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Cultura

Le strane priorità e i conti che non si mangiano

L’industria culturale vale di più di quella automobilistica. Lo sostiene un nuovo studio di EY (ex Ernst&Young) commissionato dalla Saicem, la Siae francese. Per la prima volta è stato calcolato l’intero fatturato del settore, sommando tutte le varie attività, dall’arte alla musica, dal cinema al teatro, l’architettura, l’editoria e persino i videogiochi. E il risultato è sorprendente: ben 74 miliardi di euro di fatturato, il 4% della ricchezza nazionale prodotta. Contrariamente a quel che normalmente si pensa, la cultura insomma pesa nell’economia molto più di settori come le telecomunicazioni (66,2 miliardi), la chimica (68,7 miliardi) e la produzione di automobili (60,4 miliardi). Anche dal punto di vista occupazionale, è un comparto che crea non pochi posti di lavoro: 7,1 milioni di persone impiegate nel settore, il 5% della popolazione attiva.

E’ una galassia di attività e imprese che va dall’enternainment all’informazione, con forti disparità al suo interno. Il fatturato più alto (19,8 miliardi) è nelle cosiddette “arti visive e plastiche”: dal grafismo, alla foto, all’architettura e il design. Al secondo posto (14,9 miliardi) la televisione, al terzo (10,7 miliardi) l’informazione tra giornali e newsmagazine. Poi vengono la musica (8,6 miliardi), lo spettacolo dal vivo (8,4 miliardi), i libri (5,6 miliardi), i videogiochi (5 miliardi), il cinema (4.4 miliardi) e la radio (1,6 miliardi).

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Turismo culturale, l’ossessione italiana

Se ne parla sempre, ovunque, dai convegni ai discorsi da bar: siamo un Paese che continua a sfoderare poco pochissimo quasi niente le proprie bellezze eppure i dati generali danno sempre l’impressione di essere poco più che pareri personali. Per questo vale la pena di leggere il dossier di GH NETwork, in attesa delle conversione in legge del decreto Cultura:

Grand Hotel Ermo Colle

Sembra fantascienza. Fantascienza horror. Una ricca possidente terriera (Maria Dalla Casapiccola, e il nome è degno del miglior Molière) vuole trasformare l’ermo colle dell’Infinito di Leopardi in un nuovo complesso residenziale. Dovrebbero esserci i buoni che combattono, no? E invece…

In Sovrintendenza sono disperati: «Non abbiamo i soldi, non abbiamo personale, non siamo in grado di gestire tutti i casi che ci arrivano», e allora la signora Dalla Casapiccola ha giocato sul velluto e, in poche udienze, ha ottenuto il permesso per fare quello che vuole con la casa colonica, che tra le altre cose è a un tiro di schioppo da un altro simbolo leopardiano: la torre del passero solitario. Un problema – quello della mancanza di fondi – che si presenta sempre uguale davanti ad ogni questione che riguarda i beni culturali sparsi lungo la penisola: Pompei cade a pezzi, ogni volta che dal sottosuolo delle città emerge qualche testimonianza del passato si preferisce coprire tutto e continuare i lavori, i pochi precari della cultura che dispongono di un contratto hanno stipendi da fame. Il paese che, secondo diverse statistiche, dispone della maggior parte dei beni artistici e culturali del pianeta Terra preferisce sempre voltarsi dall’altra parte. L’ultima carta da giocare prima dell’arrivo del cemento è un ricorso al Consiglio di stato. La Sovrintendenza sta lavorando a ritmo febbrile per produrre una documentazione convincente da depositare entro i primi di ottobre: bisogna dimostrare che, i progetti presentati dalla signora Dalla Casapiccola snaturerebbero un’area dall’indiscutibile valore storico e culturale, vincolata da sessant’anni. Detta così potrebbe anche sembrare una cosa semplice, ma il giudizio espresso dal Tar è un precedente inquietante. L’Infinito che scopre i suoi confini; un naufragare molto poco dolce, in questo mare di cemento.

Puttana la cultura

E’ la vera prostituta del Parlamento. E non solo. Nei Consigli Regionali e in centinaia di Comuni grandi o piccoli. La Cultura è la puttana che tutti usano per garantirsi un aplomb responsabile e intellettuale in campagna elettorale o mentre si sta all’opposizione e che viene poi lasciata appena ci si ritrova a governare in un posto qualunque. A parole la scopano tutti ma poi in fondo non la vuole nessuno. Perché la Cultura richiede sacrificio, chiede che ci venga messa sopra una testa pensante prima di qualsiasi decisione e la Cultura ha bisogno di avere lo spessore politico di sapere giudicare al di fuori delle tonnellate, dei trend, dei risultati finanziari e del “ce lo chiede l’Europa”.

E così anche Enrico Letta (quello che prometteva che si sarebbe dimesso se avesse tagliato la Cultura) alla fine cade nella tentazione di tagliare nel campo della Cultura, dello spettacolo e del cinema. Perché sì, caro Letta, nella “cultura” le larghe intese contano meno di un chiodo storto sul palcoscenico (che almeno porta fortuna) e alla fine c’è bisogno di progettazione e coraggio. Il coraggio che continuano ad avere in questo stramaledetto Paese, i tanti giovani che escono dalle Accademie convinti che la bellezza in tutte le sue forme non può rimanere solo un aperitivo mentale da sfoggiare nei salotti buoni ma, attraverso la bellezza, c’è da guardare dove vogliamo portare il futuro.

Ma bellezza, speranza, cultura e futuro non sono parole da grosse coalizioni e responsabilissimi rimandatàri, no; stanno nella categoria che voi non pagate perché lo vorreste ammaestrato e con la giusta disperazione. E invece sta tutto nel suo essere pensante e poco condizionabile per natura.

Un Piano Marshall per la cultura

Il problema è che manca una leadership risoluta, la politica bràncola nel buio. Per i beni culturali italiani serve una sorta di Piano Marshall, in particolare nel Sud Italia che, insieme all’Emilia Romagna, di recente colpita dal terremoto, ha bisogno più di altre zone del Paese di un intervento. Il patrimonio storico del Sud si trova in uno stato di decadimento gravissimo a causa dei vari “appetiti” degli italiani. Tutto quello che è stato fatto per il Meridione è da idioti: Pompei è solo un esempio di questa idozia, l’Isola di Taranto, Bagnoli a Napoli e le pale eoliche in Sicilia (che potevano essere fonte di energia  e di sviluppo) sono altri casi di comportamento sbagliato che, nei decenni, ha rovinato il paese.
Solo l’Europa può salvare l’Italia, e in particolare il Sud, intervenendo con un vero e proprio piano per i beni culturali. Come dicevo, quello che non si è fatto fino a ora non è però colpa dell’Europa. A questo proposito si può dire che l’Europa è plumbea, ma l’Italia è idiota. Il territorio, la natura e il mare italiani potevano essere una ricchezza da valorizzare per lo sviluppo ma sono state lasciate a se stesse, mai curate né tantomeno riqualificate.

La proposta è di Philippe Daverio, qui.

Speriamo che prima di allora le biblioteche non siano vuote.

Una cultura che si subordina agli indici d’ascolto, quindi al successo di pubblico, è una cultura persa. Si può fare cultura solo in opposizione agli indici d’ascolto o a dispetto di un indice basso. Quando la tanto decantata varietà dell’informazione si sarà definitivamente svelata come varietà propagandistica, allora si ritornerà con desiderio ai libri. Speriamo che prima di allora le biblioteche non siano vuote.

(Heinrich Böll)

L’educazione di lasciarli fare

Dopo alcuni giorni convulsi ho avuto modo di leggere il botta e risposta tra Eugenio Scalfari e Stefano Rodotà. Anzi: ho letto l’attacco bilioso di Scalfari a Rodotà in un editoriale “normalizzante” che ancora una volta lascia a Repubblica il diritto di decidere la dignità politica di qualcuno. Il passaggio di Scalfari che testimonia la temperatura dell’arroganza potrebbe essere questo:

L’Italia l’hanno fatta Mazzini, Cavour e Garibaldi, diversissimi tra loro ma oggettivamente complementari. E se vogliamo giocare alla torre e si deve scegliere tra Gramsci e Togliatti, scelgo Gramsci. E se debbo scegliere tra Andreotti e Moro scelgo Moro. Tra Togliatti e Berlinguer scelgo Berlinguer. Infine scelgo Napolitano perché, purtroppo per noi, non trovo altro nome da contrapporgli. Ti chiedo scusa, caro Stefano, con tutto l’affetto e la stima che ho verso di te, ma il nome Rodotà in questo caso non mi è venuto in mente.

La sensazione (terribile per una certa stampa politica che vorrebbe smarcarsi dalla “rete” e ci riesce solo per l’evidenza dei condizionamenti) è ancora una volta che si costruisca un’ipotesi di Governo e poi si cerchino le parole per una narrazione credibile di un percorso logico. Ma trovare una certa logicità al “niet” su Rodotà che non ha avuto nessuna spiegazione chiara e discutibile (cioè: da potersi discutere) lascia il terribile sospetto che alla fine sia successo ciò che non auguravo al centrosinistra italiano proprio qui.

Fin troppo facile per Rodotà rispondere (sempre su Repubblica):

Non contesto il diritto di Scalfari di dire che mai avrebbe pensato a me di fronte a Napolitano. Forse poteva dirlo in modo meno sprezzante. E può darsi che, scrivendo di non trovare alcun altro nome al posto di Napolitano, non abbia considerato che, così facendo, poneva una pietra tombale sull’intero Pd, ritenuto incapace di esprimere qualsiasi nome per la presidenza della Repubblica.
Per conto mio, rimango quello che sono stato, sono e cercherò di rimanere: un uomo della sinistra italiana, che ha sempre voluto lavorare per essa, convinto che la cultura politica della sinistra debba essere proiettata verso il futuro. E alla politica continuerò a guardare come allo strumento che deve tramutare le traversie in opportunità.

Ma è la controreplica di Scalfari che chiarisce perfettamente lo status quo politico:

4. Resta il fatto che il governo che sta per nascere non deriva da una concertazione tra i partiti che lo appoggiano. Sarà un governo del Presidente e i voti per fiduciarlo verranno dati a quel governo. Un tempo si chiamavano “convergenze parallele” e questa credo sarà la natura politica del governo stesso, né più né meno come il governo Monti quando nacque nel novembre 2011.

5. Se il risultato sarà positivo ai fini dell’uscita dalla recessione ed anche dalla costruzione di un’Europa federale che è a mio avviso indispensabile in un mondo globalizzato, allora questo governo che a Rodotà sembra scellerato riconsegnerà il proprio mandato con un Paese finalmente rafforzato e solido. Chi verrà dopo  –  sempre che i risultati corrispondano alle aspettative  –  dovrà lodarlo insieme al Capo dello Stato che l’ha reso possibile ma, per l’esperienza che ho, posso fondatamente supporre che sarà invece ricoperto dai vituperi di chi senza essersi sporcate le mani riceverà un bel dono che non gli sarà costato sicuramente nulla.

Ecco, insomma: ci dicono lasciateci fare, come avete fatto con Monti in nome delle “convergenze parallele” senza rendersi conto che ci siamo stancati di non vederne la fine. E sospettarne il fine, però.

La lettura è come il maiale

No, consigli non ne do proprio, se non uno: leggere, leggere, leggere. La lettura è come un salvadanaio, oppure come il maiale. Il salvadanaio, se lo riempi, al momento di romperlo ci trovi dentro qualcosa. Ugualmente il maiale, se lo tratti bene, quando lo ammazzi è buono. Purtroppo oggi si legge pochissimo. Addirittura chiudono le biblioteche per mancanza di fondi. Certo, parlo bene io, che leggo per passione e divertimento mentre per altri, magari, è una fatica, tempo rubato alla vita. Però questo è l’unico consiglio che mi sento di dare.

(Francesco Guccini intervistato da Fabio Marchioni)

Gianni Valle

Qualche giorno fa se n’è andato Gianni Valle. Gianni è stato uno dei professionisti del teatro milanese che ho avuto l’onore di conoscere durante il mio lavoro e una mente coerente e lucida della cultura. Ha ragione Anna Bandettini quando scrive “se ne è andato con la stessa leggerezza e semplicità con cui ha vissuto il teatro e il suo ruolo di ideatore e organizzatore teatrale: preferibilmente nell’ombra”.
Mi rimane quella sua cautela nel dispensarmi consigli che con il tempo ho ritrovato fondamentali e la sua generosità. Mancherà Gianni. E vale ricordarlo con le parole della Shammah. Con Andrée Ruth Shammah ha avuto un rapporto di amicizia profonda e dunque animata anche da numerosi litigi e distacchi. La direttrice e regista del Parenti ora lo ricorda così:

Dopo più di quarantasei anni passati con lui accanto a pensare, sognare, costruire come il teatro poteva e doveva contenere la vita, non riesco a farne un ritratto « possibile» anche perché non c’è più lui accanto, con la dolcezza di chi capisce esattamente quello che dico, perché lo dico e cosa sento quando lo dico. Se ne è andato in punta di piedi, con grazia. Come è sempre stato. Presente, generoso, sempre disponibile, intelligente, altruista e instancabile. Lui era così.Un uomo colto che ti sorprendeva per la sua ironia e per la sua coerenza. Una delle persone più intelligenti, più curiose, più ironiche, una delle persone migliori del teatro milanese. Che ha dato e insegnato molto sempre con discrezione, sapendo con un sorriso dare fiducia a tutti e mettere in evidenza le potenzialità inespresse di ognuno.
Gianni o della curiosità disponibile, dell‘intransigenza istintiva . Gianni, tu compagno di banco con poche gnagnere, anzi nessuna, grazie.

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Intanto: la cenere e le librerie

In via Ruggero Settimo a Palermo ci stava la libreria Flaccovio. Un pezzo d’Italia e di cultura che ha visto passare Sciascia, Guttuso e Arnoldo Mondadori.
La libreria Flaccovio ha chiuso: come un pezzo di Pompei che si crolla o un mattone del Colosseo che si sbriciola.
È una crisi che sembra un burrone nella memoria.