Vai al contenuto
Home » Politica » Pagina 242

Politica

La bellezza di un impegno: la mia candidatura

Perché candidarsi? Questa è la domanda che mi sono posto più e più volte. La domanda che ricorre e rincorre i miei sostenitori, amici e probabilmente anche chi mi è avverso. C’è un’altra domanda che richiede spazio, prima di dare la risposta: perché non candidarsi? Da molto tempo il concetto che riempie il mio quotidiano, il mio teatro, il mio indagare la contemporaneità e le sue storture lo definisco: la bellezza dell’impegno. Non un concetto teorico, o una frase ad uso della stampa, delle televisioni. La realtà non è un oggetto immutabile nelle sue perversioni, nel suo essere nemica dei deboli, nella sua natura ricattatoria sul lavoro, prevaricante quando è anche solo un posto su un autobus ad un anziano o a una donna incinta. La realtà non è mutevole, la cambiamo noi, per davvero. Attraverso gli strumenti della bellezza di cui ognuno di noi è portatore sano e attraverso l’operosità dell’impegno, cioè dell’alzarsi la mattina e non cedere mai il passo né alla disperazione né al qualunquismo né all’indifferenza. Odio gli indifferenti, amo le differenze. Diciamoci la verità: la politica è stata sottratta ai cuori delle persone. Non solo l’hanno sottratta ma abbrutita a tal punto da renderla un campo fangoso. Chi vuole attraversarla non può che sporcarsi. No grazie. Questa si chiama rassegnazione. La politica è il mezzo con cui si può creare un cambiamento reale e profondo. La politica è la possibilità di elevare la qualità di vita di tutti, è la possibilità di creare una solidarietà che non compare solo per le emergenze, ma è costante, come l’avvicendarsi delle stagioni. Può essere vista come impopolare la candidatura? Può essere vista come contaminazione o addirittura corrosione di una mia integrità artistica ed esistenziale? Bene, che lo sia. Perché il mio salire sul palco, il mio raccontare a voce alta le infiltrazioni della ndrangheta in Lombardia, il mio raccontare la strage di Linate o lo scempio della pedofilia già mi hanno posto nella condizione di essere sicuramente contaminato. Non voglio la comodità di una sedia, che sia quella del palco da dove posso ergermi a cantore del presente corrotto, o la sedia del politico che architetta alleanze e strategie a beneficio di pochi. Voglio essere presente sul palco della quotidianità, sul palco del tempo in cui vivo, sul palco della società civile che dice: basta. Perché un giorno non voglio trovarmi in platea a rimpiangere di non essermi alzato e aver partecipato. Non voglio pentirmi di aver soltanto applaudito alla mia vita perché ho fatto scelte equilibrate che mi hanno dato consenso e benevolenza. No, grazie. Ancora una volta. Coerentemente con la mia vita mi pongo ogni giorno scelte difficili, impopolari, ma seguo soltanto ciò che ho nel cuore e nella pancia, la volontà inestinguibile di essere presente, partecipe a me stesso e alla società di cui sono parte. Questa è la bellezza dell’impegno. Soltanto questo.

Giulio Cavalli

http://italiadeivalori.antoniodipietro.com/articoli/politica/giulio_cavalli_la_bellezza_di.php

15 Gennaio: Antonio Ingroia, Alberto Nobili e Giulio Cavalli al Teatro Nebiolo

Il Centro di Documentazione per un Teatro Civile ospita al Nebiolo venerdì 15 gennaio alle 21:00 il Dott. Alberto Nobili (Sostituto Procuratore del Tribunale di Milano) e il Dott. Antonio Ingroia (Procuratore Aggiunto del Tribunale di Palermo).
Anche in questa occasione, a moderare la serata, con loro sul palcoscenico Giulio Cavalli.
Alberto Nobili e Antonio Ingroia incontreranno il pubblico affrontando il tema della nuova proposta di legge sulle intercettazioni, con particolare riguardo alle sue possibili interferenze nella lotta alla criminalità organizzata. Tratteranno, inoltre, dell’infiltrazione criminosa sul territorio lombardo. I magistrati si confronteranno sulle differenze di manifestazione delle mafie al Nord e delle più conosciute mafie del Sud.
Entrambi, grazie alla loro pluriennale esperienza sul campo, potranno illustrarci le espressioni più evidenti sul territorio della criminalità organizzata.
Il  Dott. Ingroia durante la serata  presenterà inoltre il suo libro “C’era una volta l’intercettazione. La giustizia e le bufale della politica” edito da Nuovi Equilibri.

L’ingresso al pubblico è libero fino esaurimento posti (non vengono accettate prenotazioni).
Solo per gli abbonati: previa prenotazione valida la poltrona in abbonamento prosa/prosa in coppia/ adotta una poltrona.

Le storie “invisibili” di uomini in guerra

Il giudice Caselli e un poliziotto della squadra Catturandi ospiti al teatro Nebiolo di Tavazzano. «Il mio pianerottolo come una trincea per ricordarmi questo conflitto». Un magistrato e un poliziotto, sullo stesso palco, impegnati nella stessa battaglia. Venerdì sera al Nebiolo di Tavazzano, si sono intrecciati i racconti del magistrato Gian Carlo Caselli, da 37 anni sotto scorta per le sue inchieste sul terrorismo prima e sulla mafia poi, e uno degli uomini della mitica sezione Catturandi della squadra mobile di Palermo, che da 16 anni insieme a un gruppo di colleghi, invisibili quanto lui, dà la caccia ai latitanti più pericolosi della criminalità organizzata. Tra loro, in una serata blindata da polizia, carabinieri e digos (anche per proteggere l’anonimato del super poliziotto della Catturandi, I.M.D. per convenzione), il regista e autore Giulio Cavalli, direttore artistico del Nebiolo, sotto scorta da 8 mesi per le minacce dei clan. A Gian Carlo Caselli e alla sua esperienza da protagonista nelle guerre più sanguinose e importanti affrontate dallo Stato, raccontate nel suo libro Le due guerre. Perché l’Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia, scritto a quattro mani con il figlio Stefano, la responsabilità di tracciare il parallelo di queste battaglie. È stato proprio Caselli a raccontare la rivoluzione di popolo che ha portato all’isolamento dei brigatisti. Questa la differenza nelle due lotte, «perché la mafia non è mai stata considerata altro da noi – ha spiegato il procuratore Caselli – : la mafia è un intreccio perverso di rapporti torbidi tra pezzi della società, della politica, della cultura, dell’informazione. Una zona grigia in cui hanno molta rilevanza quelle che si chiamano “relazioni esterne”. Se dal dopo stragi ad oggi, c’è una continuità operativa straordinaria nel contrasto militare, non c’è la stessa continuità nel cercare di individuare gli inquietanti rapporti tra mafia e politica. Se ti occupi di Riina vai bene, se inizi a guardare alle relazioni esterne che coinvolgono personaggi eccellenti, sempre facendo il tuo dovere, i bastoni tra le ruote sono molto frequenti». Positivo il pensiero di Caselli sulla possibilità di sconfiggere definitivamente il fenomeno, «perché come diceva Falcone, la mafia è una vicenda umana e come tale ha un inizio, uno sviluppo e una fine. Se ci credeva Falcone, dobbiamo crederci anche noi». Una battaglia dura, fatta di rischi personali, come quelli vissuti in prima persona dal giudice che ha aperto una parentesi sul lato umano della sua esperienza a Palermo, quando viveva in un palazzo di otto piani completamente svuotato, con un ascensore che non faceva fermate intermedie. «Il mio pianerottolo era una trincea, piantonato da un soldato di leva, un poliziotto, con del filo spinato e dei sacchi di sabbia – ha raccontato il giudice – : bastava quest’immagine ogni mattina per ricordarmi che ero in guerra». A confrontarsi ogni giorno con il braccio armato della criminalità organizzata, il giovane poliziotto della Catturandi, I.M.D.,classe 1973, autore del libro Catturandi. Da Provenzano ai Lo Piccolo, come si stana un pericoloso latitante. Entrato in polizia a 21 anni sull’onda dell’effetto traumatico del post stragismo, come molti giovani di quella terra insanguinata che sentivano il peso della morte dei giudici Falcone e Borsellino come senso di responsabilità, si è trovato nella sezione speciale quasi per caso. «Mi misero alle intercettazioni e mi dissero che sarei rimasto lì un paio di giorni, per fare esperienze. Dopo sedici anni sono ancora lì – ha raccontato lui, che ha sempre vissuto senza poter rivelare a nessuno la sua vera occupazione – : alla mia ragazza dicevo di stare all’ufficio passaporti». In realtà era in una delle sezioni più attive della squadra mobile, una seconda casa in cui un gruppo di giovanissimi poliziotti, guidati da validi funzionari, hanno iniziato una battaglia vissuta giorno e notte, fatta di dettagli, tracce, pedinamenti, un lungo lavoro di ricostruzione dei movimenti dei fiancheggiatori necessario per arrivare ai latitanti. «Ma il nostro lavoro non è sufficiente – ha spiegato ancora il poliziotto -: se anche arrestassimo tutti i latitanti ancora in libertà, e lo faremo, la mafia esisterebbe ancora, perché c’è un problema storico e culturale. Se un giovane per trovare lavoro deve rivolgersi alla criminalità, significa che lo Stato è assente. I mafiosi hanno il controllo del territorio perché il cittadino riconosce quest’autorità. Se lo Stato non copre questi buchi, non riusciremo mai a vincere il fenomeno».

Rossella Mungiello

DA IL CITTADINO L’ARTICOLO QUI

Due parole e qualche fatto su “via Bettino Craxi”

“Più sono le leggi, più sono i ladri”
Bettino Craxi

Attenzione: la patetica idea dell’ormai prevedibile sindaco Moratti di intitolare a Bettino Craxi una via in Milano non è meramente un problema solo politico: è lo specchio di un’impunità culturale che in tutti i campi è diventata un trofeo con tutto intorno una sonnolenza scoraggiata e martellata secondo le regole della prostituzione pubblicitaria piuttosto che quelle della memoria politica di un paese. Già la proposta avanzata dal sindaco Moratti indica che il limite della dignità verso la memoria è stato superato; al di là degli esiti pratici è un’onta che puzza di sugo rancido che ci teniamo sulla giacca di questa città già imbrattata.

Quella stessa parte politica che ultimamente scalcia goffa ululando al rispetto delle istituzioni oggi ci dichiara chiaramente che la Memoria di questo paese (quella con la M maiuscola che è figlia unica della storia) non è affidata ai Fatti ma alle opinioni di pessimi opinionisti prestati a tempo indeterminato al mestiere indegno di apriporte o lucida ottoni al servizio degli interessi di pochi.


E allora non stupisce che si decida di dedicare una via proprio a colui che per primo trasformò in Sistema quel meccanismo infame di corrotti e corruttori che premia il miglior offerente a scapito del più capace. Quel sistema che ha trasformato la meritocrazia in un privilegio piuttosto che un diritto. E quando i diritti diventano privilegi da supplicare significa che qualcuno insieme ai soldi si è rubato anche le regole del gioco, che la partita è impari, che la democrazia è diventata un souvenir.
Craxi è stato condannato con sentenza passata in giudicato a: 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo Eni-Sai il 12 novembre 1996; 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le mazzette della metropolitana milanese il 20 aprile 1999. Per tutti gli altri processi in cui era imputato (alcuni dei quali in secondo o in terzo grado di giudizio), è stata pronunciata sentenza di estinzione del reato a causa del decesso dell’imputato. Fino a quel momento Craxi era stato condannato a: 4 anni e una multa di 20 miliardi di Lire in primo grado per il caso All Iberian il 13 luglio 1998, pena poi prescritta in appello il 26 ottobre 1999; 5 anni e 5 mesi in primo grado per tangenti Enel il 22 gennaio 1999; 5 anni e 9 mesi in appello per il Conto Protezione, sentenza poi annullata dalla Cassazione con rinvio il 15 giugno 1999; 3 anni in appello bis per il caso Enimont il 1° ottobre 1999. Bettino Craxi morì condannato “volontariamente sottratto alla custodia cautelare, agli arresti domiciliari, al divieto di espatrio, all’obbligo di dimora o ad un ordine con cui si dispone la carcerazione” : Bettino Craxi morì latitante secondo l’articolo 296 del Codice di Procedura Penale.
Un grande statista (ma anche un mediocre politico) deve (almeno) affrontare i processi, piuttosto accetta di diventare un collaboratore di giustizia, contribuisce in maniera decisiva al risanamento etico e giuridico della classe politica italiana; e piuttosto responsabilmente accende una stagione di prosperità e rigore che lo può vedere protagonista, ruolo a cui il suo “pentimento”  gli darebbe piena legittimazione. Invece il piccolo Craxi è fuggito ed ha vissuto i suoi ultimi anni in latitanza eludendo di fatto le leggi del suo Paese.
E allora mi scuserà la sindachessa se proprio non riusciamo ad esserne orgogliosi, in una Milano che mentre lascia la mafia sotto il tappeto e gli operai sopra i tetti si preoccupa di mettere in strada un monumento a Bettino. Un riconoscimento all’anti-memoria che, per amor del vero, esiste già non solo in altre città ma ci viene propinato tutte i giorni a tutte le ore su quelle televisioni figlie del craxiano “decreto Berlusconi” varato per salvare l’allora imprenditore Silvio Berlusconi dalla decisione dei pretori di Torino, Roma e Pescara di oscurare i canali televisivi della Finivest. Quelle televisioni che sono lo spot pubblicitario continuo dell’omicidio della meritocrazia imprenditoriale in questo paese. Quelle televisioni che per uno strano gioco di uguaglianze sono figlie (nella modalità della nascita) non di una democratica di discussione in Parlamento ma di un monocratico voto di fiducia; nello stesso modo innaturale e antiparlamentare con cui opera abitualmente questo attuale governo.
Mi scuserà il sindaco Moratti se mi permetterò di raccontare ai miei figli, prima di chi fosse Bettino Craxi, che questa è la città di Guido Galli, di Ambrosoli, di Alessandrini e molti altri. Se mi permetterò di raccontargli che Craxi oggi esce ingigantito solo per il paragone con i nani dell’attualità. Mi scuserà se mi viene da sorridere pensando che addirittura Bobo Craxi (che a 25 anni era già segretario del Psi milanese per discendenza diretta) arrivò a dire “Non mi sono mai considerato craxiano” (10-9-92).
L’aforisma di un anonimo arabo dice: Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero.
E allora se davvero come disse Silvio Berlusconi il 21 settembre del ’94 “io a Craxi non devo nulla. Ho sempre riconosciuto il ruolo dei magistrati nella lotta al sistema perverso della Prima Repubblica. TV e giornali della Fininvest sono sempre stati in prima linea a difendere i magistrati e in particolare Di Pietro!” non cerchi oggi di chiedere scusa con una via.
Non dico per rispetto di Giustizia, non dico per Memoria; almeno per Dignità, se ne è avanzata un po’.

Mafia e politica: il teatro un’arena civile

Domani sera a Tavazzano l’appuntamento con i due magistrati, sul palcoscenico con Giulio Cavalli. . I giudici Caselli e Cantone al Nebiolo per raccontare la lotta per la giustizia. Riprendono gli incontri del Centro di documentazione per un teatro civile, il laboratorio di ricerca e produzione artistica nato a Tavazzano in seno alla Bottega dei mestieri teatrali di Giulio Cavalli; domani sera, alle 21, sul palco del teatro Nebiolo, saranno ospiti i magistrati Raffaele Cantone e Giancarlo Caselli che, moderati dallo stesso Cavalli, racconteranno al pubblico del loro lavoro, di come sceglierlo abbia influito sulla loro vita professionale e privata. Filo conduttore dell’incontro: i capitoli dei libri che entrambi i magistrati hanno recentemente dato alle stampe, accomunati dal desiderio di raccontare un’esperienza che, per quanto diversa, si pone come esempio di coraggio, dedizione e valore civile. Raffaele Cantone, 45 anni, pubblico ministero alla Dia di Napoli fino al 2007, ha affidato alle pagine di Solo per giustizia (Mondadori, 2008) il compito di testimoniare quanto possa essere pericoloso il suo mestiere, soprattutto se sei diventato il nemico numero uno di un clan mafioso potente e ramificato come quello dei Casalesi. Cantone racconterà al pubblico del Nebiolo di come, studente di giurisprudenza inizialmente intenzionato a vestire la toga di un avvocato, sia finito qualche anno più tardi a lavorare come magistrato in una delle Direzioni distrettuali antimafia più infuocate d’Italia, di come si faccia ad andare avanti con la scorta sempre appresso in ogni istante della giornata e la paura di una morte più volte minacciata. Il primo istinto sarebbe quello di considerare un uomo come Cantone un eroe, fermamente deciso a seguire fino in fondo quella che potrebbe essere definita una sorta di “vocazione missionaria”, ma raramente i magistrati della sua stessa pasta amano definire così la propria carriera, preferiscono parlare – come fa Cantone nel suo libro – di un percorso graduale, talvolta persino casuale, dove però rimane sempre salda la passione per il diritto. Una passione che ha mietuto parecchie vittime tra i magistrati italiani, e che sprona chi li ha conosciuti e stimati a continuare la battaglia in cui sono caduti, a ricordare a tutti le loro storie. In questa prospettiva si colloca Le due guerre – Perché l’Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia (Melampo editore, 2009), il libro con cui Gian Carlo Caselli ripercorre trentacinque anni di storia italiana, dalla Torino degli anni Settanta – presso il cui tribunale lavorava come giudice istruttore – alla Palermo degli anni Novanta, conosciuta grazie alla nomina a procuratore. Lo sguardo di Caselli è quello di chi ha combattuto e combatte una duplice guerra, una contro il terrorismo di sinistra e l’altra contro la mafia, tra le quali solo la prima può dirsi vinta, mentre la seconda è ancora in sospeso. Dal processo ai capi storici delle Brigate rosse al pentimento di Patrizio Peci, dalle stragi di Capaci e via D’Amelio all’arresto di Totò Riina, passando per il caso Cossiga/Donat-Cattin e il processo a Giulio Andreotti: in mezzo, il ricordo di tanti, troppi amici che, in questa storia aspra di rischi e di eroismi, combattendo hanno perso la vita. S. C.

DA IL CITTADINO L’ARTICOLO QUI

Giulio Cavalli: pensieri tra anno che muore e anno che nasce

Un regista e attore sotto scorta perché le risate non piacciono ai boss. In Italia è successo anche questo.
Giulio Cavalli: pensieri tra anno che muore e anno che nasce
A sentire la sua voce dimostra più anni dei 32 che ha compiuto a giugno. Sì, ha solo 32 anni ed è un altro concittadino italiano sotto scorta perché minacciato dalla mafia. Non è meridionale ma vive in Lombardia. Non è un giornalista (nel senso classico del termine) o un magistrato; Giulio Cavalli è un regista teatrale, uno scrittore e un attore.

Quando risponde alle domande dimostra una grande umiltà e quasi inconsapevolezza di ciò che rappresenta agli occhi di molti giovani di oggi. Quando gli si ricorda che è stato ribattezzato il Saviano del nord non si capisce se sia più divertito o arrabbiato. Credo arrabbiato.

Ha messo in scena coi suoi spettacoli pezzi della nostra storia recente e più scomoda, come l’assurda morte di Carlo Giuliani al G8 di Genova, in (Re) Carlo (non) torna dalla battaglia di Poitiers, o l’incidente di Linate in Linate 8 ottobre 2001: la strage, un monologo sul disastro aereo in cui persero la vita 118 persone.

E in Bambini a dondolo mostra al pubblico quel dramma sociale che attraversa le frontiere che è il turismo sessuale infantile. Ma è con il suo spettacolo Do ut Des – Riti e conviti mafiosi, che il suo lavoro va a toccare quei fili da cui in Italia è sempre bene tenersi lontani se vuoi vivere tranquillo. Attraverso la storia di Totò Nessuno, si viaggia appunto tra riti e cerimoniali mafiosi, che vengono dissacrati e resi ridicoli agli occhi dello spettatore divertito e amareggiato.

Penso che le parole più adatte per parlare di Do ut Des siano proprio le sue: “Tutte le mafie del mondo vivono, proliferano e crescono sulla base del proprio onore che cresce sulla paura. Quell’onore si incancrenisce e diventa credibilità fino a sommergersi e travestirsi di cultura. Ridere di mafia significa ribellarsi ad un racket culturale”.

Alla fine di questo lungo anno, abbiamo voluto chiedergli di tirare le somme di questi 12 mesi e delle speranze che nutre per il 2010 alle porte. Con qualche risposta che ha preferito non dare e un premio da ritirare ai primi di gennaio.

Il 2009 è stato per lei un anno importante. Ci può raccontare come è cambiata la sua vita e come ripensa oggi a quest’anno che se n’è andato?
Se penso al 2009 non penso all’aspetto televisivo e vouyeuristico della scorta. Il 2009 è stato un anno importante perché ho fatto delle scelte importanti, augurandomi di avere lucidità e onestà intellettuale per riuscire a farle anche nel 2010. Poi ad ogni disposizione e presa di posizione seguono purtroppo delle reazioni che sono più o meno civili. Però siccome ho sempre preferito dedicarmi alle cause e non agli effetti, allora questo 2009, che è stato un anno di cause, è importante.

Ora che vive sotto scorta, e viene definito il Saviano del nord, rifarebbe tutto quello che ha fatto?
Non definitemi il Saviano del nord, per piacere. Non usate questa espressione, vi prego. Ci sono 675 persone in Italia sotto scorta.

Ma rifarebbe tutto quello che ha fatto?
Ma certo. Io non faccio qualcosa in base alle conseguenze. Cioè, se trovo che qualcosa sia giusto, l’ultimo mio pensiero è quali conseguenze potrebbe comportare. Io mi dedico alla pars construens delle mie decisioni, quindi mi auguro di non arrivare mai a essere compromettibile, a essere piegato su me stesso e piegato sugli effetti. Quindi assolutamente rifarei tutto quello, e continuerò a farlo.

Secondo lei perché è così difficile pensare che la mafia non sia solo un problema del sud Italia?
Perché il nord, e soprattutto la Lombardia è sempre stata la regione regina nel prostituire la politica ai linguaggi della pubblicità, e allora, se ci pensi, l’effetto tranquillizzante, l’effetto più importante in politica è che sia sotto forma di spot, e la mafia è un fenomeno che è vissuto, per chi ha una conoscenza superficiale o ignorante, come qualcosa di molto sporco e peloso; per chi invece ha avuto appena appena il gusto e la voglia di approfondire un po’, si scopre che è figlia della debolezza morale di una classe politica. E’ come fare lo spot di un panettone e dire che però poteva succedere che qualche candito non sia buono.

Lei utilizza il grammelot per fare un teatro che è di denuncia sociale. Da che cosa deriva questa scelta?
Il grammelot è il cordone ombelicale coi giullari e con gli arlecchini, e i giullari sono stati i più grandi attori di teatro civile, molto di più di noi che ci siamo imborghesiti cinquecento anni dopo. Quindi recuperare un po’ di pancia per essere il più possibili trasparenti anche in scena mi sembrava fondamentale. Poi, siccome il federalismo esiste solamente nelle teste di qualche ebete ma in realtà lo stesso federalismo, il purismo linguistico, soprattutto in Lombardia è un’utopia, tra l’altro criminale, allora il grammelot è quella lingua che ti permette di non essere identificabile con una zona, soprattutto in questo momento in cui l’identificazione con i quartieri sembra quasi che diventi un elemento di pregio.

Il grammelot è stato utilizzato anche da Dario Fo. Pensa che questo sia uno degli aspetti che ha portato al vostro incontro?
Beh, sicuramente come formazione teatrale sono molto vicino a Fo, per cui era una grande speranza lavorare con lui. E tra l’altro Fo è stato, penso, uno degli esempi negli anni ’70, proprio dell’uso politico, nel senso alto del termine politica, della risata. E quindi rimane sicuramente un maestro irraggiungibile, per chiunque.

Cosa le ha lasciato, insomma, quest’esperienza col premio Nobel?
Ogni volta che ti capita di fare un incontro importante ci sono due aspetti. Uno che se vuoi è egoistico ed è la soddisfazione di aver potuto ottenere della stima di persone che hanno fatto la storia del nostro lavoro. E poi cercare di assorbire il più possibile quello che queste persone ti possono dare. Io credo che ormai la persona Fo è schiava, nel senso bello, del teatrante che è geneticamente in tutto quello che fa e in tutto quello che dice.

Spera che vi siano altre vostre collaborazioni in futuro?
Sì, mi auguro che le collaborazioni continuino. Spero che gli incontri siano sempre l’inizio di qualcosa, non l’apice.

Il 2010 inizierà per lei con il premio Fava, per cui lei ha detto che reagirà col tremolio emozionato di un bambino davanti ad un regalo inaspettato… Ci può dire qualcosa di più su questo premio, lei che si è definito un giornalista mancato?
Guarda, siccome i critici teatrali sono i sacerdoti al ballo delle banalità, vivono paragonando sempre noi a qualcun altro. Io sono stato il nuovo Fo, il nuovo Paolini – il nuovo Paolini con, tra l’altro, Marco in buona salute e che continua a lavorare – il nuovo Celestini, semplicemente perché usavo un linguaggio, un ritmo molto alto durante gli spettacoli. Poi sono diventato il nuovo Impastato perché semplicemente mi son permesso di credere, come lo credeva lui, che la risata sia una delle armi più soddisfacenti per smerdare la vacuità morale dei boss mafiosi e per disonorarli. Allora in tutto questo io, fondamentalmente, pur contento di essere accostato a queste persone, anche a livello professionale, però, non c’entro nulla; io non sono un attore, per cui non arriverò mai ai livelli attoriali di Fo; non sono una persona a cui interessa fare memoria, ma più inchiesta, quindi sono molto lontano da Paolini, e se c’è una persona a cui mi sono sempre sentito vicino è inevitabile che fosse invece Pippo Fava, che tra l’altro paga, con questa carenza di memoria, proprio questa non specificità, il fat
to che lui non si sia riuscito a dare un ruolo. E quindi ricevere il premio Fava così inaspettatamente vuol dire che allora esiste una giustizia delle consonanze. E poi vado a ritirare un premio giornalistico di una persona che non era solamente un giornalista; è sempre molto riduttivo, secondo me, marchiare le persone. E’ allora per questo che forse è uno tra i premi che ho ricevuto che più mi sorprende, perché l’avrei sempre sperato. Ecco, per questo.

Speranze per il 2010?
Di continuare a essere onesto, con me stesso.

Ultima domanda. Si parla di lei come candidato dell’Idv alla regione. Accetterà?
No, non rispondo a questa domanda.

Devia?
Devio.

di  Laura Meloni

DA AGORAVOX.IT

L’ARTICOLO QUI

Un paio di osservazioni sulla “antimafia dei fatti” di questo Governo

Di fronte all’ennesima fanfara di numeri sventolata dal Governo nella recente campagna pubblicitaria intitolata “antimafia dei fatti” credo che vadano precisati alcuni punti. Non tanto per entrare nella desolante arena dialettica di un esibizionismo politico impacchettato con proclami in confezione regalo quanto almeno per un’onestà dei Fatti che sarebbe un vero peccato non prendersi la briga di raccontare.

Il 90% degli “arresti eccellenti” snocciolati dai recenti proclami (così come i loro patrimoni sequestrati) in questo ultimo anno sono il risultato o di rivelazioni di pentiti che hanno esercitato la parola nelle sedi competenti ( piuttosto che l’eroismo dell’omertà di manganiana memoria) o di quelle stesse intercettazioni che questo stesso governo sta trasformando in un desueto e antico fenomeno di costume. Ma la dicotomia più comica è che i magistrati che arrestano i mafiosi e sequestrano patrimoni sono gli stessi che a Palermo processano Dell’Utri per concorso esterno e indagano sulle trattative Stato-mafia. Gli stessi che a Caltanissetta e Firenze hanno riaperto le indagini sui mandanti occulti delle stragi del 1992-93. Gli stessi che a Napoli hanno chiesto e ottenuto un ordine di custodia per il sottosegretario Cosentino, ovviamente subito “stoppato” dalla Camera. Ed è proprio un peccato che in questa “trionfale marcia di numeri” il Governo abbia perso con Cosentino la possibilità di aggiungere un trofeo nella teca dell’antimafia.

Senza dimenticare il segnale culturalmente criminale dell’emendamento della finanziaria passato anche in Senato che consente la vendita degli immobili confiscati alle mafie; che potrà finalmente dare il via ad una numerologia di confische e restituzioni alle mafie come in una meravigliosa partita a Monopoli sulla tavola della legalità. Del resto è quasi stucchevole ricordare come siano proprio le mafie ad avere in questo momento la liquidità più facile per aspettare i 90 giorni passati dalla confisca senza assegnazione ed inviare qualche “testa di legno” amica all’asta di vendita. E, attenzione, non si tratta di pessimistiche ipotesi: i comuni di Canicattì in provincia di Agrigento e Nicotera in provincia di Vibo Valentia sono stati sciolti per mafia per avere assegnato beni confiscati a prestanome dei mafiosi colpiti dalla confisca. Un emendamento che riesce nella mirabolante impresa di tradire in poche righe sia il buon senso legislativo (affidando il meccanismo di vendita degli immobili ai funzionari locali del Demanio che per esposizione ambientale non sono nella posizione migliore di gestire “condizionamenti” nella vendita) sia alle centinaia di ragazzi che sotto la bandiera di Libera decidono di dedicare il proprio tempo e le proprie vacanze al volontariato sui beni confiscati a Corleone, Castelvolturno, San Giuseppe Jato e altri. E per finire in bellezza calpestando in un colpo solo quel milione di cittadini che nel ’96 firmarono l’appello di Don Ciotti per l’uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro restituzione alla collettività: mandare sul marciapiede la dignità di un paese per fare cassa è azione da piazzisti piuttosto che Statisti.

In questo luccicante contesto di “antimafia dei fatti”, il recente scudo fiscale oltre a permettere il rientro di capitali dall’estero con penali da Repubblica delle Banane ha anche in parte cancellato e in parte indebolito l’obbligo di segnalare operazioni sospette rendendo pressoché sterile il sistema di rilevamento di possibili casi di riciclaggio. Infatti (come avverte Roberto Scarpinato) l’art. 13 bis, comma 3, del Dl n. 78 del 2009 ha disposto che non si applica l’obbligo della segnalazione delle operazioni sospette per tutti i casi i cui i capitali rimpatriati o regolarizzati derivino da una serie di reati sottostanti che vengono estinti dallo scudo fiscale: i reati tributari di omessa dichiarazione dei redditi o di dichiarazione fraudolenta e infedele. Vengono inoltre estinti una lunga serie di reati quando siano stati commessi per eseguire od occultare i reati tributari, ovvero per conseguirne il profitto: alcuni reati di falso previsti dal codice penale (articoli 482, 483, 484, 485, 489, 490, 491 bis e 492), di soppressione, distruzione e occultamento di atti veri, nonchè dei reati di false comunicazioni sociali previste dal codice civile (articoli 2621 e 2622): capitali di origine illegale immessi nel mercato a seguito di tale normazione e del regime di invisibilità assicurato ai capitali ‘scudati’. Si è venuta a determinare per il vastissimo popolo degli imprenditori collusi l’opportunità di fare rientrare dall’estero capitali sporchi dei loro soci mafiosi occulti, spacciandoli falsamente come frutto di evasione fiscale per poi immetterli nel circuito produttivo.

Non mi risulta che Presidente e Ministri abbiano deleghe da Catturandi per acciuffare latitanti (ed è un peccato, perché almeno le auto delle Forze dell’Ordine non avrebbero il problema di cadere a pezzi e avere il serbatoio vuoto), e non mi risulta nemmeno che abbiano deleghe di magistratura (senza volere suggerire un’idea…) per le indagini; sicuramente hanno la responsabilità politica di quanto scritto sopra. E questi sono Fatti. Quale forma abbiano non lo so. Ma, sicuro, l’antimafia è un’altra cosa.

Eroi

Non si vedono in TV, i giornali ne parlano raramente. Tuttavia non sono degli sconosciuti, anzi, c’è tutta una serie di persone che di questi ficcanaso ne sa moltissimo e ne vorrebbe sapere ancora di più. Per fermarli. Sì, perchè quando si comincia a pensare, a parlare e, soprattutto, a far pensare gli altri, è difficile non farsi dei nemici.  Nemici che ti rendono la vita impossibile, ma contro i quali ci sono tante persone che hanno deciso di lottare a carte scoperte, perchè, come diceva Paolo Borsellino, “chi ha paura muore ogni giorno. Chi non ha paura muore una volta sola”.

C’è Gianni Lannes, direttore di un giornale on line. Da tempo segue la vicenda delle navi dei veleni e degli inceneritori del Sud Italia, per i quali ha aperto un’inchiesta. Il primo avvertimento a Luglio: l’automobile in fiamme. Pochi giorni fa, la replica: a Orta Nuova, circa 23 km da Foggia, un esplosione distrugge la sua macchina.

C’è Rosario Crocetta, ex sindaco di Gela. Quando parla delle intimidazioni subite dalla mafia, dice che “non sono minacce, sono condanne a morte”. Crocetta ha creato, durante la sua magistratura, un’associazione antiracket a cui hanno aderito più di 120 imprenditori e commercianti, che hanno iniziato a denunciare le estorsioni, contribuendo all’arresto di oltre 950 mafiosi. Non sa nepppure cosa significhi vivere normalmente, o forse lo sa meglio di tutti: “Non è facile vivere con questo pensiero” – ammette – “Non puoi avere una vita normale, non puoi andare a mangiare un gelato, io vivo a 300 metri dal mare e non posso più andare a farmi il bagno. Non posso nemmeno affacciarmi sul balcone. E’ un pensiero talmente costante, che mi sono quasi abituato all’idea”.

C’è Giulio Cavalli, 32 anni, attore e regista. Migliaia di pagine di intercettazioni lette, raccontate nelle piazze di Gela, Alcamo e Corleone, mettendo alla berlina Bernardo Provenzano, Totò Riina e i loro picciotti. Cavalli non ha paura. Si chiede, semmai, “se è giusto far pesare questa vicenda su quanti mi stanno intorno”. Da mesi vive nella consapevolezza che ogni suo spostamento è vigilato da persone incaricate di osservarlo: gli “avvertimenti” non si contano più. Bare disegnate sulla porta, gomme dell’auto squarciate. A Ottobre è tornato sul palcoscenico, ma a Milano, con un monologo (Cento passi dal Duomo) dove racconta trent’anni di ‘ndrangheta in Lombardia, partendo da Calvi e Sindona ed elencando nomi di ciò che oggi c’è, più che mai, nel Nord Italia.

C’è Lia Beltrami, assessore della provincia di Trento, rea di impegnarsi per la convivenza, l’integrazione e l’accoglienza dell’altro (come gli stranieri, richiamati anche in Trentino dalle esigenze dell’economia e del lavoro). Queste cose non piaccioni a tutta una schiera di fanatici razzisti: minacce, buste con proiettili e pedinamenti. Impossibile continuare a vivere se non sotto scorta.

C’è Don Luigi Ciotti, che è anche scrittore ed editorialista. Da anni non è libero di muoversi da solo perchè non esita a farsi dei nemici: trafficanti di droga, mafiosi, sfruttatori di prostitute. “Sono solo un cittadino che sente prepotente dentro di sé il bisogno di giustizia”, minimizza. Nel ‘95 nasce Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, un network che oggi coordina nell’impegno antimafia oltre 700 associazioni.

Cinque piccole storie. Di persone che oggi vivono sotto scorta in Italia ce ne sono 570. Molte di esse occupano le alte istituzioni della politica, ma altrettante sono giornalisti, scrittori, sindaci, panettieri, educatori. Uomini e donne che tengono entrambi gli occhi bene aperti e che, per invogliare le altre a fare lo stesso, hanno rinunciato a una vita normale. Pur sapendo che a molti di loro non piacerà, è difficile esimersi dal definire queste persone eroi.

Pietro Crippa

fonti: www.europarl.europa.eu

da IL FARO MAGAZINE L’ARTICOLO QUI

http://www.ilfaromag.com/prospettive/?p=5702

LA NORMALITÀ BLINDATA

QUANDO A FINIRE SOTTO SCORTA È LA GENTE COMUNE.
Il più noto è Roberto Saviano, l’autore di Gomorra. Che vive sotto scorta lo sa un numero d’italiani maggiore rispetto a quello di quanti hanno letto il suo libro, sebbene l’abbiano fatto in più di un milione. Molti cittadini, attenti alla cronaca, conoscono anche la vita “blindata” di don Luigi Ciotti, un uomo di Dio che da molti anni non è libero di muoversi da solo perché non esita a farsi dei nemici: trafficanti di droga, mafiosi, sfruttatori di prostitute. Secondo i dati ufficiali del ministero degli Interni, sono 570 le persone che, oggi, nel nostro Paese vivono scortate. Meno dell’anno scorso, quando erano 622, ma molto diversificate per professione. Non sono solo, infatti, i magistrati e i massimi vertici delle istituzioni, ma giornalisti come Lino Abbate o Rosalia Capacchione, sacerdoti, politici, amministratori locali e gente comune. Tutte persone che prendono sul serio il proprio lavoro e che vivono fino infondo i doveri del cittadino onesto, finendo così per pestare i piedi a chi approfitta del complice silenzio altrui per combinare affari sporchi. Si può finire sotto scorta perché non si cede a un’estorsione, ma anche perché, come è successo a una dirigente delllnps di Rossano, si denuncia una truffa ai danni della previdenza nazionale. Può succedere a uno come l’attore di teatro Giulio Cavalli, la cui intervista viene pubblicata qui di seguito, che ha il torto di mettere alla berlina i cosiddetti “uomini d’onore”, elencando a voce alta, dal palcoscenico, nomi e fatti di una criminalità organizzata che ha ormai intaccato anche il Nord. Oppure può capitare quel che è accaduto a Lia Beltrami, assessore della Provincia di Trento. C’è chi ne segue i passi perché, con la sua politica di solidarietà, ha urtato il razzismo viscerale di alcuni fanatici, incapaci di vivere in pace con gli immigrati. Capita che il coraggio delle idee debba essere difeso
dallo Stato. Noi abbiamo il dovere civico di non dimenticare, nutrendo stima verso chi, questo coraggio, lo pratica. E verso chi lo protegge.

È BERSAGLIO DI AVVERTIMENTI E MINACCE. CON LA SUA OPERA A CENTO PASSI DAL DUOMO, L’ATTORE GIULIO CAVALLI RACCONTA TRENT’ANNI FILATI DI ‘NDRANGHETA A MILANO, CON TANTO DI NOMI: «VOGLIO FAR APRIRE GLI OCCHI», SPIEGA.

Quest’intervista con Giulio Cavalli, in occasione del suo spettacolo teatrale A cento passi dal Duomo, era già stata realizzata, quando l’operazione “Parco Sud” ha spedito in cella la “terza generazione” della ‘ndrangheta nel Milanese. Risultato: 17 ordinanze di cattura, 48 indagati, 5 milioni di beni sequestrati e un velo squarciato su affari e intimidazioni che si sviluppavano in comuni a sud di Milano, come Corsico, Buccinasco e Trezzano sul Naviglio; ma con una delle imprese “sporche” che aveva la sede sociale in via Montenapoleone, a Milano. A cento passi dal Duomo, appunto.
Giulio Cavalli è un attore e regista di Lodi. Vive sotto scorta. Ha solo 32 anni, ha iniziato a calcare le scene nel 2006 e già in quell’anno è entrato in un programma di protezione che nel 2009 si è fatto più serrato. Sarà che lui, che si definisce un “giullare”, un “teatrante” e tende allo sberleffo più che al ghigno tragico, è incapace di tacere sulle tragedie reali trascurate. Ha messo in scena l’incidente aereo di Linate che nel 2001 costò la vita a 118 persone, ha rappresentato con Bambini a dondolo la vergogna del turismo sessuale, e già in quelle occasioni aveva causato “mal di pancia”. Il botto è arrivato con “Do ut des”, in cui metteva alla berlina Bernardo Provenzano, Totò Riina e i loro picciotti, andando per di più a rappresentarlo in piena Sicilia. Le intimidazioni e gli avvertimenti non si sono più contati, compreso il disegno di una bara sulla porta di casa sua e le gomme dell’auto tagliate. E Cavalli cosa fa? Quest’anno allestisce A cento passi dal Duomo, scritto con il giornalista Gianni Barbacetto. Un monologo nel quale racconta trent’anni di mafia in Lombardia partendo da Calvi e Sindona e arrivando a elencare nomi, fatti e foto della ‘ndrangheta d’oggi nella regione in cui lui vive e lavora. La regione più ricca d’Italia e la città più europea che tengono ancora gli occhi semichiusi su un cancro, la criminalità organizzata, che non le ha in pugno ma ci ha affondato saldamente le grinfie. La sfida di Giulio Cavalli è questa: far aprire gli occhi.
– Perché questo spettacolo?
«Perché penso che sia necessario. Si stava facendo un gran parlare dell’Expo 2015 a Milano, e preciso che io sono molto garantista sull’Expo, perché si rischia di demonizzare un evento che comunque è un’occasione eccezionale per il nostro Paese. Ma c’è una grossa bugia, ed è quella di una politica che assicura che per quell’occasione non entreranno le criminalità organizzate in Lombardia. È una bugia perché ci sono già, e quindi mi piacerebbe sentir dire che le faranno uscire, cioè avere una risposta che dimostra una certa conoscenza del fenomeno. La Lombardia ha l’opportunità di cominciare una lotta contro un’infiltrazione che non è nei centri nevralgici del potere, non è comunque nei vertici economici. Il mio spettacolo è ottimista perché vuole contribuire a un’osservazione il più possibile precisa di ciò che succede».
– Che cosa da fastidio del suo teatro?
«Un grande fastidio lo ha dato Do ut des. Dopo aver letto migliaia di pagine di intercettazioni, dopo aver letto le caratteristiche umane o subumane di gente come Riina o Provenzano, pensi “Beh, ma qui la parte comica è già scritta, bisogna semplicemente portarla in scena”. Effettivamente il portarla in piazza a Gela, ad Alcamo, a Corleone, raccontando che Riina non ha mai usato un congiuntivo, che Provenzano era un povero vecchietto con la musicassetta dei Puffi nel suo covo, ha creato una catarsi molto violenta. Nel momento in cui sveli che il loro onore non esiste, che è solo una metastasi della paura e basta un sorriso per smontarlo, gli hai già tolto un’arma di controllo. Noi eravamo certi che non avessero un buon senso dell’umorismo, e infatti…».
– Lei ha paura?
«Paura no. Ho avuto momenti in cui mi chiedevo, e mi chiedo ancora, se è giusto far pesare questa mia vicenda su quanti mi stanno intorno (Cavalli ha due figli, ndr). Dal 2006 c’è stata un’escalation: dalle minacce dei fan di Riina (c’è un mondo di decerebrati che sono paramafiosi pur non essendo affiliati) ad avvertimenti più importanti, avvenuti quest’anno, che hanno fatto capire che esistono persone incaricate d’osservarmi. Conoscono i miei spostamenti, vengono nei miei luoghi». «A Milano», continua Cavalli, «a un mio spettacolo c’era un parente di una delle più importanti “famiglie” della ‘ndrangheta milanese. E anche questi sono gesti che una società civile compatta non può permettere. Però, il bicchiere mezzo pieno di questa storia è l’appoggio e la stima delle istituzioni: parliamo di uno Stato che si prende la responsabilità di tutelare la parola. E io sono ottimista. Non ho mai perso il sorriso». «Tra l’altro non sopporto il voyeurismo che c’è in Italia su chi vive sotto scorta», conclude Cavalli. «Non ci sto a fare il “Saviano del Nord”, pur essendo amico di Roberto Saviano; mi sento più simile a un panettiere di Palermo che ho conosciuto, il quale alle 4 di mattina va a impastare il pane con due carabinieri, perché si è rifiutato di pagare il pizzo e ha sporto denuncia. Credo di essere una piccolissima parte di un processo che in Italia è avviato. Non vedo uno sfacelo nazionale, sinceramente. Altrimenti non lo farei, perché non ruberei mai la tranquillità alla mia famiglia, per quanto non l’abbia deciso io, se non fossi sicuro che saranno i miei figli a poterne godere il frutto».
R. B.

DA FAMIGLIA CRISTIANA L’ARTICOLO QUI