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corruzione

Mafia, antimafia, politica e calcetto: una mia piccola intervista

Mirco Sirignano mi ha intervistato qualche giorno fa per Italianews24. Ecco qui:

Giulio Cavalli, “per brevità chiamato artista”. È un attore, scrittore, regista, giornalista e politico, da anni impegnato soprattutto nel raccontare le mafie al nord. Dopo un suo spettacolo, nel 2009, gli viene assegnata la scorta. Ma questa per lui è solo una delle “caratteristiche meno interessanti poiché non è un pregio, non è un vizio o un difetto ma solo una conseguenza”. Ha pubblicato di recente il suo ultimo romanzo, Santamamma (Fandango Libri).

Giulio Cavalli, scrittore, attore, regista, politico impegnato soprattutto contro le mafie. Ne parla nei tuoi libri, nei suoi spettacoli. A che punto è il suo racconto?

Se parliamo di risultati, io credo che abbiamo fatto passi da gigante. Senza fare filosofia, vivo in un territorio in cui dicevano che la mafia non esistesse e finisco sotto scorta perché minacciato dalla mafia (quindi per una cosa che non c’è). Poi però, in quello stesso territorio (Lombardia, nda), mi capita spessissimo di andare nelle scuole, che ritengono l’educazione alla legalità, la conoscenza dei temi mafiosi e antimafiosi, davvero indispensabile. E quindi secondo me uno scatto c’è stato. L’aspetto triste della vicenda è che, ancora una volta, lo scatto è stato solo sociale. Tutto ciò che politicamente è stato fatto, nasce sulla spinta di un movimento sociale che ha obbligato la politica a prendere, o simulare di prendere, posizione. E questo è un pessimo segnale.

Ecco, storicamente al nord le mafie non sono percepite come un problema serio e reale. E’ cambiato il vento?

Sicuramente un’evoluzione c’è stata. Il problema è che ancora oggi il tema mafia non si riesce a declinarlo. Mi sembra incredibile che la politica non capisca che parlare di diritti significa parlare anche di mafie. E parlare di crescita economica, di sviluppo del mondo del lavoro, significa anche parlare di mafie. Invece molto spesso il tema è chiuso in un angolo. È solo una delle bandierine che tutti i movimenti politici vogliono avere.

Qual è il ruolo che gioca il teatro nel racconto delle mafie?

La politica prende decisioni quando semplicemente è troppo impopolare far finta di niente. E quindi il mio ruolo è quello di rendere pop (nel senso pulito del termine) l’indignazione e la pretesa di un’azione politica. Credo soprattutto nel mezzo teatrale, perché ci permette di avere un’attenzione di ascolto che molti altri mezzi non hanno. Oggi il teatro è lo spazio dell’approfondimento.

Già da qualche anno ha intrapreso un percorso politico. Per Lei è stato un passaggio naturale, quello dell’impegno politico, oppure è stato sofferto? Perché magari chi come Lei proviene dal mondo della cultura, sui due binari, quello della politica e quello (appunto) della cultura, si viaggia a velocità diverse.

Il mio è un lavoro molto politico. Perché alla fine, sia che avvenga su un palcoscenico, con un romanzo o con un articolo giornalistico, le mie attività auspicano sempre un cambiamento generale. E le trasformazioni sociali sono politiche. Dal punto di vista dell’esperienza istituzionale, credo di avere fatto molta più politica con la mia professione che da consigliere regionale. Ma questo perché sono convito che ci siano dei meccanismi di scelta della classe dirigente che per me non sono assolutamente potabili. Richiedono compromessi che a me risultano molto difficili. Ma l’impegno poi politico lo ritengo assolutamente indispensabile. Anche la vicinanza a Pippo (Civati, nda) e a Possibile, penso che sia naturale.

La mafia e la corruzione, in un connubio ormai indistinguibile, generano soprattutto ingiustizie e ineguaglianze. Ecco, crede che la sinistra di oggi stia facendo abbastanza?

Mi dispiace, ma sono sconvolto dalla mancanza di responsabilità da parte della sinistra. Prima di tutto perché una parte del popolo è assolutamente analfabeta del tema. Ecco, l’alfabetizzazione di fenomeni così gravi, dovrebbe essere un obbligo per i partiti. Siamo passati dall’avere partiti con una funzione anche pedagogica (Pio La Torre era quello che raccontava la mafia a contadini, questo era il PCI), a sperare che gli stessi partiti “fingano” di imparare. C’è stato un periodo storico in cui la sinistra sul tema delle mafie ha dimostrato una responsabilità superiore. Oggi invece noto un totale distacco.

Quello che sembra mancare è la credibilità. Come la sinistra (o comunque, in generale, chi governa) può essere credibile se poi quando si deve votare su particolari casi (tipo Minzolini, l’ultimo in ordine cronologico) si tirano i remi in barca? Poi le politiche nascono viziate dal pregiudizio della gente.

Esattamente. Tieni conto che essere antimafioso significa essere contro il reato di mafia. Pippo Fava lo raccontava benissimo. Il reato di mafia è sostanzialmente un grumo di egoismo che insegue degli interessi particolari, piuttosto che gli interessi generali. E per essere antimafioso bisogna essere sostanzialmente solidali. Bisogna essere disponibili anche a perdere diritti particolari, se questo permette di raggiungere una crescita dei diritti di tutti. La credibilità si costruisce così.

Manca il senso della collettività.

Certo, la cosa che mi preoccupa non è tanto il federalismo salviniano, che è pittoresco e pericolosissimo, per carità. Però mi sembra assolutamente minoritario. Quello che mi preoccupa è quel federalismo per cui anche molte persone di sinistra sono convinte di dover curare la propria sopravvivenza, di doversi adoperare per le persone più vicine a loro, piuttosto che avere una visione generale.

Mi ha fornito un assist su Salvini. Perché è come se si fosse ribaltata anche l’assunzione delle responsabilità. Parliamo di un partito che negli ultimi venti anni ha governato e tanto. Però quando scende giù a Napoli e la città protesta, Salvini rinfaccia alla gente di protestare solo contro di lui, e non contro la camorra. Quando poi è soprattutto la politica a non ritenere prioritario il contrasto alla criminalità organizzata, che è un tema sistematicamente fuori dal dibattito.

Questo perché dietro il perbenismo, molto spesso, si nascondono le proprie responsabilità. Negli ultimi anni si è abbastanza sbriciolato anche il concetto di lotta. Una parola nobilissima. La storia del movimento antimafia in Italia è una storia di lotta, di scioperi, di recriminazioni, a volte alzando la voce per affermare i propri diritti. Tutte quelle modalità che hanno spinto il movimento antimafia sono improvvisamente divenute fuori moda, se non addirittura osteggiate, anche dalla sinistra. I benpensanti ci dicono che dobbiamo essere collaborativi.

Però c’è anche da dire che negli ultimi anni il movimento antimafioso non gode proprio di ottima salute. C’è stato, forse, anche un po’ di autolesionismo? Mi viene in mente, per esempio, il caso di Maniaci. Crede ci sia, ormai, una mancanza di fiducia anche verso il movimento antimafioso?

È colpa del movimento antimafia o è colpa di un Paese che, a un certo punto, ha pensato che più lunga era la scorta e più credibile era l’antimafioso? Perché Pino Maniaci è diventato, anche a livello internazionale, il profeta unico dell’informazione antimafiosa? Di chi sono le responsabilità?

Certo è un’attitudine tutta italiana quella di delegare ai singoli le massime responsabilità. È successo più o meno lo stesso, almeno dal punto di vista mediatico, con Raffaele Cantone, divenuto ultimo baluardo per il contrasto della corruzione e del malaffare.

Personalmente vorrei un paese in cui Raffaele Cantone (in quanto “Raffaele Cantone”) non esista, ma che tutto il grumo che gli è stato caricato sulle spalle, sia condiviso con i lavoratori pubblici, impiegati bancari, tassisti, eccetera. Da questo punto di vista, a mio avviso l’antimafia ha delle grosse responsabilità. Perché a un certo punto è diventata molto televisiva, ne ha seguito i canoni della comunicazione. Si è molto “mondadorizzata”.

Per concludere, Lei di solito con chi gioca a calcetto?

(Ride)

Come ha interpretato la metafora di Poletti?

Siamo in un paese in cui alle domande “chi sei?” e “che cosa sai fare?” si è sostituita la domanda “chi ti manda?”. Ma questo ben prima di Poletti. Il ministro non è il problema, ma l’effetto. Ogni tanto qualcuno mi accusa di essere troppo vicino alla politica. E la cosa che mi fa sorridere è che sono gli stessi che poi accusano Pippo Civati di essere una percentuale infinitesima nel panorama politico. Quindi diciamo che, da amico di Pippo, da tifoso del Torino, da persona di sinistra, probabilmente ho sviluppato una affezione per l’essere “minoritario”. Per cui ho giocato a calcetto sempre nel campetto sbagliato.

Restando sempre nella metafora, quale partita sta giocando adesso il nostro Paese? Quali sono le due squadre in campo?

Secondo me in campo c’è un pezzo di politica, che nonostante i sondaggi, sta cercando di giocare con la formazione della coerenza, augurandosi che torni prepotentemente di moda. Dalla parte opposta invece centrodestra e centrosinistra giocano insieme (al massimo si dividono le fasce) con il catenaccio, per l’autopreservazione. L’arbitro di questa partita è la Costituzione. E direi che sta funzionando anche abbastanza bene, nel senso che il più grande oppositore politico dei governi degli ultimi dieci anni è stata la Carta.

Forse per questo hanno cercato di “influenzare” l’arbitro.

Che Renzi, alla Moggi, abbia cercato di chiudere nello spogliatoio la Costituzione, mi ha preoccupato fin da subito. Ma è andata bene.

Così il “democratico” Putin affronta i suoi oppositori: arrestandoli.

L’attivista ha accusato pubblicamente il premier Dmitri Medvedev di corruzione e chiamato i suoi seguaci a scendere in piazza in oltre cento città della Federazione per protestare contro la corruzione. È stato caricato su un pulmino della polizia

MOSCA – Sale al tensione a Mosca e in tutta la Russia. L’oppositore Alexei Navalny è stato fermato dalla polizia nel corso di una manifestazione anticorruzione nella capitale: è stato caricato su un furgoncino della polizia ma la folla ha assaltato il veicolo urlando “fascisti, liberatelo”.

Insieme a Navalny sono state arrestate altre 130 persone. “Gli arresti stanno proseguendo”, ha aggiunto l’organizzazione Ovd-Info. Secondo una giornalista dell’Afp presente sul posto, la polizia ha fatto ricorso a dei gas per disperdere la folla. Secondo le prime indicazioni, tafferugli sarebbero in corso anche a San Pietroburgo dove a manifestare c’erano circa tremila persone.

Il leader dell’opposizione russa è stato incriminato per aver violato il codice amministrativo che regola le procedure per l’organizzazione di manifestazioni e cortei. Lo rende noto l’agenzia Tass, citando fonti di polizia secondo cui, in base a questa violazione, Navalny rischia una multa,
lavori obbligatori o l’arresto.

“Molte persone sono stati arrestate oggi. Oggi siamo in milioni a protestare”, ha twittato Navalny subito dopo l’arresto. La giornata di protesta era stata convocata sotto lo slogan “Dimon (diminutivo di Dmitri, ndr.), la pagherai”. Nel mirino c’è Dmitri Medvedev, il premier russo, che secondo Navalny è tra gli uomini più corrotti della nomenklatura russa.

Il leader oppositore, che è presidente della Fondazione di Lotta contro la Corruzione, ha documentato la sua denuncia all’inizio del mese, in un video pubblicato su YouTube, frutto di un’inchiesta andata avanti per mesi. Nel video, che è già stato visto più di 10 milioni di volte e dura 59 minuti, si sostiene che il premier ha accumulato un impero, tanto dentro che fuori il Paese, mediante finte associazioni benefiche affidate a famigliari o persone di sua assoluta fiducia.

Basandoci sulla documentazione pubblicata, affermiamo che le fondazioni di Medvedev sono stati trasferito almeno 70 miliardi di rubli (circa 1,2 miliardi di dollari) in denaro e proprieta”, ha sostenuto Navalny. Manifestazioni contro la corruzione, tutte senza il permesso delle autorità, si sono svolte anche a Vladivostok, Krasnoyarsk e Tomsk.

Secondo i media locali, a Vladivostok la polizia ha fermato una trentina di persone. A San Pietroburgo, seconda città del Paese, varie migliaia di manifestanti si sono riuniti a Campo di Marte. “Le manifestazioni si sono svolte in modo pacifico e non ci sono state arrestati”, ha riferito la pagina web, aggiungendo che la giornata di protesta ha segnato “la vittoria sulla paura”.

Navalny ha annunciato l’intenzione di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali.Secondo siti dell’opposizione il corteo a Novosibirsk in Siberia ha visto la partecipazione di circa duemila persone, mentre i manifestanti erano circa 1.500 in altre due città della regione, Krasnoyarsk e Omsk. A Mosca severi controlli di polizia intendono scoraggiare i possibili manifestanti. Secondo il sito di Navalny le proteste erano programmate in 99 città, ma in 72 le autorità locali hanno negato il permesso.

(da Repubblica, fonte)

Vicini a Don Ciotti in questo splendido 21 marzo

Non si può non osservare con il cuore gonfio le immagini che ci arrivano in queste ore da tutte le città d’Italia per la giornata in ricordo delle vittime (innocenti, anche se nella legge la parola “innocenti” hanno voluto dimenticarsela) di mafia. Solo a Locri sono in 25mila a manifestare per le vie della città in nome di una cultura della legalità che, come dice Don Ciotti, ” non è solo rispetto delle leggi ma la possibilità di andare avanti con principi di solidarietà, e per dare un futuro migliore sopratutto ai nostri giovani”.

Le manifestazioni di oggi non sono solo un grido contro le mafie ma sono soprattutto portatrici di un’idea di futuro che renda conveniente il rispetto delle regole, che renda insopportabili i trucchi del malaffare (e la corruzione e le droghe sono centrali, che si voglia riconoscere o no) e che trovi corrispondenza nelle scelte politiche di governo. È piuttosto alienante leggere oggi il profluvio di retorica intorno a quel Gratteri che venne “bocciato” come ministro e poi come “consulente”; è difficilmente comprensibile che mentre il fondatore di Libera don Ciotti sul palco di Locri parli dei rapporti tra mafia e massoneria il governo appaia piuttosto titubante nell’ottenere gli elenchi dalle logge massoniche; fa sorridere amaro vedere i famigliari delle vittime di mafia coccolati da uno Stato cerimoniere che promette di “non lasciarli soli” mentre la condizione dei testimoni di giustizia continua a languire.

Intanto registriamo che la sottocultura paramafiosa che ha scritto sui muri che Don Ciotti è “uno sbirro” e che la mafia dà lavoro ha ottenuto esattamente l’effetto opposto: l’ondata di indignazione e solidarietà oggi ha travolto anche loro. E noi, oggi, siamo vicini a Luigi Ciotti ancora di più.

(dai Quaderni di Possibile)

Camorra e appalti: 69 arresti. I casalesi anche sui beni culturali. I fatti e i nomi.

Le mani della camorra sugli appalti pubblici in Campania grazie alla complicità di un gruppo di colletti bianchi in grado di truccare le gare. Sono almeno 18 i bandi modificati dal 2013 al 2015, per un valore complessivo di 20 milioni di euro, alcuni dei quali per favorire imprenditori ritenuti vicini ai Casalesi, nella fattispecie il clan Zagaria. Tra questi quello per i lavori alla Mostra d’Oltremare di Napoli, per una scuola in provincia di Caserta, per l’Azienda regionale diritto allo studio (Adisu), per la seconda università di Napoli, per un impianto di cremazione al cimitero di Pompei e – sono la stragrande maggioranza – per mostre, musei, castelli e monumenti in tutta la regione. Insomma: la camorra ha messo le mani anche sulla cultura e sui relativi, ricchi finanziamenti. Per questo motivo il Nucleo Tributario della Guardia di Finanza di Napoli agli ordini del colonnello Giovanni Salerno ha eseguito 69 ordinanze cautelari, nell’ambito di un’inchiesta condotta da un pool di cinque pm della Dda (Catello Maresca, Maurizio Giordano, Luigi Landolfi, Gloria Sanseverino, Sandro D’Alessio, a cui va aggiunta la pm Ida Frongillo, specializzata in reati di pubblica amministrazione) e coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli. Tra i destinatari dei provvedimenti anche imprenditori e molti politici.

IL RUOLO DEL CONSIGLIERE REGIONALE PASQUALE SOMMESE
Tra questi il nome più noto è quello del consigliere regionale del Nuovo centrodestra Pasquale Sommese, ex assessore alle Risorse umane, al Turismo e ai Beni Culturali durante la Giunta CaldoroIl suo nome era stato iscritto nel registro degli indagati nel luglio del 2015 insieme ad altre 17 persone, tra cui alcuni sindaci del casertano. L’inchiesta è la stessa che oggi ha portato all’arresto di Sommese, accusato per cinque episodi di corruzione, tra cui l’appalto per il restauro della torre civica mediavale del comune di Cerreto Sannita. Per gli inquirenti, l’ex assessore è colui che garantiva l’erogazione dei fondi regionali: nella fattispecie, si è impegnato a garantire il finanziamento di alcuni lavori in cambio di somme di denaro o sostegno elettorale. In alcune circostanze, inoltre, Sommese ha indicato espressamente il nome dell’imprenditore che doveva eseguire i lavori, attivandosi poi per l’erogazione dei finanziamenti. Secondo l’accusa, poi, nelle commissioni di gara sono state inserite persone vicine all’ingegnere Guglielmo La Regina (indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e considerato personaggio centrale nell’inchiesta), che poi veicolavano gli appalti alle ditte segnalate in cambio di promesse di denaro da corrispondere a sindaci e funzionari degli enti appaltanti.

video di Fabio Capasso

GLI ALTRI POLITICI COINVOLTI
Sommese, come detto, non è l’unico politico coinvolto: in carcere anche l’ex consigliere regionale Udc Angelo Giancarmine Consoli (attuale coordinatore del partito di Casini a Caserta) e vari amministratori. Tra questi il sindaco di Aversa (Caserta) Enrico De Cristofaro (ex presidente dell’ordine degli architetti di Caserta) e Nicola D’Ovidio, sindaco di Riardo; ai domiciliari sono finiti l’ex sindaco di Pompei Claudio D’Alessio (Pd), l’ex primo cittadino di San Giorgio a Cremano Domenico Giorgiano, Raffaele De Rosa (Pd), fratello del sindaco di Casapesenna (che a novembre scorso attaccò Il Fatto Quotidiano per le inchieste sui parenti dei casalesi), l’ex primo cittadino di Casapulla (Caserta) Ferdinando Bosco, l’ex sindaco di Alife Giuseppe Avecone. Le 69 persone destinatarie di misure cautelari dovranno rispondere – a vario titolo – di accuse gravissime: si va dalla corruzione alla turbativa d’asta, fino al concorso esterno in associazione mafiosa. Nell’operazione del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Napoli, con il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia partenopea, sono coinvolti non solo politici locali, ma anche funzionari pubblici, imprenditori, professori universitari, commercialisti, ingegneri e “faccendieri”, coinvolti con vari ruoli e responsabilità nelle gare di appalto pubblico realizzate in varie province campane, talvolta anche al fine di agevolare organizzazioni criminali di tipo camorristico.

AI DOMICILIARI IL SOVRINTENDENTE DEI BENI CULTURALI DI NAPOLI
La portata dell’operazione non è testimoniata solo dai numeri e dai nomi degli amministratori locali coinvolti, ma anche e sopratutto dall’arresto di altre figure di peso nonché di personalità stimate a Napoli e provincia. Tra queste c’è sicuramente Adele Campanelli, direttrice della sovrintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per l’area metropolitana di Napoli. Altri esempi: Salvatore Visone(ex presidente dell’Ordine degli architetti di Napoli e provincia), Claudio Borrelli(direttore amministrativo dell’azienda per il Diritto allo studio all’università di Caserta), Andrea Rea e Paolo Stabile (rispettivamente ex presidente ed ex dg della Mostra d’Oltremare di Napoli). L’operazione ‘Queen’ della Guardia di Finanza, inoltre, ha portato all’arresto anche di numerosi docenti universitari: 5 dell’università Federico II di Napoli, uno del Suor Orsola Benincasa (sempre a Napoli) e due della Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli – Seconda Università di Napoli (uno, come detto, è il presidente dell’Adisu, Claudio Borrelli). Ai domiciliari anche il presidente della Fondazione Banco di Napoli, il professor Daniele Marrama, 43 anni. Il suo coinvolgimento è legato alla sua attività professionale – è docente di diritto amministrativo – e non avrebbe alcun legame con la presidenza della Fondazione.

LA FIGURA DI GUGLIELMO LA REGINA E IL SISTEMA CHE PORTA IL SUO NOME
L’ordinanza del Gip Federica Colucci lo definisce ‘il sistema La Regina’, dal nome di Guglielmo La Regina, deus ex machina del versante tecnico progettuale della colossale macchina corruttiva messa in piedi per spartirsi gli appalti pubblici in Campania. Il ‘sistema La Regina’ è lo studio tecnico Archicons “che si fa Comune, che diventa Comune”, ovvero che rimpiazza in tutto e per tutto i passaggi che competerebbero alla pubblica amministrazione obbligata ai doveri dell’imparzialità e correttezza. La testimonianza plastica di quanto sostengono gli inquirenti in una intercettazione del 27 luglio 2014. La Regina è al telefono con un altro indagato, Alessandro Albano.

Albano: “Però … per l’accelerazione di spesa loro avrebbero bisogno di una grande mano … di una buona struttura di supporto al RUP (Responsabile Unico del Progetto, ndr)….”

NDG(Guglielmo commenta che tali cose derivano dal dissesto dei comuni che non hanno in sede la competenza e le capacità per fare le cose e pertanto si arriva al paradosso che si perdono i finanziamenti perché non vengono presentati i progetti mentre sarebbe più corretto fare una legge che permettesse di chiedere a terzi se fossero interessati a fare un progetto gratis e seguirsi tutta la procedura politica fino al finanziamento e poi dopo gli verrebbe dato l’incarico).

La Regina: “No, tu fai questo, li aiuti, gli fai di tutto, vai tu e scrivi le determine, gli scrivi le delibere, fai tutto il lavoro dei Comuni, e cioè diventi Comune, dopodiché, dopo che hai fatto questo, hai fatto il passaggio politico che devi fare, gli fai cioè hanno avuto il finanziamento, dopodiché ae eh ae mò dobbiamo fare la gara, cioè ti stressi talmente tanto che dici, ma tutto sto lavoro, dici sì ho avuto l’incarico. Ma, se se non vengo arrestato, aspetta, se non vengo arrestato e magari non haifatto ancora niente, se praticamente, anziglj hai fatto pure avere i soldi a questa gente.

Albano: “E’ un paese incartato … ma incartato seriamente…”

Non ci sono solo intercettazioni telefoniche. Un trojan inoculato nel cellularedell’architetto La Regina registra h24 le conversazioni che si svolgono nello studio (è lo stesso virus utilizzato dai pm Woodcock e Carrano nell’inchiesta su Consip e Alfredo Romeo, che colpì il suo cellulare e quello di Italo Bocchino). Si scopre così un sistema illecito che vede La Regina in diretto contatto con sindaci del Casertano e del Napoletano che gli vengono presentati da vari imprenditori. E’ un meccanismo che si autoalimenta, e che finisce per coinvolgere professionisti di grido. E’ all’Archicons che si stipulano i patti e si concludono gli affari. Nei loro computer gli investigatori della Finanza ritroveranno le bozze degli appalti e dei progetti che dovevano essere ancora messi a gara. Scrive il Gip: “In molti degli appalti esaminati il confronto tra le date degli atti formalmente adottati dalle stazioni appaltanti (presentazione del progetto di massima per l’ammissione ai finanziamenti ed adozione del bando di gara per l’affidamento della progettazione definitiva e/o esecutiva e dei lavori) ed i files rinvenuti nel computer dello studio La Regina comprova, in maniera documentale e dunque incontrovertibile, che tali documenti sono stati preventivamente formati nello studio La Regina e trasmessi alla stazione appaltante che li ha presentati come propri”. E non c’era incarico formale che giustificasse questo: “Delle due l’una; o il La Regina è un benefattore che lavora gratis per gli enti pubblici (e le intercettazioni in atti escludono tale interpretazione della vicenda) o ha redatto tali progetti per consentire agli enti di accedere ai finanziamenti, bandire le gare, ottenere l’aggiudicazione dell’appalto in capo a ditte compiacenti e ricavarne un’utilità personale”. E dopo le regionali del 2015 La Regina e il suo team, tramontata la stella del loro politico di riferimento Pasquale Sommese, passato all’opposizione e costretto ad abbandonare l’assessorato, era pronto a riciclarsi con De Luca. Lo testimonia un’intercettazione del 4 giugno 2015, 4 giorni dopo la vittoria di De Luca: La Regina e un imprenditore indagato, Martinelli, discutono di come organizzare una festa per un tale ‘Francesco’, eletto in consiglio, già assessore provinciale all’Ambiente, che potrebbe forse diventare assessore. Per averne, prima o poi, qualche ritorno.

di Fabio Capasso

I 18 APPALTI NEL MIRINO DELLA DDA: 11 RIGUARDANO LUOGHI ED INIZIATIVE CULTURALI
Nelle carte dell’inchiesta, come detto, sono 18 gli appalti citati: di questi ben 11 fanno riferimento a musei, parchi, monumenti e luoghi di cultura. Alcune gare venivano pilotate per favorire imprenditori considerati vicini al clan dei Casalesi. I magistrati hanno individuato 13 reati di corruzione e di 15 reati di turbativa d’asta. Questo l’elenco completo degli appalti contestati: completamento, manutenzione straordinaria e adeguamento della Casa dello studente di Aversa(Caserta); rete idrica a Casapulla (Caserta); sviluppo e potenziamento dell’area Pip di Casapulla (Ce); realizzazione dell’impianto di cremazione adiacente al cimitero di Pompei (Napoli); ristrutturazione della scuola ‘Medi’ di Cicciano(Napoli); completamento, ristrutturazione e adeguamento dell’impianto polisportivo polivalente da Riardo (Caserta);  ristrutturazione, telecontrollo e automazione degli impianti irrigui del comprensorio della Vale Telesina per il Consorzio di Bonifica del Sannio Alifano (Ce); progetto e realizzazione di lavori al Parco delle Arti di Casoria (Napoli); progettazione ed esecuzione della valorizzazione dell’Area dellaGaiola e della Villa di Pollione Posillipo e realizzazione del nuovo museo archeologico dell’area flegrea napoletana presso i padiglioni 7 e 8 della Mostre d’Oltremare di Napoli; progettazione, direzione lavori e coordinamento per la costruzione del nuovo museo archeologico di Alife (Caserta); realizzazione del nuovo museo archeologico di Alife; direzione misurazione e contabilità, assistenza al collaudo e coordinamento sicurezza durante i lavori e per l’affidamento dei lavori a Le Porte dei Parchi per i comuni di Francolise (Ce), Alife (Ce) Alife (Ce), Rocca d’Evandro e Calvi Risorta (Ce); lavori vari a Le Porte dei parchi; nomina di due figure di supporto al Rup per Le Porte dei Parchi; consolidamento e messa in sicurezza della facciata Nord Ovest e dei locali interni del castello medievale di Riardo (Ce); progetto la “terra delle acque”, rete di itinerari tra storia e natura, mostra evento del Comune di Riardo (Ce); progettazione ed esecuzione dei lavori di completamento del restauro di Villa Bruno, recupero funzionale parco e area ex fonderia a San Giorgio a Cremano (Na); restauro della torre civica medievale di Cerreto Sannita (benevento) con riqualificazione dell’area circostante da adibire a parco archeologico all’aperto.

(fonte)

Torre annunziata: i carabinieri al servizio del boss

(un gran pezzo di Rosaria Federico per Cronache della Campania)

Torre Annunziata. Mazzette dai gestori della piazza di spaccio, orologi, penne: sul libro paga del boss, Franco Casillo, c’erano 11 carabinieri. Dieci rischiano l’arresto o la sospensione dal servizio. Uno è finito già ai domiciliari. Una storia, quella che si è consumata nella compagnia carabinieri di Torre Annunziata, durata almeno fino al 2010 e che ora rischia minare il lavoro di anni di investigazioni nella città del boss Valentino Gionta e nei paesi limitrofi. La richiesta di arresto dell’antimafia napoletana nei confronti di 10 carabinieri, un avvocato e tre camorristi è in calendario la prossima settimana dinanzi ai giudici del Tribunale del Riesame.

I fatti. ‘Ha ditt ‘a zia, tutto a posto’ è il messaggio quello dello chaffeur di donna Gemma Donnarumma, moglie dell’irriducibile boss Valentino Gionta, per consentire la cattura di Carmine Maresca, figlio di Luigi ‘o trippone, assassino del Tenente Marco Pittoni. Il tenente è stato ucciso a Pagani nel corso di una rapina il 6 giugno del 2008. Una cattura, quella di Maresca jr avvenuta con l’intermediazione di Francesco Casillo, énfant prodige della criminalità vesuviana, che era riuscito a instaurare rapporti di corruttela con esponenti delle forze dell’ordine e in particolare con i carabinieri. In quella occasione condusse la trattativa tra la camorra assassina e lo Stato.

Una storia, quella della cattura di Carmine Maresca, all’epoca minorenne, che si interseca con un’altra storia quella raccontata da Francesco Casillo ‘a vurzella, ‘finto collaboratore di giustizia’ di Boscoreale, inserito nel clan Aquino-Annunziata e con forti legami con il clan Gionta di Torre Annunziata.

Una storia che parla di carabinieri ‘infedeli’, di inquinamento delle prove, di regali (orologi marca Buti del valore di 5mila euro, penne Mont Blanc) e mazzette per coprire un traffico di stupefacenti e lo spaccio nella Scampia boschese del Piano Napoli di Via Passanti Scafati, ma anche armi e soffiate per evitare guai giudiziari, o verbali fasulli e finti controlli. Oppure, le soffiate ai carabinieri per far arrestare – con prove false – gli esponenti dei clan avversari.

Un quinquiennio, o forse più, di vita da ‘caserma’ border line – quella della Compagnia di Torre Annunziata, poi divenuta Gruppo – raccontata dai magistrati della Dda di Napoli nella richiesta di arresto riformulata al Riesame nei confronti di dieci carabinieri e quattro tra avvocati e pregiudicati.

Una storia che approderà davanti ai giudici del Riesame di Napoli la prossima settimana con l’Appello del sostituto procuratore Raffaele Falcone e del procuratore aggiunto Filippo Beatrice della Dda di Napoli, contro il mancato arresto in carcere e ai domiciliari o la sospensione dal servizio, di 14 persone: carabinieri, un avvocato e pregiudicati dell’area vesuviana, accusati a vario titolo di falso, favoreggiamento, traffico di stupefacenti e corruzione, aggravati dal fatto di aver agevolato la camorra.

La ricostruzione. Nel 2015 i magistrati antimafia di Napoli chiedono misure restrittive nei confronti di sedici persone, tre vengono arrestate: sono il pluripregiudicato Vincenzo Casillo, a vurzella, 44 anni di Boscoreale e il suo complice Orazio Bafumi, 42 anni originario di Catania, entrambi già detenuti, che ricevono un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Sandro Acunzo, 46 anni, originario di Trecase, maresciallo dei carabinieri in congedo, all’epoca in servizio alla Compagnia di Torre Annunziata va ai domiciliari, mentre al suo collega Gaetano Desiderio, 46 anni di Salerno, maresciallo in servizio attualmente al Comando provinciale di Salerno, viene applicato l’obbligo di residenza.

Ma la richiesta del pm Raffaele Falcone riguarda anche altre persone, per la maggior parte carabinieri come l’ex comandante della Compagnia di Torre Annunziata, il maggiore Pasquale Sario per il quale il giudice per le indagini preliminari nega l’arresto. Decisione che non è stata, però, Appellata dalla Dda di Napoli. Arresto mancato e rinnovata richiesta di arresti ai domiciliari o sopensione dall’esercizio della professione di avvocato per Giovanni De Caprio, difensore di Francesco Casillo che avrebbe avuto il ruolo di riciclare parte dei proventi delle attività e avrebbe fatto da trait d’union tra i militari infedeli e il suo assistito.

Nell’articolato ricorso, presentato il 1 dicembre del 2016, contro l’ordinanza del Gip Anna Laura Alfano del Tribunale di Napoli, emessa a novembre scorso, i pm Falcone e Beatrice chiedono l’arresto in carcere per Sandro Acunzo (già finito ai domiciliari): gli arresti domiciliari o la sospensione dal servizio per Gaetano Desiderio; per Francesco Vecchio (già luogotenente del Nucleo radiomobile di Torre Annunziata oggi in congedo); Franco De Lisio (appuntato in servizio all’aliquota radiomobile di Torre Annunziata); Antonio Formicola (appuntato attualmente in servizio a Castellammare di Stabia); Catello Di Maio (maresciallo oggi in congedo); Antonio Paragallo (in servizio all’epoca dei fatti a Torre Annunziata); Santo Scudieri (appuntato in servizio a Torre Annunziata); Antonio Santaniello, originario di Sarno (brigadiere in servizio alla Compagnia di Nola). Richiesta di arresto in carcere invece per il pregiudicato di Boscoreale Luigi Izzo, alias ufariello, complice di Francesco Casillo.

I magistrati napoletani nel loro Appello ripercorrono parte di un procedimento aperto nel 2010 sulle cointeressenze a partire dagli anni precedenti tra i militari in servizio a Torre Annunziata e noti esponenti della criminalità dei paesi vesuviani. Sotto accusa un sistema di corruttela che vedeva Acunzo tra i principali protagonisti che – mentre era in servizio presso la Compagnia di Torre Annunziata – spartiva con Francesco Casillo e addirittura lo coadiuvava nel traffico di stupefacenti. Un patto di corruttela che Casillo, gestore della piazza di spaccio del Piano Napoli, aveva instaurato con alcuni esponenti dell’Arma dei carabinieri per garantirsi l’impunità.

Nell’emettere l’ordinanza di custodia cautelare il Gip di Napoli muta l’originaria accusa per alcuni dei militari coinvolti di concorso esterno nell’associazione criminale. L’indagine si è arricchita delle dichiarazioni, seppure reticenti, di Francesco Casillo, aspirante collaboratore di giustizia che con la complicità del suo avvocato, Giovanni De Caprio, avrebbe architettato il falso pentimento per poi fuggire all’estero alla prima occasione. Sul libro paga di Casillo numerosi carabinieri che lo avrebbero aiutato, in più occasioni nel suo disegno criminale. In primis Acunzo che avrebbe venduto a Casillo droga per un milione di euro. Droga frutto di parziali sequestri come quelli avvenuti nel Porto di Napoli, il 19 gennaio del 2009, di 257 chili di cocaina. Quel sequestro -secondo i magistrati – doveva essere parzialmente eseguito. Sessantasei chili furono fatti sparire con la complicità di Acunzo per essere restituiti a Casillo. Il patto era questo. I sequestri parziali di grossi quantitativi di droga servivano a Casillo a truffare i narcos che avrebbero pensato di aver perso il carico e contemporaneamente a immettere sul mercato lo stupefacente che avrebbe fruttato milioni di euro. Quel sequestro nel Porto di Napoli del 2009, secondo l’antimafia, che ha arricchito gli elementi in suo possesso con le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia ma anche di testimoni e esponenti dell’arma dei carabinieri integerrimi, fu effettuato dall’allora Maggiore Sario – oggi tenente colonnello – con i suoi uomini del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata tra i quali anche gli infedeli. Serviva a far bella figura visto che in quei giorni vi sarebbe stata la visita in caserma di un alto esponente dell’Arma dei carabinieri. Ma mentre, Sario – sostengono i magistrati – voleva accrescere il suo prestigio, c’era chi invece accresceva solo i suoi guadagni.

La conoscenza tra Sario e Casillo – è il pregiudicato a raccontarlo – avviene in occasione dell’uccisione del tenente Marco Pittoni. Quando Casillo chiede all’allora maresciallo dei carabinieri di Boscoreale, Varriale, di parlare con il suo superiore per concordare quella trattativa tra camorra e Stato per la cattura del killer dei Gionta. Storie nella storia che si intrecciano.

Cara di Mineo: voti per NCD in cambio di assunzioni. Tra i rinviati a giudizio il sottosegretario Castiglione. Che ne dice Alfano?

Promesse di voti in cambio di assunzioni al centro per richiedenti asilo di Mineo. E poi turbativa d’asta nella gara da quasi cento milioni di euro per la gestione dello stesso Cara in provincia di Catania. Sono i reati contestati dalla procura etnea che oggi ha emesso diciassette richieste di rinvio a giudizio per altrettanti indagati coinvolti nell’inchiesta sul centro per richiedenti asilo più grande d’Europa. Tra loro c’è anche Giuseppe Castiglione, sottosegretario all’Agricoltura e leader del Nuovo Centrodestra.

Per i pm etnei la turbativa d’asta è stata commessa durante la concessione dell’appalto per i servizi del Cara tra il 2011 e il 2014. Nello stesso periodo le assunzioni al centro garantivano un discreto pacchetto di voti ai politici coinvolti nell’indagine. I magistrati però contestano anche alcuni reati amministrativi alla Sol. Calatino, il consorzio che gestiva il centro di Mineo, a sua volta destinatario di una richiesta di rinvio a giudizio. Oltre a Castiglione, tra le 17 persone per le quali la procura chiede il processo c’è Luca Odevaine, l’uomo che gestiva il business dell’accoglienza per Mafia capitale, il sindaco di Mineo (anche lei di Ncd), Anna Aloisi, ex presidente del consorzio dei Comuni “Calatino Terra d’Accoglienza“,  l’ex direttore del consorzio, Giovanni Ferrera e gli ex vertici dell’Associazione temporanea d’imprese che gestiva il centro. L’udienza preliminare – come racconta il quotidiano La Sicilia – è stata fissata per il 28 marzo prossimo, davanti al gup Santino Mirabella.

Nel provvedimento di 14 pagine firmato dai sostituti Raffaella Agata VinciguerraMarco Bisogni, e vistato dal procuratore Carmelo Zuccaro e dall’aggiunto Michelangelo Patanè, è stata stralciata la posizione di cinque indagati, su cui sono in corso ancora accertamenti e valutazioni. Secondo l’accusa, Castiglione, che entra nell’inchiesta non per l’attuale incarico da sottosegretario ma perché all’epoca dei fatti era presidente della provincia di Catania e quindi soggetto attuatore del Cara, avrebbe “predisposto il bando di gara con la finalità di affidamento all’Ati appositamente costituita”. Accusa contestata anche a Odevaine e Ferrera, rispettivamente presidente e componente la commissione aggiudicatrice.

Gli  inquirenti ritengono inoltre che le coop interessate si “costituivano appositamente in Ati” dopo avere “ricevuto rassicurazioni sull’aggiudicazione degli appalti”, il cui “bando era concordato con lo stesso Castiglione, Odevaine e con Ferrera”. Ferrera e Odevaine sono indagati anche per falso ideologico per l’assunzione di quest’ultimo al Cara di Mineo come esperto di fondi Ue. Quell’appalto da 100 milioni di euro aveva focalizzato anche l’attenzione dall’Autorità Anticorruzione guidata da Raffaele Cantone che aveva definito la gara “illegittima” e lesiva dei principi di “concorrenza” e “trasparenza“.

A Castiglione, al sindaco di Mineo Aloisi e a Paolo Ragusa, presidente del consorzio Sol Calatino, è contestata anche la corruzione “per la promessa di votiper loro e i gruppi politici nei quali gli stessi militavano” in cambio di “assunzioni al Cara”. I gruppi politici verso i quali erano indirizzati i voti sono diversi e cambiano ad ogni elezione: alle politiche del 2013 era il Pdl, alle amministrative di Mineo era la lista Uniti per Mineo, mentre alle europee del 2014 le preferenze vengono indirizzata verso il Nuovo Centrodestra.

In pratica secondo la ricostruzione dell’accusa il sottosegretario Castiglione era riuscito a trasformare il centro richiedenti asilo in una sorta di massiccia macchina elettorale. E non è un caso che –  secondo quanto messo a verbale da Odevaine – ad ogni nuova assunzione al centro, “tutti i sindaci appartenenti al consorzio si sono riuniti con Paolo Ragusa per spartire il numero delle assunzioni da fare”. Del resto gli stessi dipendenti del Cara hanno raccontato ai magistrati che gli veniva chiesto di prendere la tessera del Ncd. È in questo modo che il partito di Angelino Alfano è diventato fortissimo nei comuni della zona.

Una prova di forza elettorale è arrivata nel maggio del 2014, poco prima che venisse bandita la gara d’appalto da 100 milioni per la gestione di Mineo: Giovanni La Via, ex assessore regionale all’Agricoltura di Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo, viene eletto europarlamentare con più di 56mila preferenze. Nel suo partito è il primo degli eletti a Bruxelles: prende addirittura diecimila voti in più rispetto a quelli raccolti da Maurizio Lupi, che all’epoca era ancora ministro. Si sarebbe dimesso alcuni mesi dopo, perché coinvolto – seppur da non indagato – nello scandalo sulle Grandi Opere.  Castiglione, invece, rimane ancora al suo posto.

“A due anni dall’avviso di garanzia provvisorio apprendo finalmente che il 28 marzo si terrà l’udienza preliminare davanti al gup di Catania sulla vicenda cara di Mineo. Ribadisco, come ho fatto costantemente ed energicamente in questi anni, la mia assoluta estraneità ai fatti che vengono contestati – commenta Castiglione –  Il 28 marzo, nell’unica sede a ciò proposta – aggiunge il sottosegretario – davanti al tribunale, affronterò ogni singola contestazione, dimostrando sia la piena legittimità delle procedure amministrative che le fantasticherie sul presunto, quanto inesistente, vantaggio elettorale di un partito che, tra l’altro, èstato costituito quasi tre anni dopo i fatti contestati”. Il Movimento 5 Stelle, invece, commentando la notizia della richiesta di rinvio a giudizio mette nel mirino il ministro Alfano.  “Quando era ministro degli Interni non si è accorto di quanto stava accadendo e che vede il suo partito coinvolto in tutti i maggiori scandali legati al business dell’accoglienza degli immigrati: Alfano deve dimettersi insieme al sottosegretario Castiglione”, dice Michela Montevecchi, capogruppo del M5S al Senato.

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‘Ndrangheta, operazione “Cumbertazione”: orologi e viaggi per corrompere i funzionari.

Soggiorni con tutta la famiglia all’hotel “Villa Diodoro” di Taormina e nell’albergo “Colomba” di Firenze. Ma non solo. “Questo è per il signor Gianni”. Il regalo era un Rolex e serviva a corrompere, secondo la Dda di Reggio Calabria, l’ingegnere dell’Anas Giovanni Fiordaliso arrestato per corruzione in quanto avrebbe favorito gli imprenditori Bagalà impegnati nella realizzazione dello svincolo autostradale di Rosarno.

Orologi che sono stati trovati dagli uomini della Guardia di finanza, guidati dal colonnello Agostino Brigante, durante la perquisizione a casa del funzionario dell’Anas, finito tra i 25 soggetti destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip nell’ambito dell’inchiesta “Cumbertazione” Molti di loro erano già in carcere perché sottoposti al fermo firmato nelle scorse settimane dal procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho e dall’aggiunto Gaetano Paci.

Un inchiesta che, assieme a quella congiunta della Dda di Catanzaro, ha scardinato il sistema degli appalti in Calabria. Un sistema che si avvaleva anche di Giovanni Fiordaliso al quale è stato concesso il beneficio degli arresti domiciliari. Secondo la Dda di Reggio, infatti, avrebbe fornito a Francesco Bagalà, soggetto ritenuto vicino alla cosca Piromalli, informazioni riservate nonché il format del file Anas con il relativo logo grazie al quale l’imprenditore che aveva vinto l’appalto per lo svincolo di Rosarno poteva compilarsi da solo la “relazione riservata del direttore dei lavori” poi firmata da Fiordaliso.

Inoltre, quest’ultimo, avrebbe più volte favorito le imprese dei Bagalà facendo pressioni su una dipendente dell’Anas affinché venisse accelerata la procedura di firma dello stato di avanzamento lavori cercando di convincere altri funzionari dell’Anas ad attivare la procedura finalizzata a giungere ad un accordo bonario il più possibile remunerativo per l’appaltatore. I Bagalà, infatti, avevano vinto l’appalto con un ribasso di oltre il 40% e per recuperare quei soldi avevano fatto ricorso a “riserve” del progetto che dovevano giustificare una maggiore spesa da parte dell’Anas. “L’ingegnere Fiodaliso – scrive il gip nell’ordinanza – patrocinava ripetutamente gli interessi del Bagalà, abdicando alla neutralità della sua posizione di direttore dei lavori. Nella stessa prospettiva, si impegnava ad ostacolare l’operato dell’ingegnere Consolato Cutrupi”.

In qualità di responsabile unico del procedimento dei lavori, infatti, Cutrupi (anche lui dipendente dell’Anas) aveva riconosciuto nella sua relazione solo alcune riserve per un importo di poco più di un milione di euro ma nettamente inferiore a quello proposto da Fiordaliso nella “relazione riservata”, compilata direttamente dagli imprenditori Bagalà. “Alle sue resistenze, il Cutrupi veniva invitato a rinunciare all’incarico tanto dal Fiordaliso (‘Io se fossi al posto tuo me ne tirerei fuori’ è la frase intercettata dalla guardia di finanza, ndr) quanto da Bagalà Francesco”. “Ingegnere, ma cu va faci fari” è la frase che l’imprenditore espressione della cosca Piromalli avrebbe detto al funzionario dell’Anas che voleva svolgere il suo lavoro correttamente.

“Vi ho preso un telefonino con una scheda tre e l’ho inserita dentro”. “Va bene, siete un grande. A nome vostro è la scheda sempre?” “Sempre a nome mio, non vi preoccupate”.  Il funzionario dell’Anas veniva dotato anche di cellulari “puliti”per discutere dell’appalto con i responsabili dell’impresa di Bagalà.

Il gip Davide Lauro, che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare, ha definito “infedele” la condotta del funzionario dell’Anas Giovanni Fiordaliso in quanto avrebbe violato “il dovere di segretezza” e avrebbe speso la sua “funzione perorando le ragioni dei Bagalà”. In più occasioni, inoltre, nei confronti di questi ultimi “si rapportava come autentico consigliori”. Viaggi e Rolex che hanno convinto il giudice per le indagini preliminari a definire il comportamento di Fiordaliso “ispirato al baratto dell’utile pubblico con l’interesse personale”.

Sebbene incensurato, il funzionario dell’Anas finito agli arresti domiciliari, “intratteneva – scrivono i magistrati – una relazione di perdurante asservimento agli interessi dei Bagalà sintomatica, oltre che della gravità della condotta, anche di una non comune perseveranza nell’illecito, testimoniata anche dalla disinvoltura nel chiedere a terzi di procurargli telefoni e sim card ‘puliti’”.

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Intanto il senatore Caridi viene rinviato a giudizio per mafia

La Dda di Reggio Calabria ha chiesto il rinvio a giudizio del senatore di Gal Antonio Caridi e di altre 82 persone accusate a vario titolo di associazione mafiosa, voto di scambio, violazione della legge Anselmi, corruzione, estorsione, truffa, falso ideologico e rivelazione di segreti d’ufficio. Caridi, costituitosi nell’agosto scorso dopo che Palazzo Madama aveva concesso l’autorizzazione al suo arresto, è accusato di essere stato uno strumento della cupola “riservata” della ‘ndrangheta.

Oltre a Caridi sono indagati l’avvocato Giorgio De Stefano, l’ex parlamentare Paolo Romeo, l’ex sottosegretario della Regione Calabria Alberto Sarra, ed il dirigente della Regione Calabria Francesco Chirico. Secondo l’accusa avrebbero fatto parte della componente “riservata” della ‘ndrangheta che era al vertice dell’intera organizzazione.

La richiesta di rinvio a giudizio sintetizza cinque diversi filoni investigativi condotti dai pm della Dda reggina Roberto Di Palma, Giulia Pantano, Giuseppe Lombardo, Stefano Musolino e Walter Ignazitto, e noti con i nomi di “Mammasantissima”, “Sistema Reggio”, “Fata Morgana”, “Reghion” e “Alchimia”.

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Eni, sempre meglio: l’accusa è corruzione internazionale

un mese e mezzo dalla chiusura delle indagini sulla presunta corruzione internazionale per una maxi tangente legata a un giacimento petrolifero nigeriano, i pm di Milano Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro hanno chiesto il rinvio a giudizio dell’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, il cui mandato scade in primavera. Il manager, a cui il cda del gruppo pubblico ha prontamente confermato “massima fiducia”, è accusato di concorso in corruzione internazionale insieme, tra gli altri, al predecessore Paolo Scaroni e al faccendiere Luigi Bisignani. Anche loro, secondo la procura, devono andare a processo. La richiesta riguarda anche l’allora capo della divisione Esplorazioni Eni, Roberto Casula, un altro ex dirigente Eni nell’area del Sahara, Vincenzo Armanna, l’ex ministro nigeriano Dan Etete, Ciro Pagano, managing director di Nigerian Agip Exploration e Gianfranco Falcioni, altro presunto intermediario. Non solo: i pm chiedono il processo anche per l’Eni e la Shell, aggiudicataria del 50% dei diritti di sfruttamento ottenuti – stando alle accuse – grazie alle mazzette. Entrambe sono state indagate in base alla legge 231 sulla responsabilità amministrativa degli enti.

Stando alle accuse, esponenti del governo nigeriano hanno ottenuto dal gruppo del petrolio e del gas partecipato dal Tesoro 1,9 miliardi di dollari in cambio della concessione per la stessa cifra ai due gruppi, nel 2011, dei diritti esclusivi di sfruttamento del giacimento Opl245. Di cui peraltro di recente la Nigeria ha ripreso il controllo in via cautelare proprio nell’attesa che si concludano “le inchieste in corso e le indagini a carico dei sospetti”.

La scorsa estate Descalzi è stato interrogato insieme a Armanna, l’ex manager del Cane a sei zampe che all’epoca di occupava delle attività nel Paese africano. Nell’avviso conclusioni indagini dello scorso dicembre i pm hanno descritto i passaggi dell’intera operazione. Nella loro ricostruzione si legge che Scaroni diede “il placet all’intermediazione di Obi”, intermediario nigeriano, “proposta da Bisignani e invitando Descalzi” (all’epoca dg della Divisione Exploration&Production) “ad adeguarsi”. Entrambi, sia Scaroni che Descalzi, avrebbero incontrato “il presidente” nigeriano dell’epoca Jonathan Goodluck “per definire l’affare” relativo al giacimento. La presunta mazzetta e il prezzo dell’acquisto sono equivalenti perché l’ex ministro del Petrolio Etete alla fine degli anni ’90 si ‘autoassegnò’ la concessione a costo zero, tramite la società Malabu e attraverso prestanome. Quindi i soldi pagati al governo nigeriano furono riversati al politico, che li avrebbe usati anche per “immobiliaereiauto blindate. Secondo l’accusa l’attuale amministratore delegato si era “adeguato” alle direttive nell’ambito della trattativa.

Secondo quanto riferito da De Pasquale alla Corte di Londra nel settembre 2014, gli 800 milioni di dollari partiti nel 2011 verso due conti correnti intestati alla Malabu di Etete servivano per pagare presunte tangenti a funzionari e politici africani, ai manager Eni e agli intermediari esteri, da Obi a Bisignani all’imprenditore Gianluca Di Nardo. Ai dipendenti del gruppo petrolifero, al russo Ednan Agaev (indagato), a Bisignani e Di Nardo sarebbe stata destinata secondo i pm anche un’altra tranche, circa 215 milioni, sequestrata però nell’estate 2014 dalla magistratura inglese e svizzera.

L’Eni nel pomeriggio ha tornato a “ribadire la correttezza dell’operazione relativa all’acquisizione della licenza del blocco Opl 245, conclusa senza l’intervento di alcun intermediario, da Eni e Shell con il Governo nigeriano”. Il portavoce del gruppo ha aggiunto che “attualmente non ci è stato notificato alcun provvedimento” e che “la società, non appena è venuta a conoscenza dell’esistenza di una indagine avente ad oggetto la procedura di acquisizione del blocco Opl 245, ha incaricato uno studio legale americano, di rinomata esperienza internazionale, del tutto indipendente, di condurre le più ampie verifiche sulla correttezza e la regolarità della predetta procedura. Dall’approfondita indagine indipendente è emersa la regolarità della procedura di acquisizione del blocco Opl 245, avvenuta nel rispetto delle normative vigenti”.

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Ma nessuno ha niente da dire sull’assessora del Comune di Milano?

Ne scrive Luigi Franco per Il Fatto qui ma sembra tutto normale, chissà perché:

Il problema della sua assessora che non vuole rendere pubblica l’ultima dichiarazione dei redditi, il sindaco di Milano Giuseppe Sala lo ha derubricato a “problema personale”. Ma ora sul rifiuto di Roberta Cocco, ex top manager di Microsoft, di rispettare la legge sulla trasparenza del 2013 interviene l’Autorità nazionale anticorruzione di Raffaele Cantone. L’Anac, secondo le pagine locali di Repubblica, ha infatti aperto un’istruttoria, inviando una lettera a Palazzo Marino con tanto di richiesta spiegazioni e invito ad adeguarsi.

Il caso è scoppiato settimana scorsa, quando i consiglieri comunali di Forza Italia e M5S si sono accorti che Cocco, cui Sala ha affidato la delega alla Trasformazione digitale, non ha ancora pubblicato sul sito del comune le informazioni sui suoi redditi e sul suo patrimonio. L’assessora dice che lo farà a partire dai redditi del 2016, ma per quelli passati non ne vuol sapere: “Nel 2015 – è la sua posizione – occupavo un’altra posizione lavorativa, i miei piani e i miei progetti erano lontani dal comune di Milano, motivo per cui non ho reso pubblica la mia situazione”. Però le norme introdotte nel 2013 impongono a chi ricopre cariche pubbliche di rendere disponibile la “copia dell’ultima dichiarazione dei redditi”, e quindi anche quella relativa all’anno precedente al mandato politico. L’obbligo deriva da uno degli obiettivi della legge sulla trasparenza, e cioè dare ai cittadini gli strumenti per capire se chi li governa ha aumentato in modo strano le proprie sostanze mentre ricopre una carica pubblica.

Visto il rifiuto dell’assessora, la segreteria generale del comune ha inviato una segnalazione al Nucleo interno di valutazione, un organismo formato da soggetti esterni all’amministrazione che ha la responsabilità di certificare la pubblicazione dei documenti sulla trasparenza e di segnalare eventuali anomalie all’Anac. Da qui l’istruttoria dell’autorità anticorruzione, che ora chiede conto a Palazzo Marino. Cocco rischia una multa di qualche migliaia di euro e una sanzione reputazionale, e cioè la pubblicazione del suo nome sul sito dell’Anac nella “lista dei cattivi”. Niente che finora l’abbia convinta a fare marcia indietro, tanto più che ha l’appoggio del sindaco Sala, anche lui inciampato in passato sulle regole della trasparenza, quando da numero uno di Expo ha omesso di dichiarare una casa in Svizzera, una in Liguria, e alcune quote societarie. Nei giorni scorsi il sindaco s’è limitato a dire cose del tipo: “Lascio alla Cocco la libertà di agire”, “vedremo cosa farà l’Anac, però è un problema personale della Cocco”, “capisco che è un obbligo di legge, ma capisco anche che, in generale, l’amministratore pubblico è sottoposto ad una attenzione che a volte non è logica. Qui stiamo parlando della situazione reddituale del 2015 e non del 2016, un momento in cui la Cocco l’ultima cosa che pensava era quella di occuparsi di cose pubbliche”.

Parole che, oltre a non tener conto delle regole, si scordano di una cosa: dietro tutta questa vicenda c’è pure un bel conflitto di interessi. Cocco infatti, prima di diventare assessore, era un’alta dirigente di Microsoft ed ha raggiunto i suoi colleghi di giunta con due mesi di ritardo proprio per chiudere tutte le pendenze che aveva con l’azienda. Pendenze non chiuse del tutto, se come ha ammesso lei stessa nei giorni scorsi attualmente è in aspettativa non retribuita, mentre “le azioni del gruppo Microsoft assegnate in precedenza ma non ancora maturate sono state congelate dal 1° settembre 2016, data del mio nuovo incarico, e lo saranno sino al 1° settembre 2017, data dopo la quale saranno definitivamente perse”. Cocco, dunque, un piede in Microsoft ce l’ha ancora. E nei prossimi mesi sarà proprio il suo assessorato a occuparsi per il comune di investimenti di 30 milioni per la gestione e il miglioramento dei sevizi informatici e di altri 2,3 milioni per la sicurezza informatica. Tutti settori di mercato in cui Microsoft è attiva.