nino di matteo

Paragone: “Non illudetevi, Grillo e Di Battista hanno visioni diverse per M5S. Io ora mi faccio un partito”

Gianluigi Paragone: “Grillo e Di Battista hanno visioni diverse per il M5S”

Gianluigi Paragone è stato eletto senatore con il Movimento 5 Stelle ma il 1 gennaio di quest’anno è stato espulso dal collegio dei probiviri per avere votato contro la legge di bilancio. L’abbiamo intervistato per TPI sull’attuale momento del M5S.

Paragone, partiamo dallo scontro Grillo-Di Battista: che succede?
Facile: Alessandro (Di Battista nda) ha ancora dentro il dna del movimento antisistema, Grillo invece ha completamente maturato la scelta di portare il Movimento dentro al sistema. Uno scontro tra due visioni: una forse onirica e l’altra più politicante.

Appare chiaro però che il famoso “uno vale uno” ormai valga poco…
Grillo è sempre stato il padre padrone del Movimento. C’è stato un momento in cui, forse più per esigenza personale, ha fatto un passo di lato però nel momento in cui il Movimento doveva andare là dove aveva deciso che andasse ha esercitato quello che esercitava prima, il diritto divino, il diritto del signore feudale. È un partito che nasce grillino.

Alcune voci dentro il Movimento 5 Stelle dicono che Di Battista vorrebbe vincere il congresso con i voti di quelli che ormai sono tutti fuori…
Se “quelli fuori” sono quelli che sono stati espulsi, quelli che se ne sono andati e quelli che non votano più il Movimento stiamo parlando di circa la metà del patrimonio elettorale del Movimento, questo la dice lunga sulle capacità di analisi di alcuni dentro il M5S. Queste non sono malelingue, sono lingue che ormai parlano il linguaggio del palazzo.

Ma secondo lei c’è lo spazio perché il M5S recuperi lo spirito originario oppure ormai la strada verso la maturità politica è segnata?
A me non fa paura una grammatica politica-partitica. Mi fa paura la tesi che sfugge. Cosa succederà non lo so e onestamente non me ne frega più nulla, non sono qui a sfogliare l’album dei ricordi. Qualcuno ha visto nascere il Movimento e quindi è mosso da un afflato di questo tipo però a me interessa dare una soluzione a dei problemi reali, poi ognuno la questione sociale la poggia sulla propria tesi politica. A me interessa lo spaccato sociale.

Secondo lei la rovina del M5S è stato l’accordo con il PD?
La rovina è non avere avuto una struttura politica in grado di fare maturare delle sensazioni, vale per l’economia e per la giustizia. Siccome non avevano una tesi politica hanno sfruttato delle figure che erano figurine ma il Movimento viveva di suggestione, che non è per forza negativo, ma quelle suggestioni dovevano trasformarsi in tesi politiche. Questo passaggio non è stato compiuto, e forse avevano paura di compierlo, si sono poggiati su figurine che dessero sostanza alla suggestione e le hanno prese dalla società civile, come il sottoscritto, Freccero, Di Matteo.

Però poi quando ognuno di costoro ha continuato a dire le cose che ha sempre detto allora è diventato un problema: io ho sempre detto che non ero europeista e ho rivendicato questa scelta anche successivamente e nel programma elettorale del Movimento il karma era antieuropeista. A Nino Di Matteo non puoi chiedere di stare zitto quando vede cose che configgono con l’azione antimafia.

Il suo futuro politico?
Il mio futuro è teso a costruire una forza totalmente antisistema e antieuropeista.

Il Movimento 5 Stelle si spaccherà?
Io non lavoro per fare del male al Movimento, anche perché è un esercizio che gli riesce benissimo. Io lavoro per dare concretezza politica a chi pensa che quello che io ho raccontato e ho scritto debba avere un riscontro nell’azione politica. Per questo mi voglio impegnare questa volta costruendo un soggetto mio così nessuno può sbattermi fuori.

Leggi anche: 1. Paragone a TPI: “I dirigenti M5S cadono a ogni mia provocazione, me li sto bevendo. Mi espellano, il Movimento è morto” / 2. Paragone a TPI: “Mi cacciano dal M5S? Vediamo, ma io non faccio nessuna scissione. Di Maio non deluda le aspettative” / 3. Il M5S è un fantasma che cammina sulle sue gambe

4. Grillo: “Assemblea M5S? Senso del tempo come nel film Il giorno della marmotta” / 5. Conte leader del M5S? È scontro tra il fondatore Beppe Grillo e “il ribelle” Alessandro Di Battista / 6. Il quotidiano spagnolo Abc: “Nel 2010 il Venezuela di Chavez finanziò il M5S con 3,5 milioni di dollari”. Caracas smentisce

L’articolo proviene da TPI.it qui

Qualche puntuale precisazione su Scarantino e Di Matteo

Per fortuna c’è Roberto Galullo che prova a rimettere in ordine le cose:

 

Dell’audizione del sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo il 13 settembre davanti alla Commissione bicamerale presieduta da Rosy Bindi, ho scritto un pezzo praticamente in diretta il giorno stesso sul sito del Sole-24 Ore(http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-09-13/di-matteo-strage-via-d-amelio-mai-entrato-indagini-155547.shtml?uuid=AEJNKNSC&fromSearch).

In sintesi Di Matteo dice, con riferimento a quello che poi si rivelerà essere un falso pentito, vale a dire Vincenzo Scarantino, che «quelle indagini mossero da dichiarazioni e indagini precedenti e dunque si tratta di capire chi condusse quelle indagini e quali siano stati eventuali depistaggi volontari. Ed è qui che crolla l’assunto per cui a tutti i costi mi si vuole coinvolgere». Sottinteso: negli errori di valutazione di un soggetto che menerà la Giustizia a largo dalla verità, lui non poteva, non può e non potrà essere coinvolto.

Pur senza citarla, il riferimento era anche alle parole di Fiammetta Borsellino, figlia del giudice ucciso il 19 luglio 1992 con la scorta a Palermo, che aveva parlato di indagini sulla strage condotte all’epoca da un pool di persone inesperte (tra le quali Di Matteo stesso) e di una procura all’epoca massonica.

Il riferimento, però, era anche e soprattutto a quella marea montante di (dis)informatori (nei media e nella politica) che con cagnesco accanimento ha bersagliato e continua a bersagliare proprio Di Matteo sul presunto suo coinvolgimento nell’abbaglio che portò, immediatamente dopo la strage, investigatori e inquirenti a seguire Scarantino.

Orbene – prima di arrivare ad una prima conclusione di ragionamento in questo primo servizio che dedicherò alla sua audizione del 13 settembre, ora che l’intera trascrizione è stata messa sul sito della Commissione bicamerale – è bene apprendere dallo stesso Di Matteo perché non poteva, non può e non potrà essere coinvolto in un quell’enorme guazzabuglio investigativo che seguì alla strage di Via d’Amelio.

Tra i processi per la strage Di Matteo ha infatti seguito un solo processo, dall’inizio delle indagini alla conclusione della sentenza di primo grado: il cosiddetto processo via D’Amelio-ter. «È stato l’unico che ho seguito dal momento in cui è stato iscritto il fascicolo nel registro delle notizie di reato nei confronti di alcuni soggetti al momento in cui, il 9 dicembre 1999 – ha spiegato scandendo bene le parole accanto a Bindiè stata emessa la sentenza di primo grado. In quel processo sono state irrogate venti condanne per concorso in strage. Quel processo, l’unico che io ho seguito dall’inizio dell’indagine, prescinde completamente e assolutamente dalle dichiarazioni di Scarantino Vincenzo. In quel processo, Scarantino Vincenzo non è stato chiamato neppure a testimoniare. Nelle sentenze del processo, negli atti di quel processo, non c’è alcun riferimento, non troverete alcuna dichiarazione di un soggetto che noi non abbiamo chiamato neppure a testimoniare».

Ma Di Matteo andrà oltre.

Le trascrivo testualmente le sue dichiarazioni davanti ai membri della Commissione parlamentare antimafia perché sui media (carta stampata web, radio, tv) non ne troverete assolutamente traccia.

«Affermare che tre processi sono stati fondati sulle dichiarazioni di Scarantino è semplicemente un falso – dirà d’un fiato il sostituto procuratore nazionale antimafia – è assolutamente infondato. Vi ho già anticipato alcuni dati in questo senso. Vi ho ricordato il dato del via D’Amelio-ter, processo nel quale Scarantino non è stato nemmeno citato nella lista dei testimoni di accusa. Ma, andando a ritroso, affermare che anche il via D’Amelio-bis si sia fondato esclusivamente sulle dichiarazioni di Scarantino è un altro dato falso, tant’è vero che molte condanne inflitte da quella corte nel via D’Amelio-bis – Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Carlo Greco, Francesco Tagliavia, Giuseppe Graviano – sono state confermate e mai successivamente messe in discussione, nonostante le dichiarazioni di Spatuzza.
Ecco perché, anche per il via D’Amelio-bis, affermare che quel processo abbia dato credito incondizionato alle dichiarazioni di Scarantino è semplicemente falso. Significa non conoscere gli atti; significa adeguarsi a una prospettazione che, molto abilmente, qualcuno sta instillando anche nella mente di persone in buonafede; significa non avere letto la requisitoria. Fingere di non ricordare che lo stesso pubblico ministero, già nel via D’Amelio-bis, aveva sostenuto che le dichiarazioni di Scarantino erano state inquinate dopo i primi tre interrogatori e potevano essere utilizzate – così si esprime il pubblico ministero in quella requisitoria – solo se confortate in maniera particolarmente significativa da altri e forti elementi di prova, da altre dichiarazioni di altri pentiti, da altre testimonianze, da altre intercettazioni telefoniche… Per questo motivo lo stesso pubblico ministero, in assenza di significativi elementi di prova diversi dalle propalazioni di Scarantino, già nel via D’Amelio-bis chiese e ottenne l’assoluzione per il delitto di concorso in strage di Calascibetta Giuseppe, Murana Gaetano e Gambino Antonino, soggetti che poi vennero condannati perché altre fonti di prova vennero in appello – in processi che quindi non seguivo io, non seguiva la procura di Caltanissetta, ma casomai l’organo inquirente della procura generale di Caltanissetta – e le assoluzioni, anche queste sollecitate dal Pm, si trasformarono poi in condanne. Ecco il perché oggi della revisione
».

 

(l’articolo continua qui)

Nel merito. Nino Di Matteo: «La nostra Costituzione deve essere applicata piuttosto che modificata.»

«Io sono sempre stato convinto che il vero grande problema italiano sia la forbice tra la Costituzione formale e quella materiale. Il vero problema è costituito dal fatto che molti importanti principi costituzionali non hanno mai trovato applicazione. Da una parte c’è la Costituzione scritta e c’è un’Italia che vorrebbe un progetto politico con alti principi di uguaglianza, di solidarietà e di libertà così come scritti nella Costituzione, e dall’altra parte c’è stata invece la trasformazione e l’elusione della Costituzione nella pratica politica, con un’Italia fondata sulla speculazione, sulla ricerca esasperata del potere e della sua conservazione, sul compromesso e sull’accettazione, perfino, di metodi mafiosi e poteri criminali. Io sono convinto che questo sia il vero grande problema. La nostra Costituzione deve essere applicata piuttosto che modificata.»

Mi ha risposto così Nino Di Matteo nella mia lunga intervista per Left nel numero che trovate in edicola (o che potete leggere in versione digitale qui). E ne abbiamo parlato nel merito, punto per punto, articolo per articolo, cercando di analizzare anche gli eventuali effetti sulla magistratura. E l’intervista probabilmente coglie nel segno se Raffaele Cantone oggi  ci dice che sarebbe opportuno che “i magistrati non si espongano sul referendum” e lo dice mentre racconta di votare sì in tutta pagina del Corriere della Sera. Già. Il magistrato Cantone.

#Left cosa ci abbiamo messo dentro: Nino Di Matteo che vota no

Numero 46 di Left in edicola (o disponibile nello sfogliatore online qui). Dentro ci trovate la mia lunga intervista con Nino Di Matteo tutta sulla riforma costituzionale e sull’aria greve di questa campagna referendaria. Come al solito il magistrato non lesina giudizi e non si nasconde dietro questa “cortesia istituzionale” che ammanta più di qualcuno. Ci dice che la riforma Renzi-Boschi è invotabile perché pensata  male e scritta ancora peggio, ci spiega i rischi che comporterebbe anche per gli equilibri della Giustizia e, soprattutto, ci indica gli articoli della nostra Costituzione che andrebbero applicati piuttosto che riformati.

Il sommario del numero (con l’apertura tutta sui risultati delle elezioni americane) lo trovate qui. Come al solito siamo tutte orecchie per giudizi, suggerimenti e proposte. Buona lettura.

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Di Matteo e la risposta politica

Sul rifiuto di Nino Di Matteo alla proposta avanzata dal CSM di essere trasferito alla Procura Nazionale Antimafia per garantire una maggiore sicurezza pendono due questioni: una umana (ne ho scritto stamattina qui nel mio editoriale per Left) e una strettamente politica.

La scelta di Di Matteo è un segnale alla politica. L’ennesimo di un magistrato che da troppi anni si ritrova nel limbo in cui in Italia si è soliti mettere coloro che non accettano di piegarsi alla cortesia istituzionale che pretenderebbero in molti.

«Non sono disponibile al trasferimento d’ufficio – ha detto il magistrato -. Accettare un trasferimento con una procedura straordinaria connessa solo a ragioni di sicurezza costituirebbe a mio avviso un segnale di resa personale ed istituzionale che non intendo dare».

Un trasferimento d’ufficio come extrema ratio per garantire sicurezza a un magistrato è una sconfitta di Stato. Su questo, una volta per tutte, forse vale la pena essere chiari: è l’identico discorso che si applica ai testimoni di giustizia che pretendono, a buon ragione, di rimanere nella propria città pretendendo che sia la mafia a dover scappare e scomparire. Per questo sono inutili, patetiche e strumentali le polemiche di chi in queste ore sta sottolineando che lo stesso Di Matteo aveva già chiesto di essere trasferito alla DNA: un riconoscimento del proprio spessore professionale è cosa ben diversa da una fuga di Stato.

Anzi, rinunciare a una posizione gradita per amore della forma, non so voi, io lo trovo rassicurante da parte di qualcuno che si occupa del rispetto della legge. No? Del resto non era difficile prevedere le insidie del caso: il nostro comunicato del 12 ottobre è la prova dei nostri timori fin da tempi non sospetti.

Ne ho scritto sui quaderni di Possibile qui.

Ecco il nostro comunicato per Nino Di Matteo

Ripetetelo infinte volte all’orecchio di questi che sono sordi del loro non potersi permettere di sentire. Ne ho scritto ieri per Fanpage (qui) e oggi abbiamo preparato un comunicato. Eccolo:

Di Matteo: senza mai abbassare la guardia

Ancora una volta si ha notizia di un’intercettazione in cui si parla di un progetto di attentato nei confronti di Nino Di Matteo. Ancora una volta assistiamo alla pronta reazione di un ampio pezzo di società civile e associazioni (tra cui Scorta Civica, Agende Rosse, Libera, Familiari Vittime di Mafia, Addio Pizzo, Fraterno Sostegno Agnese Borsellino, A.N.A.A.M., ANPI, Muovi Palermo, Comitato 23 Maggio solo per citarne alcuni) e allo stridente silenzio di buona parte della politica che sembra infastidita dal magistrato siciliano e dalle inchieste che Di Matteo sta portando avanti da anni.

Al di là delle opinioni personali sulla trattativa Stato-mafia (confidando che siano la storia e la giustizia a darci le risposte) un governo che mantiene un silenzio quasi ostile nei confronti di una magistrato è un insulto alla storia di questo Paese che ha pianto pesanti perdite nel fronte dell’antimafia.

Il miglior attentato per chi si oppone alla criminalità organizzata è l’isolamento e la delegittimazione e il primo modo per combatterli è che se ne parli ovunque, come già diceva Paolo Borsellino. Registriamo, d’altra parte, il silenzio sia del Presidente Mattarella (solitamente sensibile sull’argomento antimafia anche per le dolorose vicende personali) e soprattutto quello del sempre loquace Matteo Renzi che intanto non disdegna i soliti filotti di tweet e ospitate per sostenere la sua riforma costituzionale.

Come Possibile ci prendiamo l’impegno di essere al fianco di Di Matteo e tutti i magistrati in prima lineaseguendo con attenzione tutti i prossimi passaggi e le decisioni che verranno prese per garantirne l’incolumità. Non solo oggi nel momento in cui è facile alzare la voce ma con una vicinanza intensa soprattutto nei prossimi momenti in cui la vicenda sparirà dalle cronache. Senza abbassare la guardia. Appunto.

Giuseppe Civati

Giulio Cavalli

I vigliacchi che non parlano (pubblicamente) di Nino Di Matteo

Tutti quelli che stanno zitti ci dicano, ci spieghino e ci insegnino che Di Matteo si minaccia da solo, che si costruisce pentiti per la carriera (che però, guarda un po’, nemmeno quella riesce a fare) e che le minacce sono false o non pericolose. Ma non se lo dicano nei bisbiglii davanti al caffè o nei messaggini ridanciani: ce lo dicano in faccia, ne facciano un editoriale e ci mettano la firma.

Se dovesse succedere qualcosa, qualsiasi cosa, comunque vada a finire questa storia almeno rimarranno i nomi e i cognomi, insieme a quest’altra brodaglia di codardi.

Il mio articolo (e le mie domande) sono qui.

Saverio Masi ed una storia che non possiamo permetterci di non conoscere

saverio-masiSaverio Masi non è un carabiniere qualsiasi: il maresciallo Masi è l’uomo che forse più di tutti è stato vicino alla cattura di Matteo Messina Denaro, il superboss di Cosa Nostra considerato l’ultimo vero “padrino” dopo Riina e Provenzano. Per due volte nella zona di Bagheria, Saverio Masi ha segnalato ai propri superiori, in pesantissime relazioni scritte, la possibilità di avere individuato  la sede della latitanza di Messina Denaro pedinando prima il fratello dell’amante del boss, Maria Mesi, e poi addirittura avendo la sensazione che un’auto fosse guidata dallo stesso Messina Denaro. Due relazioni inspiegabilmente mai arrivate in Procura.

Ma Saverio Masi è anche uno dei testimoni del processo Mori-Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano in cui depose il 21 dicembre del 2010 e sarà uno dei teste chiavi nel processo sulla trattativa per riferire come si legge nella lista testimoniale della procura, sugli “ostacoli incontrati nell’ambito della sua attività investigativa finalizzata alla cattura di Bernardo Provenzano”. Oggi il maresciallo Masi è il caposcorta di Nino Di Matteo, il magistrato più a rischio di questi ultimi anni. Insomma: sembra facile intuire che, come descritto nelle valutazioni, il carabiniere Masi ha alle spalle una carriera che la stessa Arma dei Carabinieri definisce eccellente. Fino a poco tempo fa.

Oggi Saverio Masi rischia di essere estromesso dal lavoro che ama per una multa. Sì, per una multa e la storia vale la pena raccontarla dall’inizio

…continua qui.