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Il solito, grazie: indignati e disinformati

rsf2015-300x200Poche righe sui giornali per segnalare la classifica di RSF. Molti commenti indignati, grande silenzio sull’origine dei dati

Molti giornali hanno mostrato sorpresa per il fatto che il 12 febbraio scorso Reporters sans Frontières abbia retrocesso l’Italia di 24 posti in un anno, collocandola al 73.mo posto su 180 paesi classificati in base alla libertà di stampa.

La notizia è stata liquidata sui giornali italiani con notizie di poche righe, come un fatto inspiegabile e curioso. Nei giorni successivi alcuni hanno commentato il fatto con toni più o meno indignati. Solo qualcuno ha letto per intero il comunicato di Reporter Sans Frontières e ha cercato di spiegare il perché, di fare notare che quest’anno, per la prima volta RSF ha basato il suo giudizio su un monitoraggio più puntuale e preciso dei fatti che accadono in Italia nel modo dell’informazione: per la prima volta si è basato sul monitoraggio di Ossigeno per l’Informazione, che da anni rivela un preoccupante aumento delle querele pretestuose e intimidatorie, in particolare di quelle promosse dai politici.

Sabato 15 febbraio il vicedirettore del Corriere della sera, Pierluigi Battista, senza prendere in considerazione i dati citati,  ha riservato alla classifica di RSF un commento sarcastico che si conclude con la frase: “Non credeteci”. A Battista hanno replicato il giornalista Mimmo Candito,a nome di Reporters Sans Frontières Italia, e l’avv. Caterina Malavenda, uno dei massimi esperti di diritto dell’informazione.

Mimmo Candito ha sottolineato in un articolo che RSF descrive una difficoltà reale dell’informazione italiana difficilmente contestabile, essendo basata sui fatti narrati da Ossigeno per l’Informazione, che sono stati attentamente verificati.

Caterina Malavenda ha scritto che “quale che sia l’opinione sulla attendibilità della graduatoria”, lo scivolone dell’Italia “non è comunque una bella notizia” e fa però, ancora meno piacere sapere che tale regressione viene attribuita in parte alle minacce nei confronti dei giornalisti, provenienti il più delle volte dalla criminalità organizzata e seguite spesso da aggressioni fisiche o da incendi dolosi; ed in parte al numero elevato di processi per diffamazione ingiustificati, che possono dissuadere dal diffondere notizie vere, ma scomode, anche senza il ricorso ad amputazioni o censure. “Eppure, basterebbe intervenire sulle norme che oggi non prevedono alcuna reale conseguenza per chi, senza averne motivo, fa causa – il che spiega anche il proliferare di iniziative infondate nei confronti dei giornalisti a mero scopo dissuasivo”.

Di analogo tenore il commento di Alberto Statera (la Repubblica, 23 febbraio 2015) che ha opposto a Battista proprio i dati citati da RSF, sia pure senza dire che i dati sono di Ossigeno.

Più obiettivi e documentati sono stati il commento di Roberto Ciccarelli “Quando il carcere è perfino meglio delle super multe” sul Manifesto del 13 febbraio 2015 e di Newsweek.com, 12 febbraio 2015: Italian Mafia Intimidating Journalists With Worst Levels of Violence Since 90s

(fonte)

Mancano i sogni

Non c’è solo l’aspetto culturale, non solo quello, che spegne il Paese: manca la speranza.

Era l’ultima certezza: nonostante tutto siamo un popolo resiliente e tenace, capace di reagire alle difficoltà! Il timore è che non sia più così. Forse stiamo perdendo anche l’ottimismo. Il rapporto Prosperity Index 2014, appena pubblicato dal Legatum Institute, ogni anno mette a confronto 142 Paesi. Nell’indice di prosperità siamo scesi al 37° posto, perdendo cinque posizioni rispetto al 2013. L’Italia registra i picchi negativi alle domande «L’economia andrà meglio?» e «È un buon momento per trovare lavoro?»: siamo 134° su 142 Paesi. Siamo più pessimisti di spagnoli (132°), francesi (120°) e ucraini (107°). Uscendo dall’Europa, più di peruviani (36°) e thailandesi (quarti!). Le grandi masse cinesi e indiane (rispettivamente 54° e 67°) sono più ottimiste di noi.

Sorprendente? Non tanto. L’ottimismo delle nazioni non è legato ai numeri, ma alle prospettive. Non ai fatti, ma alle percezioni e alle aspettative. Gli umani sono esseri sognatori e misurano la felicità sul progresso. È un grande sabato del villaggio globale: e in Italia stiamo perdendo il gusto del dopo. Kazaki (30°) e uruguayani (43°) non stanno meglio di noi, oggettivamente; ma sono convinti che oggi sia meglio di ieri e domani sarà meglio di oggi. Queste cose contano, nella vita delle persone, delle famiglie e delle nazioni.

(link)

AAA Albanesi cercasi

La-Vlora-a-Bari--499x285Temo i pregiudizi. Sempre. Da sempre. Credo che la narcolessia intellettuale e culturale di questo Paese sia in gran parte figlia di un’informazione sommaria, di una riflessione affrettata e di un’immatura riflessione lasciata spesso ai luoghi comuni. Forse anche per questo ho sempre pensato alla “sinistra” come laboratorio di elaborazione di struttura di pensiero piuttosto che località geografica sulla mappa politica. Sul fronte dell’immigrazione abbiamo, in Italia, i migliori (o forse, i peggiori) mistificatori europei: sono riusciti (da Bossi in giù) a macinare una xenofobia nutrita “dall’impellente bisogno” e quindi vissuta con molti meno sensi di colpa rispetto alle sfacciate destre europee. In Italia anche i cittadini “accoglienti per cultura e per natura” si sono ritrovati ad essere vicini alle posizioni di Lega o partiti di destra per una visione distorta della propria realtà, imboccata troppo spesso da allarmi troppo ghiotti per non diventare virulenti. E allora, poiché amo spingermi ad essere curioso, stiamo preparando un progetto di studio e di analisi dell’immigrazione albanese in questi ultimi anni con un occhio di riguardo ai guadagni della criminalità organizzata.

Per questo avrei piacere (e bisogno) di ascoltare, leggere e confrontarmi con gli “immigrati” (parola orribile e cacofonica) e gli operatori che abbiano qualcosa da dirmi, qualche interesse convergente o suggerimento. La mail è la solita: giulio (@) giuliocavalli.net.

Intanto vale la pena leggere uno tralcio dell’intervento in occasione della Settimana della cultura albanese, org. da Illyricum,Patronato Acli, Acli e Ipsia, Milano 3 dicembre 2010:

Non ci occupiamo qui delle fasi storiche dell’emigrazione albanese, che addirittura si rifanno al 1400 quando, a seguito dell’invasione turca, una consistente quota della popolazione riparò in Italia, ma ci concentriamo sui flussi determinatisi dopo il superamento del regime comunista.

Gli albanesi hanno conosciuto una emigrazione di massa durata all’incirca un decennio, mentre l’Italia ha fatto questa esperienza per un secolo e mezzo. Le condizioni problematiche dell’esodo sperimentate anche dagli albanesi hanno caratterizzato la lunga esperienza degli italiani all’estero anche più duramente, senza pregiudicarne uno sbocco finale positivo.

Tra i Paesi europei l’Italia si distingue per essere stato fortemente segnato dall’emigrazione, assicurando a tante aree del mondo una preziosa riserva di manodopera. Non bisogna dimenticare che gli stessi ricchi Paesi del Nord e del Centro Europa furono, a loro volta, Paesi di emigrazione diretta oltreoceano: tra il 1900 e il 1920 furono circa 20 milioni gli europei che partirono alla volta del continente americano

Al Censimento del 1861 gli italiani che vivevano all’estero erano appena 230.000. Con l’unificazione del 1861, il ritardo economico del Sud d’Italia e l’aggravarsi della situazione agricola determinarono la necessità di emigrare anche nelle regioni settentrionali, ma specialmente nel Meridione, per il quale Francesco Saverio Nitti coniò la celebre frase: “O emigranti o briganti”.

Dal 1861 al 1880 la media annuale degli espatri superò di poco le 100.000 persone all’anno, negli anni ’80 fu di poco inferiore alle 190.000 unità l’anno e negli anni ’90 toccò le 290.000 unità.

Nel primo decennio del 1900 gli espatri, in continua crescita, furono in media 600.000 l’anno, prevalentemente transoceanici. Nel 1913 si registrò il picco massimo, con quasi 900.000 espatri, su

una popolazione di 35 milioni di abitanti. Nel periodo 1871-1911 furono 6 milioni le persone a emigrare, in prevalenza oltreoceano, trattenendosi all’estero nei due terzi dei casi.

Poi i flussi verso l’estero diminuirono a causa degli eventi bellici e, tuttavia, la media degli emigranti nel periodo 1911-1920, fu pari a 382.000 espatri l’anno.

Quindi ci fu un rallentamento dovuto alle restrizioni legislative dei Paesi di insediamento e la media annuale degli espatri, dalle 255.000 unità degli anni ’20, scese alle 70.000 negli anni ’30. Il 1932 fu l’anno in cui, per la prima volta, il numero dei migranti scese sotto le 100.000 unità con 83.348 espatri. In quel periodo si indirizzavano i flussi verso le colonie italiane. Tuttavia, nel 1930 venne stipulato un accordo con la Germania in base al quale si trasferirono in terra tedesca ben 500.000 italiani, ma dal 1939 vennero incrementati i rimpatri. Il saldo migratorio per il periodo 1922- 1942 è valutato pari a circa 1.200.000 persone.

La necessità di emigrare riprese dopo la seconda guerra mondiale, ancora una volta coinvolgendo diverse regioni del Nord, e in particolar modo il Veneto. L’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, Alcide De Gasperi, per far fronte a questa situazione raccomandò, in maniera generalizzata, di imparare una lingua e di andare a lavorare all’estero.

Il ritmo più alto di espatri dall’Italia si collocò negli anni ’50, con quasi 300.000 unità l’anno e il picco fu raggiunto nel 1961 (387.000 espatri).

Nel complesso sono emigrati quasi 30 milioni di persone, si contano 4 milioni di cittadini italiani residenti in tutte le parti del mondo e tra i 60 e gli 80 milioni di oriundi.

Il 1975 fu l’anno dell’inversione di tendenza perché i rimpatri (123.000) prevalsero sugli espatri (93.000). Si colloca in quel periodo l’inizio dell’immigrazione straniera in Italia, che però ha iniziato a coinvolgere l’Albania solo 15 anni dopo.

È doveroso chiedersi come fossero trattati gli italiani all’estero in questo lungo periodo di emigrazione di massa. In Brasile sostituirono gli schiavi; negli Stati Uniti non poterono utilizzare le chiese normali e furono ammessi a pregare solo nei sottoscala; non mancarono i casi di linciaggio, tanto negli Stati Uniti (fu famoso quello di New Orleans nel 1901) che in Francia (Aigues Morts nel 1893); in Belgio nell’ultimo dopoguerra molti furono sistemati nelle baracche di internamento dei prigionieri tedeschi; in Sud Africa l’avvio di una consistente collettività va riferito al grande campo di concentramento stabilito sul posto per più di 100.000 italiani. A Buenos Aires il prof. Cornelio Moyano Gacita così scriveva degli italiani: “La scienza ci insegna che insieme col carattere intraprendente, intelligente, libero, inventivo e artistico degli italiani c’è il residuo di un’alta criminalità di sangue”. Considerazioni simili sugli italiani, specialmente se meridionali, erano diffuse in altri Paesi esteri, come ad esempio negli Stati Uniti: “Gli individui più pigri, depravati e indegni che esistano… Tranne i polacchi, non conosciamo altre persone altrettanto indesiderabili” (Corriere della Sera, 22 febbraio 2002, pag. 1 e 9).

[…]

La maggioranza della popolazione italiana, come hanno evidenziato diverse indagini, è propensa a ritenere che il problema della criminalità e la mancanza di sicurezza urbana in Italia siano, in gran parte, addebitabili agli immigrati, in particolare agli albanesi e ai romeni.

Un giudizio così severo, secondo le ricerche condotte dai redattori del Dossier Caritas/Migrantes (che trovano un supporto anche in altre indagini), senz’altro non è giustificato nei confronti degli immigrati regolari e va riferito con grande cautela anche agli irregolari. Sono, perciò, fondamentali le precisazioni sul tasso di criminalità degli immigrati, sul ritmo d’aumento delle denunce contro stranieri, sul comportamento dei nuovi immigrati e, infine, sugli aspetti penali riguardanti gli albanesi.

a. Italiani e stranieri: un tasso di criminalità simile. Il tasso di criminalità dei cittadini stranieri regolarmente presenti in Italia non è più alto di quello degli italiani: queste sono le conclusioni alle quali è giunta una recente ricerca condotta dall’équipe del Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes insieme all’agenzia Redattore Sociale (cfr. Caritas/Migrantes, Dossier Statistico Immigrazione 2009, Edizioni Idos, ottobre 2009, pp. 208-217). Il confronto tra italiani e stranieri è stato attuato seguendo una ripartizione omogenea per classi di età (popolazione tipo), così come non si è tenuto conto delle denunce riguardanti gli stranieri non regolarmente soggiornati. Ciò ha consentito di ridimensionare il tasso di criminalità degli stranieri e di concludere che italiani e stranieri hanno un tasso di criminalità abbastanza simile.

b. Aumento delle denunce inferiore all’aumento della popolazione straniera. I dati del Ministero dell’Interno riguardanti le denunce contro stranieri nel periodo 2005-2008, confermano che le denunce presentate contro gli immigrati aumentano a un ritmo più contenuto rispetto all’aumento della popolazione straniera, pur essendo questa popolazione più giovane, così come già evidenziato da altre recenti ricerche (Fondo Europeo per l’Integrazione/Ministero dell’Interno, Immigrazione, Regioni e Consigli Territoriali per l’Immigrazione, Edizioni Idos, Roma giugno 2010; cfr. anche, sulla base di altri dati, Paolo Buonanno, Paolo Pinotti, Do immigrants cause crime?, Paris School of Economics, Working Paper No. 2008-05; cfr. anche www.bancaditalia.it/pubblicazioni e, per una sintesi, www.lavoce.info; Tito Boeri, Immigrazione non è uguale a criminalità, Lavoce.info, 2 febbraio 2010).

È vero che per gli immigrati regolari sono andate aumentando le denunce, ma ancor di più è aumentata la popolazione di riferimento. Le denunce presentate in Italia contro cittadini stranieri sono state 248.291 nel 2005, 275.482 nel 2006, 299.874 nel 2007 e 297.708 nel 2008. In questo stesso periodo le denunce sono aumentate del 19,9%, mentre gli stranieri residenti (quindi, solo quelli regolari anche se essi non sono gli unici autori dei reati) da 2.670.514 a 3.891.293 (aumento del 45,7%). Anche se le denunce riguardassero solamente i cittadini stranieri residenti, l’incremento dei reati sarebbe inferiore all’incremento della popolazione straniera, minando così alla base l’equiparazione tra aumento della popolazione straniera e aumento della criminalità.

c. Il tasso di criminalità dei nuovi immigrati nel VII Rapporto Cnel. La paura diffusa tra gli italiani riguarda in prevalenza i nuovi arrivati, che non si conoscono e perciò destano i maggiori sospetti. Il VII Rapporto Cnel sugli Indici di integrazione degli immigrati in Italia (luglio 2010: cfr. www.cnel.it) è entrato nel merito di questa obiezione e si è chiesto se i cittadini stranieri venuti ex novo in Italia nel periodo 2005-2008 abbiano influito negativamente sulla situazione di sicurezza del Paese. A tale scopo è stato ipotizzato che l’aumento delle denunce contro cittadini stranieri (49.417, risultanti della differenza tra quelle del 2005 e quelle del 2008) corrispondano a reati commessi esclusivamente dagli stranieri registrati ex novo come residenti (1.220.779): in questo modo, l’incidenza delle denunce nei loro confronti è del 4,05%, pari a 1 denuncia ogni 24,7 persone.

Il tasso così calcolato va confrontato con l’addebito penale nei confronti dell’intera popolazione residente in Italia alla data del 31 dicembre 2008: si è trattato di 60.045.068 persone (tra le quali una ogni 15 è di cittadinanza straniera) sulle quali hanno inciso per il 4,49% le 2.694.811 denunce penali complessive. Per le persone già residenti si è trattato di 1 denuncia ogni 22,3 residenti, con una incidenza maggiore rispetto a quella addebitale ai nuovi venuti, che perciò non possono essere considerati i maggiori colpevoli della situazione di insicurezza vissuto dalla gente.

d. Il VII Rapporto Cnel e il tasso di criminalità degli albanesi. Per gli albanesi, se si distingue tra criminalità organizzata e criminalità comune, si riscontra che a quest’ultimo riguardo si sono fatti notevoli passi in avanti. Nel periodo 2005-2008 le denunce contro tutti gli stranieri sono aumentate del 19,9%. Rispetto a questo valore medio alcune collettività si sono collocate al di sotto e così è avvenuta anche per gli albanesi, per i quali l’incremento delle denunce è stato pari al 17,4%, passando da 17.561 nel 2005, a 19.027 nel 2006, a 19.006 nel 2007 e 20.609 nel 2008. L’incidenza che gli albanesi residenti in Italia hanno avuto nel 2008 sulle denunce (6,5%) è inferiore a quello che essi hanno avuto sui residenti (11,3%), con una differenza a loro favore di 4,8 punti percentuali che merita di essere segnalata. L’andamento virtuoso dell’Albania si riscontra anche da un altro dato. Nel 2005 gli albanesi incidevano per il 7,1% sul totale delle denunce presentate contro stranieri, mentre questa percentuale è risultata più ridotta negli anni successivi (6,9% nel 2006, 6,3% nel 2007 e 6,9% nel 2008).

Alla luce dell’evoluzione storica che ha caratterizzato la collettività albanese in Italia, è fondato ritenere che ai consistenti flussi irregolari del recente passato vada ricollegata una certa lievitazione delle denunce penali, non solo perché una quota consistente di esse ha riguardato l’inosservanza della normativa sugli stranieri, ma anche perché le persone sprovviste di permesso di soggiorno sono state più facilmente ricattate dalle organizzazioni malavitose. A cavallo degli anni ’90 e i primi anni del nuovo secolo, gli albanesi incidevano per il 20-30% sui respingimenti effettuati alla frontiera, superando la pressione migratoria della Romania e del Marocco, e risultavano la prima collettività per numero di denunce. Chiusa l’esperienza delle migrazioni di massa e dei gommoni, controllati i trafficanti di manodopera (che hanno tentato nuove rotte) e potenziate le vie legali d’ingresso, si è delineato uno scenario più soddisfacente perché le denunce sono aumentate in misura ridotta rispetto all’aumento della popolazione e ciò, in altre parole, diminuisce il tasso di criminalità.

A proposito di 8 marzo: per l’Europa l’Italia sulla legge 194 viola i diritti delle donne

Si parla di legge 194 e di una notizia che dovrebbe circolare infinitamente di più. La riporta il sito VOX, l’Osservatorio Italiano sui Diritti:

Lo dice un’importante sentenza del Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa, che ha ufficialmente riconosciuto che l’Italia viola i diritti delle donne che -alle condizioni prescritte dalla legge 194/1978 – intendono interrompere la gravidanza, a causa dell’elevato e crescente numero di medici obiettori di coscienza. Si tratta di un’importante vittoria, che arriva proprio oggi, data simbolica per la storia delle donne. Una vittoria, che porta anche la firma di Vox.

L’associazione non governativa che ha presentato il ricorso contro l’Italia, International Planned Parenthood Federation European Network, è stata assistita da Marilisa D’Amico, co- fondatrice di Vox e da Benedetta Liberali, tra le voci di Vox.

La legge 194/1978 prevede che, indipendentemente dalla dichiarazione di obiezione di coscienza dei medici, ogni singolo ospedale debba poter garantire sempre il diritto all’interruzione di gravidanza delle donne. Oggi purtroppo, a causa dell’elevato numero di medici obiettori, alcune strutture si trovano a non avere all’interno del proprio organico medici che possano garantire l’effettiva e corretta applicazione della legge. Il riconoscimento di violazione da parte dell’Europa mira a garantire la piena applicazione di una legge dello Stato, la 194, che la Corte costituzionale ha definito irrinunciabile.

La sintesi del reclamo la trovate qui.

L’abbandono della Fiat visto dalla Germania

In Germania scrivono della Fiat che abbandona l’Italia e ne scrivono così. Tanti per dire il titolo dell’articolo è “La fiat abbandona l’Italia, ma questo non interessa quasi a nessuno”:

La fiat abbandona l’Italia, ma questo non interessa quasi a nessuno. Cosa succederebbe invece negli Stati Uniti se la General Eletric trasferisse la sua Sede in Olanda, o come reagirebbe la Gran Bretagna se Vodafone traslocasse a Zurigo, si chiede il piccolo giornale di intellettuali della destra „Il Foglio“. L’approccio pragmatico degli anglosassoni condurrebbe a meditare su ciò che manca al loro Paese e quale fascino verso l’estero abbia subito un Gruppo cosí grande, fino ad abbandonarlo. In un tale Paese, senz’altro verrebbe subito promulagata una legge con il fine di trattenere Gruppi economici in Patria, affinché desistano dal delocalizzare. La decisione della FIAT rappresenta „uno schiaffo dell’economia globale all’interpretazione italiana della modernità“, recita il piccolo quotidiano, che viene finanziato tra l’altro anche da Silvio Berlusconi, che in economia politica non ha mai avuto la sufficienza.

Il dibattito politico italiano ritorna subito ad occuparsi delle faccende minuscole, di cui si compone la politica a Roma. La FIAT inoltre aveva precedentemente intrapreso molto per tranquillizare gli italiani. Il giorno prima della comunicazione ufficiale circa la decisione di trasferire la sede legale del Gruppo, dopo la fusione con la Chrysler, in Olanda e la sede amministrativa in Gran Bretagna, il presidente della FIAT, John Elkann, insieme al suo amministratore delegato Sergio Marchionne, hanno reso visita al Presidente del Consiglio dei Ministri, per aggiornarlo in termini informali dei futuri sviluppi. Elkann, l’erede degli Agnelli, si é fatto intervistare dal gazzettino di corte, e con toni tranquillizanti ha garantito personalmente: “Il mio ufficio rimarrà a Torino” . È infatti previsto di riattivare quelle fabbriche giá smantellate in Italia, e che Torino rimarrá la centrale europea. Il governo comunque non si muove.

I sindacati si lamentano come sempre della cassa integrazione a zero ore, ripetutamente applicata nelle quattro fabbriche della FIAT attualmente operanti in Italia; rammentano inoltre a Marchionne le sue promesse di effettuare investimenti, espresse nel lontano 2010 ma rimandate a causa della crisi economica e del comportamento non cooperativo da parte dei sindacati. Gli appelli al governo ricalcano schemi degli anni settanta e ottanta, e si limitano a richiedere che la FIAT venga convocata ad una tavola rotonda. Il governo presieduto da Enrico Letta non si è finora mosso. Inconsueto però è stato il commento minaccioso del Direttore delle Entrate e della Riscossione, Attilio Befera, che annunciava di verificare attentamente tale operazione di trasferimento della Sede legale in Olanda e fiscale in Gran Bretagna. E questo potrebbe significare grossi problemi per il Gruppo. Infatti, come in altri diversi casi analoghi, verrebbe richiesto alla FIAT di tassare l’intera plusvalenza accumulata nella vecchia Sede di Torino, al momento del trasferimento, comprese le licenze che si sono formate nel tempo grazie a ricerca e sviluppo italiani e che ora vengono sfruttate all’estero per la costruzione e la vendita dei marchi e dei modelli creati in Italia.

Un capitano d’industria di lungo corso, dirigente di imprese con migliaia di lavoratori, è invece dell’opinione che finalmente si avvera il vecchio sogno degli Agnelli: scappare da Torino! Grazie alla fusione di FIAT con la Chrysler, e quindi il trasloco all’estero, si é reso possibile l’abbandono di questo sistema economico italiano, vecchio ed incrostato, giá ripugnato dall’ ”Avvocato” Giovanni Agnelli. Che non si alzino proteste in Italia non sorprende nessuno: “la gente giá é al corrente del perché la FIAT si é cosí decisa” . Essa ha investito miliardi nelle fabbriche sul territorio italiano ed ancora si sente ancorata a questa terra. “peró attualmente tutti quanti voglio scappare” – é il giudizio del direttore di punta italiano. “L’Italia é mummificata, ostile all’imprenditoria; le imprese vengono terrorizzate in tante maniere, é tutto molto difficile, ed al di fuori dell’azienda praticamente non funziona niente” La conclusione dunque è annientante: “ Il sistema italia é cosí dispendioso, che ogni impresa é in perdita ancora prima di iniziare a lavorare “ Simili giudizi si sentono spesso negli ambienti economici. Ma quasi nessuno ha il coraggio di esprimere la propria opinione di fronte allle telecamere, indicando il nome e la propria funzione. È inoltre impressionante come l’opinione pubblica abbia trattato il capo della FIAT e Chrysler durante gli ultimi anni. Esso ha ripetutamente e apertamente evidenziato la carenza di competitivitá e un ambiente ostile all’imprenditoria in Italia. Marchionne è invece sempre stato considerato un orco cattivo, fino a che non ha iniziato a comportarsi, negli ultimi mesi, in modo compito e diplomatico, stile che appunto viene meglio apprezzato in Italia

L’occupazione nel territorio viene ridotta

Per diversi imprenditori e direttori di alto livello non era stato necessario osservare il destino orribile di Marchionne al fine di orientarsi adeguatamente. Le decisioni sugli investimenti all’estero vengono infatti prese cautamente e in tutto silenzio. Numerose imprese evitano di indicare nei loro bilanci ufficiali ovvero nei prospetti pubblici lo sviluppo dell’occupazione nelle loro unitá all’estero. Uno studio di questo quotidiano evidenzia invece che da anni le imprese più importanti, quotate in borsa, si orientano verso l’estero e tendenzialmente riducono l’occupazione nelle loro aziende sul territorio italiano. Proprio la FIAT ha mantenuto costante la sua forza lavoro in Italia, sulla carta, poirché i lavoratori in cassa integrazione vengono annoverati ufficialmente tra gli occupati.Pur nel breve periodo tra il 2008 e il 2012 si registra un incremento dell’occupazione all’estero e una sua diminuzione sul territorio italiano, in capo a numerose imprese. Ciò riguarda persino i gruppi industriali controllati dallo Stato, come eni e enel. Anche gruppi privati di comprovato successo come Luxottica e Pirelli hanno diminuito l’organico italiano ed assunto migliaia di lavoratori all’estero. Delle 35 imprese industriali quotate nell’indice standard FTSE mib e nell’indice della media impresa FTSE mid cap, 14 hanno ridotto il personale in Italia, solo sei hanno incrementato il loro organico. All’estero, il numero dei dipendenti di 25 imprese é cresciuto. Nel totale, l’occupazione all’estero dell’imprenditoria italiana é aumentata di 80.000 unitá. Complessivamente, la quota di occupazione all’estero é aumentata per 28 delle 35 imprese industriali. Tale quota ammontava nel 2012, per 10 di queste imprese, a più dell’80 per cento, per ulteriori undici imprese al 60 per cento. Nello stesso periodo, tra il 2008 e il 2012, in Germania i bilanci consolidati della Volkswagen, compresa Porsche, evidenziano un aumento dell’organico di 50 mila unitá, seppur anche un aumento della quota dei dipendenti all’estero dal 50,2 al 55,6 per cento. La Siemens ha complessivamente ridotto il personale dipendente e la quota degli occupati all’estero é diminuita dal 68 al 67 per cento.

“Non vengono trasferiti direttamente posti di lavoro all’estero”

La questione se un aumento dell’occupazione all’estero sia da valutare positivamente o in termini negativi ha mobilitato l’opinione pubblica italiana negli anni passati, quando numerosi piccoli imprenditori hanno delocalizzato le loro attivitá in Romania. Da allora, gli imprenditori italiani distinguono tra “emigrazione” e la piú apprezzata “internazionalizzazione” . In seguito all’apertura di ben cinque fabbriche, tutte all’estero, in due anni il produttore di freni Brembo ha marcato una poderosa crescita nei mercati internazionali. Il presidente del Gruppo, Alberto Bombassei, rileva principalmente la necessitá di servire la clientela dove essa si trova, producendo appunto in loco, cioè in Cina, negli Stati Uniti, in Polonia o nella Repubblica Ceca. Anche per esso, paladino degli investimenti all’estero, la situazione é ben delineata: non é possibile mantenere competitivitá in un mercato internazionale se la produzione avviene solo in Italia. “Non vengono trasferiti direttamente posti di lavoro all’estero”, giudica Bombassei, ed aggiunge che anche la FIAT ha trasferito la produzione della piccola “panda” dalla Polonia a Napoli. Che purtroppo l’occupazione diminuisca in Italia ma aumenti all’estero, viene ammesso anche da Bombassei. “La questione é rappresentata dalla difficile congiuntura nel mercato domestico e la carenza di competitivitá che dura da 30 anni”. “Determinante non é solo il numero di dipendenti, bensí anche la loro qualifica professionale e la loro retribuzione” dichiara Gianfelice Rocca, Presidente della Confindustria lombarda e patron del Gruppo tecnologico Techint. La globalizzazione può essere interpretata come l’impiego di manodopera poco qualificata all’estero, mentre ricerca, sviluppo e pianificazione aziendale rimangono in Italia, secondo l’opinione di Rocca. L’Italia peró non sembra abbastanza flessibile da mantenere in carico lavoratori poco qualificati il piú a lungo possibile, ma neppure sa sfruttare le opportunitá della ripartizione dell’occupazione piú e meno qualificata, all’interno di un Gruppo, in un contesto globalizzato.  In riferimento alla FIAT, la questione piú importante, piuttosto che il trasferimento di sede amministrativa o legale, è dove in futuro le autovetture verranno progettate: a Torino ovvero a Detroit.

Tali argomentazioni sembrano essere troppo complesse per il dibattito che attualmente avviene nell’opinione pubblica italiana. Qui i sindacati e i lavoratori attualmente combattono contro la chiusura di una delle quattro fabbriche del Gruppo svedese Electrolux e contro la riduzione dei salari. Contemporaneamente il Presidente della Confindustria mette in guardia di fronte al pericolo che senza una modifica di rotta, in Italia si allargherà la desertificazione industriale. Ma tali rituali senza alcun esito si ripetono da tempo in Italia.

[Articolo originale “Fiat geht weg – und keinen interessiert’s” di Tobias Piller] 

[Traduzione di Italia dall’Estero]

Non siamo uguali

L’Italia è al 71° posto nella classifica dei paesi con la minor disuguaglianza di genere (gender gap).

Ogni anno il rapporto del Forum economico mondiale prende in esame salute, accesso all’istruzione, partecipazione economica e impegno nella politica: sul gradino più alto del podio quest’anno c’è di nuovo l’Islanda, seguita da Finlandia e Norvegia.

Turismo culturale, l’ossessione italiana

Se ne parla sempre, ovunque, dai convegni ai discorsi da bar: siamo un Paese che continua a sfoderare poco pochissimo quasi niente le proprie bellezze eppure i dati generali danno sempre l’impressione di essere poco più che pareri personali. Per questo vale la pena di leggere il dossier di GH NETwork, in attesa delle conversione in legge del decreto Cultura:

Uomini, mica funghi

20130307-181459Andrea Riscassi è un giornalista ma soprattutto è un curioso. E per i giornalisti essere seri e curiosi è uno dei difetti più raccomandabili. Andrea si è fatto carico della memoria di Anna Politkovskaja quando è scesa la lacrima breve della notizia e l’ha trasformata in memoria quotidiana e seriale. Una di quelle passioni che rendono inspiegabilmente fondamentali gli interessi di qualcuno per tenere in vita una storia che altrimenti sarebbe andata perduta troppo presto tra i libri di storia contemporanea. Andrea ha scritto libri, lavori teatrali (che abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro piccolo Teatro Nebiolo) e continua con i suoi incontri e soprattutto con i ragazzi. In questa scuola che resiste al degrado economico e strutturale esistono insegnanti con il nerbo dei partigiani che si preoccupano di raccontare la storia di  Anna Politkovskaja ai nostri figli: per questo non riesco a non essere ottimista per il futuro di questo Paese che per forza deve rinascere dalle proprie ceneri. Per forza.

Andrea è stato a Tavazzano con Villavesco. Tavazzano cosa? chiederete voi. Già vi vedo. E’ che io a Tavazzano ci sono anche cresciuto. E per questo mi sorride il cuore. E Andrea a Tavazzano ha vissuto la luce che vediamo sempre noi che abbiamo la fortuna di frequentare le scuole per raccontare le storie degli altri. Perché veniamo accolti come sciamani della memoria e alla fine lasciamo una memoria appallottolata da portarsi a casa insieme alla cartella.

Vale la pena leggere nel suo blog come la racconta Andrea, e come la raccontano i ragazzi qui.

Mentre leggevano quel che hanno percepito di Anna e della sua storia mi sono più volte emozionato.
Perché hanno colto l’essenza di una storia che si svolge in Russia ma che parla a tutti noi.
Nei loro testi, i ragazzi hanno più volte ripetuto una frase di Anna che adoro. Rivolta com’è a quella zona grigia che (a Mosca come a Roma e Milano) tace di fronte ai soprusi ed è sempre pronta a inchinarsi al capo di turno: “Per il mio sistema di valori è la posizione del fungo che si nasconde sotto la foglia. Lo troveranno, lo raccoglieranno e lo mangeranno. Per questo, se si è nati uomini, non bisogna fare i funghi”.
Cara Anna, stamattina ho trovato 85 ragazze e ragazze che si sono impegnati a non fare mai i funghi. A non nascondersi. A camminare a testa alta.
Che mi hanno insegnato molto.
Il merito è tutto tuo.

 

Niente Coppi senza i Carrea

In morte di Andrea Carrea, detto Sandrino forse per affrontare con un diminutivo la solennità del suo corpaccione contaidno, 89 anni, nato a Gavi ma cresciuto a Cassano Spinola, si è ricordato l ultimo gregario storico di Fausto Coppi e quindi di un certo ciclismo. Il penultimo ad andarsene era stato, poco più di un anno fa, Ettore Milano, 86 anni, anche lui di quella provincia di Alessandria che ha dato allo sport italiano campioni enormi di ciclismo e calcio, con una concentrazione di talenti che forse meriterebbe un qualche studio serio: Girardengo, Coppi, Baloncieri, Giovani Ferrari, Rivera

Milano, erre “roulée” alla francese proprio come Rivera e come tanti di quella provincia (idem per Parma), era in corsa il paggio psicologo di Coppi, Carrea era il suo diesel da traino e spinta.

Scelti entrambi, per aiutare il Campionissimo, da Biagio Cavanna detto l orbo di Novi Ligure, il massaggiatore cieco che tastava i muscoli e indovinava le carriere (e a Milano diede pure la figlia in sposa).

I due non avevano vinto mai in prima persona, Fausto vinceva anche per loro che lavoravano per lui portandogli in corsa acqua,panini,conforti vari, tubolari, amicizia. Un giorno al Tour de France del1952 Carrera si trovò, ”a sua insaputa”come uno Scaiola del ciclismo, in maglia gialla.

Un gendarme lo pescò in albergo per portarlo alla vestizione. Carrrea si scusò con Coppi per eccesso di iniziativa, avendo fatto parte di un gruppetto, teoricamente innocuo, di fuggitivi non ripresi.

Il giorno dopo il suo capitano gli prese, come da copione, la maglia gialla scalando l Alped Huez e arrivò da dominatore a Parigi. Un cantante ciclofilo, Donatello, che ha fatto anche Sanremo, ha composto una canzone splendida che è un sogno di bambino e dice: “Un giorno, per un giorno, vorrei essere Carrea”.

Il gregario nel ciclismo non c è più, almeno nel senso classico: libertà di rifornimento continuo dalle ammiraglie, licenza per ogni assistenza tecnica in corsa, severità della giuria quando, specialmente in salita, ci sono troppe spinte per i capisquadra, che facevano chilometri senza dare una pedalata, hanno procurato dignità aduna collaborazione che non è più umiliante e servile, e che consiste soprattutto nel pedalare con accelerazioni giuste al momento giusto, nell aiutare, aprendogli un tunnel nell aria, il capitano quando è il momento di tirare per rimediare aduna sua défaillance o rafforzare una sua iniziativa. Nello sport tutto i gregari sono di tipo nuovo.

Diceva Platini genio del calcio: “Importante non è che io non fumi, è che non fumi Bonini”. Il quale Bonini gli gocava dietro, riempiva il campo del suo gran correre, cercava palloni per servirglieli. Adesso i grandi gregari del calcio, alla Gattuso, guadagnano bene, sono stimati, cercati. Coppi lasciava comunque ai gregari tutti i suoi premi, e così li ha fatti ricchi.

Chi è adesso il gregario? Nell automobilismo il pilota che esegue gli ordini di scuderia, lascia passare il compagno che ha bisogno di punti, fa da “tappo” mettendosi davanti a chi lo insegue, e al limite “criminoso” sbatte fuoripista il concorrente pericoloso.

Nel ciclismo è ormai quello che sa propiziare il sonno al campione nelle dure prove a tappe, sa dargli allegrie o comunque distensione in corsa. Nel mondo dell atletica il gregario si chiama lepre, ed è pagato, nelle corse lunghe,per tenere alto il ritmo nella prima parte, sfiancando gli avversari e propiziando un tempo di finale di eccellenza: poi può ritirarsi. Sta sul mercato, è ingaggiabile anche al momento, per una corsa sola.

Nella scherma magari è quello che tiene per il campione il conteggio delle vittorie regalate in tornei di ridotta importanza o comunque prospettanti al campione stesso una eliminazione ormai sicura, gli fa il calcolo dei crediti e dei debiti così messi insieme nel rapporto con avversari importanti, gli dice quando è tempo di “passar vittoria”.

Il gregario nuovo può anche arrivare a sperimentare su se stesso il prodotto dopante o il prodotto coprente, correndo dei rischi. Ma la sua funzione diventa sempre meno materiale. E si deve ricordare che il prototipo altamente psicologico del gregario che dà serenità, oltre a procurare una buona compagnia negli allenamenti, tiene quattro gambe anzi zampe. E un cavallo: si chiamava Magistris, era un quasi brocco, ma senza di lui vicino, in pista come nella stalla,il favoloso Ribot era nervoso, tirava calci e nitriva di rabbiosa tristezza.