia riparte da qua. Dalle tre vetrine dello Stardust. E da quei fori di grosso calibro penetrati all’interno fino a mandare in frantumi le vetrate del bancone di questo lounge bar di lusso. Il locale è stato chiuso circa un anno fa, dopo che uno dei suoi titolari è inciampato in un’indagine su un massiccio traffico di droga coordinato da Angelo Antonio Pelle, originario di San Luca, legato alla famiglia Giorgi, a sua volta coinvolta nella strage di Duisburg del 15 agosto 2007‘Ndrangheta ai massimi livelli, che, stando alla ricostruzione fatta dalla squadra Mobile di Roma e dal Ros di Milano, sotto la Madonnina aveva la sua centrale della cocaina. Qui la polvere arrivava dal Sudamerica per poi scendere verso la Capitale.

L’indagine romana si chiude nel maggio del 2012 con 40 arresti. Parallelamente a Milano indaga il Nucleo operativo speciale all’epoca comandato dal colonnello Alessandro Sandulli. Obiettivo: fotografare gli interessi delle cosche di San Luca in riva al Naviglio. In questo modo i militari arrivano in piazza Bernini davanti allo Stardust. E non a caso. Visto che uno degli ex soci del locale con una quota del 20% è Giovanni Scipione, nato a Locri nel 1981, ma residente a Milano in via Andrea Costa. Scipione sarà arrestato dalla squadra Mobile di Roma perché organico al cartello dei narcos calabresi con un ruolo preciso: “Offrire rifugio e assistenza logistica ai latitanti, mettere a disposizione schede telefoniche e auto a noleggio, da usare per i trasporti”. E infine “curare la gestione della ricezione della cocaina e del successivo smistamento delle partite nel mercato illecito”. Capo d’imputazione sostanzialmente identico per il fratello Santo Rocco, anche lui residente in via Andrea Costa. I due risultano nipoti di Santo Scipione, alias papi, classe ’33 oggi latitante. L’anziano trafficante inoltre risulterà in costante contatto con Angelo Antonio Pelle. Per chiudere il quadro ecco le parole del giudice per le indagini preliminari Massimo Di Lauro. “Nel capoluogo lombardo, Angelo Pelle ha sfruttato la disponibilità dei due fratelli Scipione”.

E così mentre nella Capitale, la squadra Mobile comandata di Vittorio Rizzi scrive la mappa delle piazze di spaccio, al nord i carabinieri riannodano rapporti e contatti. Intercettazioni, tabulati telefonici e servizi di appostamento delimitano la zona della città, compresa tra via Padova, via Porpora e piazzale Loreto. Una fetta di Milano che in passato ha fatto da sfondo agli affari criminali del boss Giuseppe Onorato regolati ai tavolini dell’Ebony bar di via Ampere. Stessa strada dove abita il siciliano Giuseppe Bellinghieri, alias Pippo l’americano, il quale tiene i rapporti tra Pelle e i fratelli Scipione. Nel 1998 viene coinvolto in un traffico di auto di grossa cilindrata. All’epoca la squadra Mobile di Milano annota: “Giuseppe Bellinghieri, personaggio scaltro e intelligente, dalla spiccata proclività a delinquere, ritenuto appartenente ad un’associazione a delinquere di stampo mafioso per i suoi assidui contatti con Angelo Epaminonda”. E ancora: “Il 27 giugno 1991 personale del I Commissariato di Roma lo sottopose a controllo di Polizia unitamente al pregiudicato Salvatore Contorno, noto esponente della mafia siciliana”.

Via Ampere, via Andrea Costa, non distante piazza Bernini e lo Stardust. Questa la geografia delle potenti cosche di San Luca a Milano. Geografia ancora parziale visto che dopo gli arresti di Roma, anche il Ros sospende le proprie informative. Agli atti, però, restano i dialoghi catturati da una microspia piazzata nell’appartamento milanese degli Scipione. All’interno della casa, gli investigatori trovano il passaporto di Rocco Santo Scipione. Annotano: “Attraverso l’esame del timbro apposto dall’Ufficio Immigrazione, si rilevava che lo stesso era rientrato in Italia in data 29.05.2010, proveniente dalla Colombia”. Di più: al civico 33 di via Andrea Costa troverà alloggio Angelo Pelle, durante il periodo della sua latitanza, ma anche Luigi Martelli, luogotenente del boss incaricato di coordinare il traffico di droga tra Roma e la Calabria.

L’ultimo capitolo di questa storia (ancora tutta da scrivere) si chiude così tra la sera del 22 marzo e la mattina del 23 marzo 2013. Poco dopo le tre, la custode del palazzo di piazza Bernini viene svegliata da quelli che lei pensa siano petardi. Sono, invece, colpi di pistola. Cinque, tutti contro la serrande di sinistra dello Stardust. La scoperta sarà fatta solo il lunedì successivo, quando davanti al locale si presentano i due nuovi acquirenti, padre e figlio che vogliono rilevare il locale dal vecchio titolare, una donna sudamericana che dopo averlo preso non lo ha mai aperto. Impossibile, però, sapere perché. Certo le coincidenze degli spari due giorni prima dell’arrivo dei nuovi compratori insospettiscono e non poco la polizia che ben conosce il passato criminale dello Stardust.

(da Il Fatto Quotidiano)

La mafia a Brescia, la mafia in Lombardia: «Siamo tutti complici»

da BresciaToday

Parlare di mafia si fa sempre più complicato, i tentacoli della Piovra si fanno sempre più vasti, più di quanto si possa immaginare, “ce li abbiamo fin sotto casa“. Con la complicità di tanti, non solo la classe dirigente, con “i pentiti trattati come eroi”, e la Regione Lombardia che dentro di sé, quasi come una qualità oggettiva, possiede “il concime ideale per la proliferazione mafiosa”. A Castegnato il primo incontro del ciclo Mafie al Nord, con Giuseppe Giuffrida (direttore del Distretto Antimafia di Brescia e responsabile dei beni confiscati di Libera Brescia) e Giulio Cavalli (consigliere regionale di SEL), da sempre impegnati nel tenere alta l’attenzione, per non far chiudere gli occhi, per non “farti voltare dall’altra parte”.

In Lombardia e a Brescia, spiegano i relatori, “siamo stati bravi solo a nascondere tutto sotto la sabbia, a fare finta di niente”, giustificando “imprenditori e politici spericolati, giullari e prostitute” e, come detto, con responsabilità comuni. “Una Regione che ha già perso, la Regione dove si vende e si consuma un terzo della cocaina del Paese, dove le infiltrazioni mafiose cominciano dalle banche, si legano ai ricchi imprenditori ma anche ai poveri, con i ricatti, con l’usura”. Spuntano supermercati “come funghi”, strutture commerciali che “non hanno abbastanza clienti per mantenersi”, un fenomeno inarrestabile che allora “non è solo politico”, sale slot e videopoker “piazzati secondo zone d’interesse, fuori dalle leggi del mercato, come se ci fosse un suggeritore”, panettieri e panifici che “non hanno bisogno di vendere pane per guadagnare”, case e capannoni “prima costruite e poi invendute”.

E ancora le coincidenze che si ripetono, la storia di Daccò “con lo stesso odore di quelle di Fiorani e di Sindona”, i faccendieri “amici degli amici in grado di far valere quando serve il loro legame con quelli che contano”, quando la piccola Denise a soli 20 anni è già testimone di giustizia. Il riciclaggio, la memoria di comodo, problemi “culturali e morali”, il reato 416 in cui “tre o più persone cercano di accrescere il proprio bene privato a discapito del bene pubblico, giù al Nord quasi una costante”, o il 416/bis a cui si aggiungono “minacce e intimidazioni”.

Scelte suicide come “la spinta all’intolleranza verso i deboli e non verso i prepotenti”, frammenti di un puzzle davvero troppo grande di cui però bisogna sfatare i luoghi comuni, “perché sappiamo tutti che Provenzano e Riina erano solo ‘pezzi’, piccole parti di un apparato gigantesco, senza mai sapere chi fossero gli statisti quelli puri, abbiamo avuto paura delle loro ombre, di gente che neanche meritava considerazione”.

Una bruciante conclusione quella di Cavalli e Giuffrida: “La paura può essere lecita, l’indifferenza invece no. Chi non prende posizione è come se fosse un colluso, l’antimafia educata non esiste. La mafia non si combatte con l’impegno straordinario di pochi, si combatte con l’impegno quotidiano di tanti. Prima di tutto dobbiamo imparare a sconfiggere la mafia che c’è dentro di noi”.

Omertà e ‘ndrangheta in Lombardia: intervista per Panorama

di Arianna Giunti (pubblicato su Panorama.it)

Sulla ‘Ndrangheta l’errore principale sa qual è? Che non riusciamo mai ad avere una visione di insieme. E ad uscire dalla classica trama da film”. Lui, invece, Giulio Cavalli, 35 anni, attore, scrittore, regista e soprattutto consigliere regionale del partito Sinistra Ecologia e Libertà, da sempre attivo nella lotta alla criminalità organizzata combattuta anche a colpi di piècesteatrali (e per questo sotto scorta da tre anni) un’idea ben precisa ce l’ha: “Cosa Nostra, con il fenomeno del pentitismo, ha perso credibilità agli occhi della criminalità organizzata straniera, in particolar modo con quella sudamericana. Che, allora, ha iniziato a fare affari con la ‘Ndrangheta. Reputando i boss calabresi più affidabili e – ai loro occhi – credibili”.

La ‘Ndrangheta si conferma ancora una volta come l’organizzazione criminale più capillare e silenziosa. Un “silenzio”, che lei ha sempre cercato di infrangere smuovendo le coscienze. Ma – le indagini lo dimostrano – sono sempre poche le persone che denunciano e che collaborano. Persino in Lombardia.

Ci dimentichiamo ogni volta che la grande forza della ‘Ndrangheta è quella di mimetizzarsi fra l’economia cosidetta “normale”, perché punta tutto sulla grande disposizione di liquidità. Parallelamente agli affari “sporchi”, come appunto il traffico di droga, ci sono quelli leciti. Che sono sempre lungimiranti.  Loro sanno sempre dove investire, individuano un attimo prima il settore in via si sviluppo che può essere più fruttifero. Pensiamo specialmente a quello delle sale gioco, il bingo, o le costruzioni. E poi, possono fare affidamento su avvocati scaltri e potenti, che trovano cavilli e scappatoie alle leggi. Vantano appoggi negli ambienti della massoneria e persino in quelli delleProcure.

E a quanto pare, viste le recenti inchieste, le infiltrazioni sono anche in campo politico.

A me farebbe comodo dire che queste “aperture” si sono manifestate più nell’area di centro destra che nel centro sinistra. Ma direi il falso. Loro cercano di corrompere chi governa, a prescindere dal colore. Questo è un problema politico, non partitico. Il fatto è che il Nord ormai è una terra di emergenza.

E cosa da dove si dovrebbe partire, secondo lei, per arginare l’impero della ‘Ndrangheta?

Innanzitutto, occorre fare un lavoro a livello capillare, sul territorio. La Prefettura, ad esempio, deve essere un presidio dello Stato nel territorio, e le leggi per contrastare la criminalità organizzata ci sono. Ma vanno applicate. Occorre che i prefetti siano più coraggiosi, e che non lascino gli atti eroici alle singole amministrazioni locali.

Solo pochi giorni fa gli investigatori hanno portato a segno l’ennesima operazione contro la ‘Ndrangheta al Nord, effettuando 37 arresti. Il procuratore aggiunto Ilda Boccassini ha sottolineato ancora una volta la pericolosa tendenza degli imprenditori lombardi a “piegarsi” al sistema mafioso. Senza denunciare.

Questo infatti è un quadro allarmante. Che, da padre, mi spaventa per il futuro dei miei figli. Dalle indagini emerge come i boss calabresi si sentano impuniti, tanto da poter agire quasi alla luce del sole, portando “stili” sempre più calabresi in Lombardia. Pensiamo solamente alla costruzione delbunker, che gli investigatori proprio nel corso di questa indagine hanno scoperto. Finora non si erano mai spinti a tanto. E – anche in maniera pratica –non è una cosa facile da fare. Occorrono deipermessi edilizi, imprese di costruzioni compiacenti, vicini di casa che fingono di non vedere cosa sta accadendo. Ripeto: il quadro è allarmante. Sul fronte degli imprenditori strozzati dalla crisi economica che chiedono prestiti agli usurai della ‘Ndrangheta, e non denunciano, però, il discorso è diverso: chiediamoci cosa facciamo noi, come Stato, per loro. E perché siamo arrivati a questo punto.

Ma, a livello sociale, c’è la speranza che l’opinione pubblica venga quantomeno sensibilizzata?

Certo che la speranza c’è. Ma il lavoro è difficile. E occorre che ognuno di noi faccia qualcosa, senza sentirci sempre vittime, senza subire. Dall’impiegato di banca che segnala l’apertura di un conto corrente “sospetto”, all’imprenditore vittima del racket che trova la forza di denunciare: ciascuno di noi può fare qualcosa.

Recessione e mafie 3 – L’Africa e le vie della droga

africadi Carlo Ruta

Più di qualsiasi altra parte del globo, l’Africa evoca calamità e regressioni militari, nondimeno costituisce, oggi più che in passato, un mondo eterogeneo, anzitutto sotto il profilo economico. Se l’immensa regione centrale, di cui è emblema Korogocho, la “favela” più popolosa del mondo, rimane infatti irriducibilmente povera, l’intera fascia settentrionale va progredendo, agganciandosi addirittura al trend di paesi come India e Cina, che in questo momento, come detto, fanno argine alla recessione. Tutte le regioni continentali sono comunque accomunate da un fenomeno in crescendo, la domanda di narcotici: dalla cannabis che, secondo l’Unodc, copre il 63 per cento dei consumi continentali di droghe, alla cocaina, che copre in Africa il 20 per cento della domanda globale. Tenuto conto delle enormi sacche di povertà del continente, tutto questo può apparire paradossale. Testimonia comunque quanto il narcotraffico possa discostarsi dalle logiche della normalità economica, in taluni casi fino a sovvertirle, traendo vantaggio da emergenze di ogni tipo.

Nel contesto di una economia globale che ha aperto a inedite e impetuose colonizzazioni, su questo continente il narcotraffico ha puntato in modo strategico. I cartelli sudamericani hanno avocato a sé territori importanti, fino a farne appunto un mercato in crescita. Ma hanno fatto di più, aprendo in Africa un corridoio relativamente sicuro per l’introduzione della coca in Europa. Dalle coste del Brasile, la polvere bianca, proveniente dalla Colombia, dal Perù e dalla Bolivia, attraversa l’Atlantico per approdare lungo le coste dalla Guinea Bissau e della Sierra Leone. Dopodiché, fatte salve le partite riservate al consumo continentale, risale lungo varie piste, che possono interessare la Mauritania, la Costa d’Avorio, la Nigeria, il Niger, il Ciad, per raggiungere le coste mediterranee del Nord Africa, dal Marocco alla Tunisia, dove viene imbarcata su navi di piccolo cabotaggio e pescherecci diretti in Spagna, in Italia, in Grecia, nelle coste balcaniche. I numeri che vengono proposti dall’Unodc, ricavati dalla curva dei sequestri nell’ultimo decennio, appaiono già considerevoli. Si ritiene infatti che circa la quarta parte dei carichi di narcotici introdotti in Europa dal Sud America segua la rotta africana. Tale stima, che si fonda appunto su certificazioni territoriali, potrebbe essere tuttavia poco indicativa, per difetto, almeno per due ragioni. La prima è politica. Allo stato delle cose è verosimile che determinati paesi vadano rendendosi permeabili al commercio di droghe. La seconda è di terreno. Le aree desertiche del nord, in cui transitano quantitativi importanti di narcotici, sono troppo estese per poter essere sottoposte, laddove pure si volesse, a controlli significativi.

I narcos non sono stati beninteso i soli a puntare sul continente. Seppure con circospezione, si sono mobilitati pure ambienti dell’oppio del sud-ovest asiatico, ravvisando un terreno idoneo nella regione orientale, ma soprattutto nel Corno d’Africa, con la garanzia di una guerra civile endemica che dal 1993 ha reso l’area fuori controllo. È andata delineandosi così un’attività composita, divisa fra interessi interni ed esterni, che vede in causa boss afgani, reti fondamentaliste, clan militari somali, perfino le piraterie del Golfo di Aden. E tale stato di cose, pure per le saldature che rischia di avere con altre situazioni continentali, lascia prevedere risvolti non da poco. Va considerato peraltro che quasi l’intera Africa brulica di traffici, di affari eterogenei, mentre in diversi paesi si rendono più sostenuti i disegni di far da sé, di realizzare cioè in via del tutto autonoma l’intero ciclo delle droghe, dalla produzione al rifornimento dei mercati, locali e non solo. Si tratta di focalizzare allora tale processo, che reca peraltro una tradizione importante nel Marocco: ancora oggi fra i primi produttori al mondo di cannabis.

Il Rif, regione montuosa del Marocco settentrionale, sin dagli anni settanta costituisce una immensa distesa di canapa indiana, sostenuta soprattutto dalla richiesta europea. Come il Sud America e il Triangolo d’Oro, ha coniugato e insiste a coniugare quindi povertà e ricchezza fino al paradosso. Al livello più basso stanno intere popolazioni contadine, che traggono dalle coltivazioni solo il minimo per sopravvivere. In alto risultano i boss, marocchini, turchi, tunisini, spagnoli, italiani, che muovono l’affare, proiettando l’hashish lungo i continenti che chiudono il Mediterraneo. Negli ultimi tre anni la situazione è mutata. Le leggi del governo di Mohammed VI, indotte dall’Onu, sono divenute più severe. Numerose piantagioni dell’area sono state distrutte. I rilievi ufficiali dell’Unodc stimano addirittura nel 50 per cento la riduzione delle superfici coltivate. Ma tutto questo significa poco. La cannabis viene riconosciuta ancora oggi come la droga più coltivata al mondo, ma soprattutto la più richiesta. In Africa, dove è preponderante l’offerta del Rif, è, come si diceva, allo zenit, coprendo il 63 per cento dei consumi continentali di narcotici. Il dato più rappresentativo continua a venire comunque dalla sponda nord del Mediterraneo. I sequestri effettuati negli ultimi anni in Spagna, Italia, Francia, Grecia, in altri paesi europei, testimoniano infatti che la marijuana prodotta in Marocco, a dispetto degli interventi delle autorità pubbliche, rimane in tali aree la più diffusa.

Il presente dell’Africa non è tuttavia la sola tradizione del Rif: che in termini di commercio clandestino risale almeno al secondo dopoguerra. È anche altro. È soprattutto la Nigeria, dove il narcotraffico è gestito da una mafia locale, fortemente connotata in senso etnico, divenuta di fatto la più coesa su scala continentale: in grado di tenere testa quindi a quella turca sulle rotte che si diramano dal Mediterraneo. Particolarmente attivi dagli anni ottanta, quando il paese fu scosso dalla crisi del petrolio, i nigeriani hanno potuto godere nell’ultimo decennio di una rendita strategica. Con l’aprirsi delle rotte africane, il territorio da cui muovono è divenuto infatti un crocevia del narcotraffico globale. Incombe sulla Guinea Bissau, chiudendo il golfo in cui sbarca la coca dei narcos. Occupa lo stesso parallelo del Corno d’Africa, dove transitano gli oppiacei da Oriente. Se nei primi periodi i boss centro-africani si sono limitati allora a chiedere l’obolo o reclamare forme minime di partnership, con il tempo si sono meglio organizzati, elaborando un metodo. Per conto dei sudamericani, controllano oggi il traffico di coca continentale e una parte non indifferente di quello europeo. Hanno dato avvio a coltivazioni di papavero, seppure in una misura discreta, mentre continuano a garantire, ai loro facoltosi contraenti, i percorsi dell’oppio afgano. Infine, là dove è possibile, fanno gioco a sé, incentivando soprattutto la coltivazione e la lavorazione della canapa, tanto da rendere il paese africano, un po’ sulle orme del Marocco, uno fra i maggiori esportatori di marijuana e hashish.

Come interagisce allora la recessione di oggi con tale stato di cose, nel continente? È il caso di esaminare alcuni aspetti generali. La crisi in Africa, come danno conto gli allarmi lanciati da numerose organizzazioni, sta avendo ripercussioni sociali pesantissime. Il 2009 si chiuderà, secondo Jean Ping, presidente dell’Unione Africana, con 27 milioni di nuovi disoccupati. In aggiunta, i prezzi dei beni primari stanno aumentando in modo esorbitante, con l’effetto di una carestia che le popolazioni, già provate da piaghe ataviche, non sono in grado di fronteggiare, tanto più nei paesi sub-sahariani. Vanno accendendosi quindi tensioni che rischiano di alimentare l’instabilità politica, già notevole, e gli scontri fra etnie. Si è entrati insomma nel tunnel di una emergenza che, come denuncia Amnesty International in un rapporto del maggio 2009, rende l’intero continente una polveriera pronta ad esplodere. In questo clima un peso crescente sta assumendo comunque la questione delle droghe. Nessun risultato statistico, beninteso, può attestare che negli ultimi mesi il traffico e il consumo di tali sostanze nel continente siano alimentati dalla crisi. Esistono nondimeno situazioni di cui va preso atto, a partire dalle aree cruciali del narcotraffico, dove proprio in questi frangenti si registrano evoluzioni drammatiche.

In Guinea Bissau è in atto una strategia di delitti che ha assunto il significato di un golpe. Il 2 marzo 2009 è stato ucciso, per mano militare, il presidente Joao Bernardo Vieira, che aveva guidato il paese per 23 anni. A giugno, poco prima delle elezioni, sono stati assassinati: Baciro Dabo, maggiore candidato alla successione; Helder Proença, già ministro della Difesa e stretto collaboratore di Vieira; Faustino Fudut Imbali, primo ministro dello stato africano dal marzo al dicembre 2001. Un altro candidato alla presidenza è stato indotto invece a ritirarsi, per salvare la vita. Le movenze sono quelle di una guerra intestina sul terreno dei narcotici, su cui, oltre le apparenze, hanno puntato con abbondanza tanto i dignitari di Vieira quanto i militari che adesso tengono il gioco. Tutto richiama quindi i cartelli sudamericani, determinati, con i loro contraenti del Golfo, a bruciare i tempi della conquista continentale. Tale situazione appare altresì coerente con quella della confinante Guinea Conakry, dove il 23 dicembre 2008, dopo l’annuncio della morte del presidente Lansana Conté, che aveva mantenuto il potere per 25 anni, si è insediata una giunta militare golpista, guidata dal capitano Moussa Dadis Camara. Il canovaccio è uguale. Il regime di Conté, come si evince da numerosi rapporti, a partire da quelli della Lega guineense per i diritti umani, era sceso a patti con il narcotraffico. La giunta di Camara fa altrettanto, ma con più metodo, malgrado ostenti di aver dichiarato guerra alle droghe.

Gli effetti della connessione afro-sudamericana si fanno in sostanza sempre più preoccupanti. Se ne trova riscontro quindi nelle prese di posizione che vanno sommandosi a tutti i livelli. Di ritorno dal Golfo, Mary Carlin Yates, direttrice della DEA, l’agenzia antidroga dell’FBI statunitense, ha dichiarato che il traffico di narcotici, già gigantesco, sta crescendo ancora, con il rischio di destabilizzare ulteriormente gli stati della regione. Jean Ping, che esprime per certi versi l’opinione generale del continente, ha aggiunto che il narcotraffico di stanza in Guinea e in Sierra Leone sta mettendo a rischio la pace non solo dell’area, ma dell’Africa intera. E del medesimo avviso, sulla scorta di dati tratti dagli uffici di polizia, è il ministro dell’Interno colombiano Fabio Valencia Cassio, trovando la colonizzazione africana dei narcos in netta progressione. Un dettaglio della situazione sul terreno, dall’epicentro della Guinea Conakry, viene offerto comunque dal capitano Moussa Tiégboro, ministro della giunta militare che dovrebbe combattere i narcos: in tutto il paese, a dispetto dei livelli di povertà, fra i più alti su scala continentale, anche le tossicodipendenze sono in aumento.

In modo ugualmente severo sta evolvendo la situazione del Corno d’Africa. Il consumo di Khat, la cui coltivazione costituisce per gran parte delle famiglie contadine l’unica risorsa per sopravvivere, come del resto in Kenia, in Etiopia e altrove, continua a diffondersi con ritmi ascendenti. Prova ne è che nella sola Somalia tale droga muove un giro d’affari di circa 70 milioni di dollari l’anno, più di quanto ne registrano in bilancio gli stati più poveri della regione. Insieme con l’eroina dell’Afganistan, che viene irradiata appunto in tutto il continente e oltre il Mediterraneo, continua ad alimentare quindi i conflitti territoriali. Le ripercussioni sul terreno sono sempre più devastanti, con saldature tattiche fra clan militari, narcotrafficanti dell’oppio, reti terroristiche islamiche, mentre lo stato di indigenza e i disagi della guerra sempre più vanno traducendosi in progressi dell’Aids e in violenza. Un effetto clamoroso di tale impasto fra guerra, povertà e droghe è la pirateria del Golfo di Aden che, dopo decenni di relativa sordina, si trova in piena recrudescenza. L’esercito dei nuovi bucanieri, impinguatosi di anno in anno, con picchi recenti del 200 per cento, conta oggi su circa 2 mila unità. Ha rinnovato strategie e metodi operativi, traendo quanto gli occorre dai sequestri, ma pure dall’eroina e dal Khat. È andato dotandosi altresì di armi sofisticate, tecnologie, mezzi logistici, mettendo a frutto gli accordi che è riuscito a cucire, lungo gli anni, con i mujahedin e i signori della guerra di Mogadiscio. Si tratta uno scorcio beninteso, sullo sfondo dei conflitti dimenticati e del narcotraffico. Quanto accade nel Golfo esemplifica tuttavia i caratteri di una emergenza che si è resa debordante, a dispetto della decisione dell’Africom, a guida statunitense, di intervenire nell’area. La denuncia che viene da numerose sedi, ufficiali e non solo, è del resto unanime: la faglia del Corno d’Africa rischia oggi di far saltare gli equilibri residui dell’intero continente, al pari di quella delle Guinee ma forse più ancora, perché acutizzata appunto da guerre senza fine.

Recessione e mafie (2). Le nuove frontiere del narcotraffico

di Carlo Ruta

Fin qui emerge un dato di fondo. In tutti i continenti, negli ultimi decenni le economie di origine illegale hanno vissuto i trend dei mercati da protagoniste, correlandosi alle Borse come entità finanziarie imprescindibili. È andato stabilizzandosi per ciò stesso il raccordo delle mafie con i maggiori business, dalla speculazione immobiliare all’industria dei metalli, dalle energie naturali e rinnovabili all’acqua. Le classifiche di Forbes, che hanno visto scalare un gran numero di magnati dell’est europeo e asiatico senza passato, oltre che autentici gangster, ne danno la misura. La crisi attuale rischia di aprire tuttavia scenari nuovissimi. Sta sollecitando infatti degli aggiustamenti nelle economie clandestine più forti: il narcotraffico, il commercio di armi, le tratte degli esseri umani. E gli effetti sul sistema potrebbero essere non da poco. Negli ultimi due decenni, è emerso un incremento di tali traffici su scala mondiale, nonostante le attività contrasto venute dai governi. A dispetto altresì delle iniziative di organizzazioni sovranazionali, a partire dall’Onu, che, per esempio, negli ultimi anni novanta ha sollecitato, per la prima volta, alcuni paesi produttori di sostanze stupefacenti, l’Afghanistan e Birmania per l’oppio, Colombia Perù e Bolivia per coca e cannabis, alla soppressione di tali colture in cambio di aiuti. Ma cosa sta accadendo di preciso in questo tempo di crisi? I dati che vanno rendendosi disponibili, offrono già delle indicazioni, a partire appunto dal narcotraffico.

I ritmi di modernizzazione, più o meno convulsi, dell’ultimo mezzo secolo hanno finito per incentivare il consumo di massa di stupefacenti, naturali e sintetici. Balzi decisivi di tale domanda sono andati correlandosi comunque con snodi particolarmente difficili. E quello di oggi è tale. Come documentano le cronache dell’ultimo anno, la recessione, che si vorrebbe considerare un capitolo chiuso, sta generando precarietà e vuoti di futuro in tutti i paesi, ricchi e poveri. Può essere in grado quindi di interagire a vari livelli con il mercato dei narcotici. È presto beninteso per poter comprendere l’incidenza degli eventi odierni sull’evoluzione del medesimo. Ma alcuni dati che emergono dal terreno, non del tutto concordanti con i numeri che di recente sono stati fatti dall’Unodc, Ufficio dell’Onu che sovrintende alla lotta al narcotraffico, appaiono significativi.

Nel Sud America, capoluogo strategico dei narcos, la crisi globale ha fermato cinque anni di crescita. Sono state colpite le economie del rame, del petrolio, di altre materie prime. È stato penalizzato l’interscambio con gli Stati Uniti. Milioni di persone sono finite quindi in povertà. Il narcotraffico continua però a progredire. Le aree di coltivazione di cannabis e coca lungo le Ande vanno estendendosi, malgrado le politiche di contrasto dei governi. La produzione di oppio ed eroina si conferma in attivo. In tutte le regioni aumenta infine il consumo di narcotici, mentre migliorano le facoltà di produzione di droghe sintetiche. È quanto emerge da un rapporto pubblicato nel marzo 2009 dalla Latin American Commission on Drugs and Democracy, diretta da Fernando Cardoso, già presidente del Brasile, César Gaviria, già presidente della Colombia, Ernesto Zedillo, già presidente del Messico. È quanto affiora altresì da ricerche specialistiche. Nei mesi scorsi, su incarico dell’associazione Libera, un team di economisti delle università di Bologna e Trento è intervenuto sulla situazione in Colombia, passando al vaglio 30 mila dati, oggettivi, tratti soprattutto dagli archivi giudiziari. Ha concluso che nel 2008 sono stati prodotti in quel paese da 2.000 a 4.500 tonnellate di cocaina, a fronte di una stima dell’Unodc di appena 600.

A dare conto delle cose sono altresì le emergenze civili sul terreno, che vengono riconosciute a tutti i livelli. Nelle favelas brasiliane, dove arrivano dalla Colombia grandi quantitativi di stupefacenti, i regolamenti fra bande, spesso con vittime innocenti, hanno raggiunto negli ultimi anni picchi inauditi, malgrado le iniziative di contrasto promosse dalla presidenza Lula. In Messico, anello di congiunzione fra le due Americhe, è stata registrata nel 2008 la cifra record di 6 mila uccisioni per affari di droga, mentre in Guatemala, El Salvatore e Venezuela il tasso di omicidi, nello stesso anno, è salito a oltre 100 per 100 mila abitanti, superiore cioè alla media mondiale di ben 16 volte. Per tali ragioni, il presidente dell’Organizzazione degli stati americani, José Miguel Insulza, ha potuto dichiarare che in Sud America il crimine organizzato uccide più della crisi economica e dell’Aids. Secondo il direttore dell’Unodc, Antonio Maria Costa, tali soprassalti di violenza proverebbero che il mercato della cocaina nei paesi latino-americani va contraendosi. In realtà la storia delle mafie, dalla Chicago anni trenta alla Palermo anni settanta, dalla Colombia degli anni ottanta alla Russia degli anni Duemila, indica che gli scoppi di tensione, pur originati da contesti di crisi e di rottura, recano spesso logiche e significati del tutto differenti, correlandosi con poste in gioco che, proprio in determinati frangenti, anziché ridursi, si fanno più attraenti e remunerative.

Alla luce dei fatti, la situazione non appare insomma rassicurante. Tanto più se si tiene conto delle riserve che proprio in questi mesi vanno manifestandosi in tante sedi, pure governative. Nell’ultimo rapporto del Government Accountability Office la guerra ai narcos sudamericani viene presentata come persa, con l’avallo del vice presidente degli Usa Joe Biden, a fronte dei miliardi di dollari che le precedenti amministrazioni hanno erogato ai paesi produttori. L’Office National Drug Control Policy suggerisce quindi svolte radicali, in senso strategico, a dispetto dei freni che permangono negli States. Il convincimento di una partita persa, che un recente sondaggio ha visto condiviso dal 71 per cento degli statunitensi, si fa largo altresì in America Latina, dove con forza sempre maggiore viene reclamata la sostituzione del paradigma, repressivo dalla produzione al consumo, che finora ha ispirato la lotta al narcotraffico. La Commissione di Cardoso, Gaveria e Zedillo ne indica uno nuovo, proponendo di trattare il consumo di droghe come problema di salute pubblica, con mezzi informativi ed educativi. E su tale linea convergono associazioni e altri alti esponenti della politica, come l’ex presidente del Cile Ricardo Lagos, che suggerisce, più espressamente, di legalizzare la cannabis. Orientamenti di questo tipo non mancano del resto nel governo brasiliano di Lula, oltre che nel Senato colombiano, con le rivendicazioni del liberale Juan Manuel Galan, mentre insiste nel programma di Evo Morales, presidente della Bolivia, l’obiettivo di legalizzare il consumo delle foglie di coca, recante radici etniche, per contrastarne il traffico illegale.

In definitiva, il business delle droghe, in Sud America, sta reagendo agli attuali frangenti con conferme e rilanci che risultano impossibili in altri ambiti. Ma non si tratta di un trend localizzato. Andamenti simili vanno registrandosi in ogni altre latitudini, con economie da narcotraffico che stanno riuscendo a imbrigliare i rovesci dei mercati, forti di una domanda che non demorde, di capitali ingenti e condizionanti, di guadagni che restano sicuri a dispetto della war on drugs.

La recessione in Asia va esprimendosi in modo eterogeneo. In Giappone i collassi della domanda, interna ed estera, corroborati dai crolli borsistici degli ultimi anni, stanno frustrando economie dal passato fiorente. Nei paesi del sud-est, dal Laos al Vietnam, riavutisi dal tracollo del 1997 con un iter espansivo che ha raggiunto cifre da miracolo, si conteranno a fine 2009 2 milioni in più di disoccupati. Perfino in India e in Cina, che per certi versi hanno fatto argine al crollo, con il Pil saldamente in attivo, in virtù pure dei cambi monetari a loro favore, si è avvertita la scossa, con una vistosa riduzione dei ritmi di crescita. Eppure le economie della droga, lungo tutto il continente, stanno mostrando di non temere la crisi. Come in America Latina, contano anzitutto sull’abbondanza del prodotto base: nel caso, sulle coltivazioni di papaveri da oppio che ricoprono l’Afghanistan, la Birmania, il Laos, la Thailandia, il Nepal. L’Onu ha conseguito beninteso dei risultati, soprattutto in Laos e in Birmania, dove nel 2008 sono andate distrutte piantagioni per migliaia di ettari. Ma i dati sul terreno sono ben lontani da annunciare svolte, tanto più se si considera che sono gli stati stessi, interlocutori delle Nazioni Unite, a garantire l’esistente, per il tornaconto, diretto o indiretto, che recano nel business, dal traffico in senso stretto al lavaggio di valute. Le movenze del regime di Than Shwe in Birmania sono nel caso esemplari. Le economie di questo tipo beneficiano comunque di altri fatti: l’aumento di produzione di droghe sintetiche, su scala continentale, e una corrispondente crescita nei consumi delle medesime. Non è poco, evidentemente.

Le amfetamine e le metamfetamine contano oggi su una produzione distribuita in tutti i continenti. E ovunque la domanda è sostenuta dal basso prezzo, dalle mode edonistiche, dagli inarrestabili passaparola, probabilmente pure dal disagio, dal deficit di futuro che è proprio delle crisi. Centri strategici ne sono divenuti diversi paesi dell’Europa, ma ancor più il Canada, in cui si confezionano forse i maggiori quantitativi di ecstasy. La diffusione del prodotto asiatico, corroborata appunto da un sensibile aumento di consumo nel continente, costituisce comunque un sintomo. Si consideri un’area di forte concentrazione, quella del Grande Mekong, infeudata ai gruppi che trattano l’oppio: pakistani, thailandesi, indiani, birmani, cinesi. Lungo tale linea, che dallo Yunnan della Cina percorre l’intero territorio del Laos, con riverberi comunque nello Shan birmano, vengono prodotte, in quantità notevolissime, pasticche di crystal meth e di una variante detta ketamina, destinate in buona misura all’estero. Quale può esserne la logica, in una terra che abbonda fino all’inverosimile di papaveri da oppio? Di certo, non è la prova che le droghe tradizionali stiano entrando in crisi, perché il consumo di oppiacei, di eroina in particolare, nei primi mercati al mondo, l’Europa e il Nord America, proprio non demorde. Potrebbe essere invece l’esito di una studiata diversificazione, legata a un orizzonte di domanda che va ampliandosi, con esiti sempre maggiori nei paesi in via di sviluppo, in favore delle droghe meno costose. Il dato testimonia in ogni caso che le economie degli stupefacenti, anche in contesti di crisi, possono essere mosse da logiche aggiuntive ed espansive. E in altre regioni asiatiche le cose vanno appunto in tale direzione.

Un caso emblematico è quello dell’Arabia Saudita. Diversamente che in Iran e in altri stati vicini, in tale paese il narcotraffico ha incontrato nei decenni passati ostacoli che apparivano irriducibili, di tipo culturale anzitutto, per gli stili di vita che vi reggono, legati alla tradizione islamica. Il controllo ferreo delle frontiere sul golfo Persico ha impedito altresì che i grandi deserti della penisola divenissero corridoi di transito degli oppiacei da Oriente a Occidente, contigui a quelli che collegano l’Afghanistan alla Turchia e all’Europa, attraverso le repubbliche ex sovietiche dell’Asia. Negli ultimi anni le cose sono mutate tuttavia in modo dirompente. L’Arabia Saudita risulta essere uno dei paesi in cui più vengono prodotti e si consumano droghe sintetiche, soprattutto ecstasy e amfetamine del tipo captagon. Prova ne è che nel 2007 ne sono stati sequestrati quantitativi record, pari a un terzo di quelli scoperti globalmente, a fronte dell’1 per cento registrato lungo il perimetro arabo nel 2001. Le droghe sintetiche, ma in una misura discreta pure le tradizionali, dal momento che le sfere di produzione e di distribuzione di massima coincidono, stanno intaccando insomma le frontiere più solide dell’Islam. E, sulla scorta dei dati che vanno emergendo, c’è motivo di ritenere che la recessione, pur trattandosi di aree ben compensate dalle economie del petrolio, stia alimentando tale trend.

Vanno giocandosi in sostanza due partite, congiunte. Le droghe tradizionali formano un mercato stabile, che procede oggi senza scosse, si direbbe in modo ritmico, tanto più nei paesi d’Occidente, dove può contare su un consumo inesausto. Il mercato dei prodotti sintetici, che muove già 100 miliardi di dollari all’anno, circa un terzo cioè del giro d’affari globale delle droghe, si manifesta invece, a fronte di minori investimenti, elastico, veloce, in grado di insinuarsi appunto nei paesi e nelle culture più difficili. Le mappe del narcotraffico vanno aggiornandosi di conseguenza, in favore delle aree e delle mafie che meglio stanno riuscendo a combinare tradizione e innovazione. E tutto questo, riguardo al continente asiatico, in cui la coesione fra i due livelli è probabilmente la più riuscita, evoca un mondo strutturato. Nel Grande Mekong, dove oppio e crystal meth formano appunto un continuum, un’offerta articolata, convergono, come si è detto, interessi molteplici: pakistani afgani, nepalesi, birmani, thailandesi. È decisiva comunque l’influenza delle Triadi cinesi, egemonizzate dalle compagini di Hong Kong e Taiwan: tanto più dopo gli accordi che le medesime hanno concluso con Khun Sha, che nel Triangolo d’Oro fa ormai da decenni le regole dell’oppio, forte di un esercito personale di 8 mila uomini. Il quadro degli interessi, per quanto diviso sul terreno, si dimostra in sostanza aperto. Se i potentati militari del narcotraffico, come nel caso dell’United Wa State Army birmano, usano muoversi infatti in spazi assegnati, perlopiù lungo le linee dei conflitti etnici, le Triadi, servite da un complesso di gruppi territoriali, sono in grado di animare scenari ben più ampi.

Non è possibile definire beninteso quali possano essere gli effetti di tale situazione in questo particolare passaggio. Nuovi balzi in avanti nei traffici da Oriente appaiono tuttavia nell’ordine delle cose, possibili, con guadagni aggiuntivi per i signori del Triangolo d’Oro, ma pure per le mafie potenti che hanno scortato i transiti dell’oppio: da quella russa, che con il narcotraffico ha costruito imperi, oggi stimati e quotati nelle maggiori Borse internazionali, a quella turca, che si potrebbe candidare a nuovi ruoli. È il caso di soffermarsi su questo punto. I boss turchi hanno recato sempre una posizione di prim’ordine lungo le vie dell’eroina che dal sud est asiatico puntano in Europa, attraverso i Balcani. Forti della loro posizione mediana, hanno stretto relazioni con le mafie di ambedue i continenti. Hanno stabilito basi in Iran, in Turkmenistan, in Kazakistan, in altre repubbliche dell’Asia Centrale. Rivendicano, in aggiunta, il dominio delle regioni dell’Asia sud-occidentale, decisi a proiettare la loro egida fino al Golfo Persico, mentre non dissimulano le loro mire egemoniche lungo il Mediterraneo, che potrebbero trovare un appoggio decisivo nell’ingresso di Ankara in Unione europea. Quale nesso può correre allora fra tale progetto di dominio e l’erompere delle metamfetamine in Arabia Saudita, come, probabilmente, in altri paesi del Vicino Oriente? Al momento non è possibile rispondere. Comunque va tenuto conto di un dato: in quelle regioni, penetrate appunto da una solida tradizione islamica, non vengono registrate mafie che per disponibilità finanziarie e, soprattutto, facoltà logistiche possano competere con quelle turche.

In definitiva, non sembra che la recessione abbia preso i gruppi del narcotraffico alla sprovvista, sulla scena globale. I capitalismi “normali” in tempi di crisi vanno in affanno, caracollano, si disorientano. Fatte salve le situazioni di conflitto di taluni paesi, come in Sud America appunto, peraltro cicliche in determinati contesti, quel che emerge nei giri delle droghe è invece la capacità di fare gioco comune. Fatta salva la tradizionale inimicizia fra le Triadi e la Yakuza giapponese, sono appunto le mafie asiatiche a darne esempio, mantenendo oggi, a dispetto di tutto, una integrazione sufficiente. Va preso atto d’altronde che i signori della droga si sono dimostrati previdenti, agendo d’anticipo sulla crisi, diversificando, delocalizzando, puntando alla conquista di nuove aree, di produzione e di consumo, stabilizzando infine i mercati fondamentali, con ogni sorta d’incentivo. L’ultimo decennio ne offre una rappresentazione scenografica con la conquista, pianificata dai sudamericani e non solo, di un intero continente, che era rimasto a lungo marginale nei traffico di narcotici: l’Africa.