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Processo Aemilia, la mafia si fa fumetto

Sono sempre loro, ne ho scritto spesso, e questa volta provano a detergere l’Emilia Romagna che s’è risvegliata mafiosa (anche) con un fumetto per le scuole. Nomi, cognomi e luoghi perchè la curiosità ha bisogno di allenamento e fantasia. Ecco la presentazione nell’articolo di Ilaria Giupponi:

Autoprodotto e autofinanziato. Arriva una nuovo lavoro della “Banda”, la rete di associazioni e antimafia dell’Emilia-Romagna. Dopo gli ultimi due Dossier sulle mafie in Emilia-Romagna, Emilia Romagna cose nostre 2012-2014. Cronaca di un biennio di mafie in E.R. e Tra la via Aemilia e il West, storie di mafie, convivenze e malaffare in Emilia-Romagna (2016), la denuncia del gruppo di giornalisti e attivisti antimafia della penetrazione della criminalità organizzata nella regione rossa, arriva nelle scuole. E cambia linguaggio. Assumendo i tratti della matita della giovane “Gea”, fumettista modenese di 25 anni. Georgia Vecchione due anni fa partecipa a una delle instancabili e inarrestabili presentazioni di Gaetano Alessi e Massimo Manzoli – che da anni assieme a tanti altri attivisti (come i ragazzi dello Zuccherificio di Ravenna o il Gap di Rimini) battono a tappeto lo Stivale – sul processo Aemilia e ha l’intuizione: «Facciamone un fumetto, e portiamolo nelle scuole». E così è stato.

(l’articolo è qui mentre qui potete gratuitamente scaricare il fumetto)

Mafia e Expo: il filo che da Milano porta a Messina Denaro

Ci sarebbe un filo rosso che porta da Milano a Castelvetrano, o dovunque si trovi Matteo Messina Denaro. Un legame che, secondo i pubblici ministeri della procura lombarda che indagano sulle infiltrazioni di Cosa nostra a Expo, sarebbe rappresentato da Giuseppe Nastasi, imprenditore originario del paese del boss latitante. Per lui ieri l’accusa ha chiesto nove anni di carcere nel processo abbreviato nato dall’operazione Giotto. Gli contestano i reati di associazione a delinquere finalizzata all’agevolazione della mafia e riciclaggio. Ed è proprio l’imprenditore che, intercettato mentre parla col suo braccio destro Liborio Pace (pure lui accusato di essere trait d’union con Cosa nostra siciliana, in particolare con la famiglia di Pietraperzia), si mostra preoccupato per la latitanza di Messina Denaro.

«Lì – dice Nastasi riferendosi a Castelvetrano – si sono scantati, se Mimmuzzo si mette a parlare… ma non parla Mimmo (…) Eh, ma sono terrorizzati, eh? Vediamo… insomma che hanno arrestato uno, quello più vicino diciamo… Un bordello c’è al mio paese». Mimmuzzo sarebbe Domenico Scimonelli, imprenditore attivo nel settore della viticoltura e dei supermercati. Secondo la direzione distrettuale di Palermo è l’ultimo anello della catena di postini che ha permesso le comunicazioni del boss latitante. L’intercettazione che la procura di Milano ha depositato nell’inchiesta su Expo è stata registrata la sera del 23 agosto del 2015. Venti giorni prima Scimonelli è stato arrestato nell’ambito dell’operazione Ermes e sarà condannato a maggio con rito abbreviato a 17 anni di carcere per associazione mafiosa. Nastasi e Pace parlano a bordo di un’Audi dei timori in merito alle possibili rivelazioni che Scimonelli potrebbe fare agli inquirenti rispetto alla latitanza di Messina Denaro. «Ma a quanto pare – risponde Pace – questo è cristiano muto». «No, Mimmo è a posto», replica Nastasi.

Quest’ultimo, come emerge nell’ordinanza di arresto, è ritenuto vicino alla famiglia di Partanna, la stessa di cui Scimonelli sarebbe tra i vertici, nonché fedele alleata dei Messina Denaro. Un legame, quello tra Nastasi e Cosa nostra, che sarebbe garantito in particolare dal rapporto di amicizia con Nicola Accardo, ritenuto elemento di spicco della famiglia. Quando Accardo va a Milano, Nastasi lo aiuta per il trasferimento dall’aeroporto, gli trova e gli paga l’albergo, gli indica ristoranti. Disponibilità ricambiata quando l’imprenditore torna in Sicilia per le feste. Favori e cortesie che per gli inquirenti non si giustificano solo con un rapporto di amicizia. Ma anche di affari.

Ed è ricco il business che Nastasi avrebbe gestito grazie all’Expo di Milano. L’imprenditore è accusato di essere il reale gestore del consorzio di cooperative Dominus scarl, che all’esposizione universale ha realizzato i padiglioni di Francia, Guinea, Qatar e Birra Poretti, l’auditorium e il palazzo dei congressi. Appalti che in tre anni, dal 2013 al 2015, hanno permesso di ricavare 18 milioni di euro, pagati dalla società Nolostand, una delle controllate da Fiera Milano. Nolostand è stata commissariata e, assieme a Fiera Milano, ha chiesto 800mila euro di danni di immagine come parti civili (un milione la richiesta del Comune di Milano).

Nelle 70 pagine di informativa del Gico della Guardia di finanza depositate ieri dalla procura meneghina, si parla anche di un altro imprenditore con cui Natasi sarebbe entrato in contatto. Si tratterebbe di Antonio Giuliano Mafrici, di origini calabresi ma residente e attivo nella zona del Canton Vallese, al confine con la Svizzera. Secondo quanto annota la Finanza, l’imprenditore di Castelvetrano e il braccio destro Pace vanno a fare visita a Morici il 24 agosto del 2015 nella sua casa a Pedimulera, paesino del Piemonte nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola. Intercettato in auto, mentre torna a Milano, Nastasi direbbe che Mafrici «si è messo a disposizione». L’imprenditore emigrato in Svizzera recentemente è finito nelle cronache perché arrestato per corruzione. L’accusa era di aver pagato delle tangenti per ottenere l’appalto per la ristrutturazione di alcune gallerie sulla strada del Sempione. Mafrici in carcere c’è rimasto solo 40 giorni. Il tribunale amministrativo svizzero ha dato ragione a lui nel ricorso presentato dalle imprese che erano arrivate seconde. E lo scorso luglio l’imprenditore è tornato a guidare la ditta che ha fondato nel 1993, la Interalp Bau, impresa di costruzioni che negli ultimi anni si è aggiudicata diversi appalti pubblici in Svizzera.

Infine, altro elemento presentato dai pm di Milano a sostegno delle accuse a Nastasi è un’altra intercettazione. Nastasi e Pace, prima di essere arrestati, sarebbero andati a casa di un avvocato, manifestandogli l’intenzione di farlo entrare nella cerchia degli uomini vicini a Matteo Messina Denaro. Colloquio che sarebbe stato ascoltato dai militari della Finanza. La procura lombarda ha chiesto la condanna a nove anni per Nastasi. La sentenza dovrebbe arrivare il 3 febbraio, mentre Pace e altri tre imputati sono a processo con rito ordinario.

(fonte)

‘Ndrangheta, il pentito Patania: «Ho assoldato io i killer per uccidere Scrugli»

Vasvi Beluli e Arben Ibrahimi, i killer venuti dall’ex Jugoslavia, sono stati assoldati da Giuseppe Patania per vendicare la morte del padre, Fortunato Patania, e uccidere Francesco Scrugli, esponente di spicco dei “Piscopisani” ed indicato come uno dei responsabili di quell’agguato. E’ questo l’aspetto principale emerso nel corso dell’udienza del processo antimafia denominato “Romanzo criminale” contro il clan dei Patania di Stefanaconi.

La confessione. Giuseppe Patania, detto Pino, ha risposto alle domande del pm della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, Andrea Mancuso, autoaccusandosi di aver assoldato i due killer macedoni per compiere l’omicidio di Francesco Scrugli avvenuto nel marzo del 2012 a Vibo Marina. “Ho assoldato Vasvi Beluli e Arben Ibrahimi – ha sostenuto – per uccidere Scrugli. Un omicidio che ho organizzato insieme a Daniele Bono. La mia famiglia e i miei fratelli non erano al corrente”. Oltre al collaboratore di giustizia Daniele Bono, nella sua confessione, Giuseppe Patania ha anche chiamato in causa un altro killer, il sardo Mauro Uras. Secondo quanto dichiarato, Patania avrebbe quindi agito per vendicare l’omicidio di suo padre. “Ero lì, al distributore di benzina, nella Vallata del Mesima, quel giorno che hanno ammazzato mio padre e tra i killer ho riconosciuto Scrugli”. Pino Patania ha quindi dichiarato di essersi recato personalmente a Roma per prendere i due killer e portarli in Calabria. A loro avrebbe quindi consegnato le armi, una pistola calibro 9 ed una calibro 45. “Sono stato io ad andare a prendere i due killer a Roma ed ho consegnato loro 10 mila euro la mattina dopo l’omicidio”

Killer-pentiti. Che i Patania avessero assoldato i killer venuti dall’ex Jugoslavia per sparare contro i “Piscopisani” nell’ambito della cruenta faida che ha insanguinato il Vibonese a cavallo tra il 2011 ed il 2012, era un fatto già noto. Il particolare era emerso, infatti, nel corso delle deposizioni di Vasvi Beluli e Arben Ibrahimi che oggi sono collaboratori di giustizia e che da pentiti hanno raccontato la faida e gli omicidi commessi nei minimi dettagli. Nel corso del loro esame si è appreso che i Patania avrebbero promesso ai due killer-pentiti sino a 10mila euro per compiere gli agguati nel Vibonese contro il clan dei Piscopisani e altri gruppi mafiosi di Stefanaconi. Fatti di sangue commessi nel 2012 anche con carabine di precisione piazzate in un immobile a pochi metri dalla Questura di Vibo Valentia.
L’esame di Salvatore e Nazzareno Patania. Nell’udienza di oggi, oltre a Giuseppe Patania, hanno chiesto ed ottenuto di essere sottoposti ad esame da parte del pm Andrea Mancuso anche gli altri due suoi fratelli, Salvatore e Nazzareno Patania. Dalla loro deposizione è emerso in particolare il rapporto difficile che entrambi avevano con la collaboratrice di giustizia Loredana Patania. “E’ mia cugina – ha detto Salvatore Patania in aula – ma non ho mai avuto un bel rapporto con lei e non mi sono mai interessato di lei, neanche dopo l’omicidio di suo marito, Giuseppe Matina”. Sulla stessa posizione il fratello Nazzareno che, al contrario di Salvatore, ha confermato la presenza della collaboratrice di giustizia a casa della madre dei Patania, Giuseppina Iacopetta, dopo l’agguato che costò la vita a Matina. “E’ stata a casa di mia madre per dieci o quindici giorni”.  I rapporti con Loredana Patania non erano buoni. “Non mi piaceva il suo carattere – ha affermato Nazzareno Patania – e per questo non siamo andati neanche al suo matrimonio”. E che la pentita avesse frequentato per un periodo la casa di Giuseppina Iacopetta è stato confermato in aula da Pino Patania. “Dopo l’omicidio – ha spiegato – è rimasta a casa mia per una decina di giorni, poi io sono partito per portare il fratello a Milano e quando sono rientrato lei era a casa di mia madre dove è rimasta per altri dieci o quindici giorni prima di ripartire per la Lombardia”.
Gli imputati. Ad essere accusati del reato di associazione mafiosa sono: Giuseppina Iacopetta, ritenuta al vertice della cosca dopo l’uccisione del marito, Fortunato Patania, freddato nel settembre 2011 durante la faida con i Piscopisani; i figli Salvatore, Saverio, Giuseppe, Nazzareno e Bruno Patania; Andrea Patania; Cosimo e Caterina Caglioti; Nicola Figliuzzi; Cristian Loielo; Alessandro Bartalotta; Francesco Lo Preiato; Ilya Krastev. L’ex maresciallo dei carabinieri, già alla guida della Stazione di Sant’Onofrio, Sebastiano Cannizzaro, è invece accusato di falso e concorso esterno in associazione mafiosa. Tale ultimo reato viene contestato anche a don Salvatore Santaguida, parroco di  Stefanaconi.

 

(Mimmo Famularo per Zoom24)

I professionisti dell’anti-antimafia

Bravissimo Mario Portanova per Il Fatto Quotidiano:

I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Italia, per far carriera di essere un professionista dell’anti-antimafia.

Ok, chiedo subito scusa per aver indegnamente rimaneggiato il celebre brano di Leonardo Sciascia, tratto dall’altrettanto celebre articolo I professionisti dell’antimafia, pubblicato esattamente trent’anni fa, il 10 gennaio 1987, sul Corriere della Sera. Resta il fatto che i professionisti dell’anti-antimafia, in questi tre decenni, si sono sempre visti garantire direzioni di giornali – magari foraggiati da contributi statali o da mecenati interessati -, programmi televisivi, rubriche, ospitate ai talk show nonché seggi parlamentari e posti da ministro. Anche più dei professionisti dell’antimafia evocati in quell’articolo.

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Chi sono i professionisti dell’anti-antimafia? Sono quelli che per mestiereattaccano sistematicamente i magistrati, che stanno sempre dalla parte dei politici accusati di collusione, anche dopo la sempre invocata “condanna definitiva” (Dell’Utri, Cuffaro…). Sono gli spacciatori di garantismo per l’uso personale di amici e amici degli amici. Sono quelli che fanno paginoni sugli antimafiosi caduti in disgrazia o sulle polemiche giudiziarie (ormai non solo palermitane), ma mai che gli scappi mezza riga sulle vittime di Cosa nostra, della ‘ndrangheta, della camorra: i piccoli commercianti taglieggiati, gli imprenditori usurati, i contribuenti saccheggiati quando gli appalti e i finanziamenti pubblici finiscono alle aziende dei boss con la complicità di una vasta “area grigia”.

Ieri il Corriere della Sera, a firma di Felice Cavallaro, ha celebrato la “profetica lungimiranza” dell’articolo di Sciascia, collegandolo ai tanti guai che oggi colpiscono personaggi e sigle a vario titolo impegnati – o autoproclamatisi tali – nella lotta alle cosche: il giudice Silvana Saguto, l’ex presidente di Confcommercio Palermo Roberto Helg, il presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante, il giornalista Pino Maniaci, fino alle polemiche interne a Libera (per chi vuole approfondire, tutte vicende che ilfattoquotidiano.it ha ampiamente raccontato). Eccoli i “professionisti dell’antimafia” che il grande scrittore siciliano additò addirittura con trent’anni di anticipo. Ma le cose stanno davvero così? Andiamo a rileggere l’articolo originale.

Innanzitutto, Sciascia non usa mai il termine “professionisti dell’antimafia”, che è farina del sacco del titolista del Corriere. E neppure accenna a truffe e malversazioni in nome dell’antimafia. Il brano centrale – in un lungo articolo che prende spunto da un saggio inglese su regime fascista e Cosa nostra – è questo: “I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso”. Un solo giudice è citato, e in negativo. Si chiama Paolo Borsellino. La sua carriera antimafia finirà cinque anni più tardi, sappiamo come. Cavallaro racconta che poi lo scrittore e il magistrato si incontrarono e si spiegarono, e che Borsellino “non era il bersaglio” dell’articolo.

Anche in questo caso, ognuno può rileggerselo e valutare se il celebrato (oggi, allora non molto) eroe dell’antimafia ne uscisse bene o male. Trent’anni dopo, Nando dalla Chiesa resta convinto che il bersaglio fosse proprio lui, come rimarca oggi su Il Fatto Quotidiano. Aggiungendo che Borsellino, prima di essere assassinato con la sua scorta, “fece in tempo a dichiarare nell’ultimo discorso pubblico, ricordando Falcone, che ‘Giovanni ha incominciato a morire con quell’articolo sui professionisti dell’antimafia’”.

L’altro bersaglio, non citato per nome, è l’allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Descritto nell’esempio di “un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi – in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei – come antimafioso”. Orlando può piacere o meno, ma ruppe con la Dcstoricamente complice di Cosa nostra in Sicilia (Ciancimino, Lima, Andreotti… il boss-grande elettore Giuseppe di Cristina. Avevano fatto carriera lo stesso, anche più di Orlando). E oggi, trent’anni più tardi, nonostante la “lungimirante profezia” che lo vedeva occuparsi più di “convegni” che di “acquedotti”, i cittadini di Palermo conservano Orlando sulla stessa poltrona, dopo aver sperimentato altri sindaci che certo dell’antimafia non facevano né una professione né una passione. Piuttosto erano politicamente imparentati con Silvio Berlusconi, quello che il mafioso – sotto forma di stalliere – se lo teneva in casa.

Ancora un paio di cose. Dieci mesi dopo l’articolo di Sciascia, il 17 dicembre, lo stesso Corriere della Sera, a firma di Alfio Caruso, commentava così la sentenza di primo grado del maxiprocesso di Palermo, oggi unanimemente riconosciuta come il primo grande colpo dello Stato contro Cosa nostra (che infatti reagirà con le stragi): “Ieri sera, in un punto imprecisato degli Stati Uniti, Tommaso Buscetta è tornato a far parte della mafia vincente”, si leggeva sul quotidiano milanese. “Glielo hanno permesso i giudici che a Palermo, accogliendo le sue confessioni, hanno punito le grandi famiglie dell’onorata società, gli uomini che avevano decretato lutti e terrori per amici e consanguinei del boss dei due mondi”. Più avanti, un cenno “agli inguaribili ottimisti che parlano di sentenza storica”.

Chi aveva istruito quel processo? Borsellino e Falcone (giudice a latere l’attuale presidente del Senato Piero Grasso). Anni più tardi, su Repubblica del 29 ottobre 1993, lo scrittore Corrado Stajano, storica firma delle pagine culturali del Corriere, descriverà così il clima di quegli anni in via Solferino: “Per tutti gli anni Ottanta non mi è stato permesso di scrivere di mafia. Eppure ero tra i pochi a conoscere i fatti e ad avere letto tra l’altro le 8mila pagine dell’ordinanza-sentenza del maxiprocesso”. Un’esclusione che si spiegava “forse perché stavo dalla parte del pool antimafia”, ricordava Stajano, in un’epoca in cui “le direzioni dei giornali esercitavano un controllo micragnoso, assillante” su qualunque notizia potesse “nuocere o spiacere ai governanti”. Questo per dire il contesto, tanto per restare in tema sciasciano. C’era un potere politico che storicamente intrallazzava con la mafia, e per non turbarlo era meglio recintare per bene le cronache palermitane, compresi gli atti vergati dai futuri eroi nazionali Falcone e Borsellino.

Vale poi la pena di aggiungere che altre intuizioni dello scrittore di Racalmuto non hanno avuto alcuna fortuna presso i professionisti dell’anti-antimafia che solo per quelle poche righe mostrano di idolatrarlo. Per esempio l’intervista del 1970 a Giampaolo Pansa – quella sì davvero profetica – sulla “linea della palma”, cioè la mafia, che si spostava progressivamente dalla Sicilia verso il Nord Italia, cosa puntualmente accaduta nell’indifferenza pressoché generale, almeno fino ad anni recenti. Oppure, tanto per dire, la descrizione di un comizio della Democrazia cristiana in Le parrocchie di Regalpetra (1956), dove “la mafia ha qua e là paracadutato i suoi elementi più suggestivi”.

Detto questo, l’articolo di Sciascia lasciò – e lascia ancora, a trent’anni di distanza – il segno fra i variegati antimafiosi che non di rado hanno tutte le sue opere ben allineate nella libreria di casa. Uno di loro, Lillo Garlisi, racalmutese e sciasciano di ferro, oggi editore a Milano con Melampo, all’epoca lo condannò con forza. Ieri, in una discussione fra amici su WhatsApp, ha scritto: “Allora sbagliammo a non cercare di ricucire con Sciascia. La zona grigia trovò l’ideologia che le mancava. Lo regalammo al nemico”.

Forse in quell’articolo di trent’anni fa una parte profetica ci fu davvero. Ha poco a che fare con Borsellino e molto con l’antimafia di oggi. Scriveva Sciascia che, nel momento in cui qualcuno “si esibisce” come antimafioso, difficilmente qualcun altro oserà criticarlo o attaccarlo, anche con ragioni fondate, perché correrebbe “il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno”. E’ il tema centrale individuato da Francesco Forgione, già presidente della Commissione parlamentare oggi guidata da Rosy Bindi, fautore di un contrasto culturale ai clan più sociale e meno legato a icone e santini, nel suo recente libro I tragediatori. La fine dell’antimafia e il crollo dei suoi miti (Rubbettino 2016). “Per troppo tempo”, scrive Forgione, “l’antimafia non ha discusso di se stessa, della sua vita, del suo modo d’essere”. Lasciando così correre le aberrazioni, quando non il malaffare, anche quando qualche segnale poteva essere colto e qualche allarme lanciato. Non ha discusso, argomenta Forgione, proprio per la ragione indicata da Sciascia. Perché mettere in discussione l’operato di certe figure significava “incorrere nell’accusa di sovraesporle al rischio di diventare vittime dei killer mafiosi”. Così ai professionisti dell’anti-antimafia si è lasciato l’intero campo da gioco.

Due e tre cose su Roberto e Luigi. Sparse. E magari sbagliate.

Voglio bene a sia a Luigi De Magistris che a Roberto Saviano, con entrambi ho condiviso dure esperienze personali e (a differenza di entrambi) ritengo il mio giudizio fallibilissimo. Ma un paio di cose forse varrebbe la pena provare a metterle in fila:

Entrambi parlano di se stessi. In questa polemica di Napoli e di camorra se ne sente appena l’odore. Da una parte il sindaco mette sul tavolo la propria storia personale e dall’altra lo scrittore risponde con la propria esperienza come testimonianza. I dati sulla criminalità, il trend dei delitti, le indagini in corso, le sentenze recenti e le relazioni della Direzione Antimafia (o eventualmente i risultati di inchieste personali) non ci sono. Quindi non è una discussione sulla camorra a Napoli, basta saperlo.

De Magistris ha risposto ricalcando gli stessi temi dei peggiori detrattori di Saviano e questo pesa evidentemente al di là del senso e dell’obiettivo della sua uscita. Anche il modo è politica, del resto. Ma risponde non al Saviano tutto tondo (a cui questo Paese non può non esser grato, al di là delle simpatie o antipatie) ma risponde a un’intervista in cui Roberto dice “Questa città non è cambiata. Illudersi di risolvere problemi strutturali urlando al turismo o alle feste di piazza è da ingenui. Nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore diventa connivenza”. Il connivente, ci vuole poco a capirlo, è De Magistris. Entrambi non sono stati esempio di misura, diciamo.

Gli scrittori scrivono e i politici amministrano. Che piaccia o no. E gli scrittori, come Roberto, hanno il diritto di scegliere i propri temi. I loro giudici sono i lettori e il pubblico. Questo significa che chi ha milioni di lettori o spettatori sia inattaccabile e abbia sempre ragione? No, per niente. Significa semplicemente che Roberto e Luigi operano su due campi diversi in cui (spesso e non solo a loro) ci si “infastidisce” (o si diventa servili) nonostante le diverse funzioni. Ci sta: è il ruolo pubblico, appunto. E se qualche personaggio pubblico sceglie (io personalmente lo amo moltissimo) di ruzzolare nella realtà e nella politica accetta gli schizzi, eccome. Che piaccia o no.

Non c’è niente di più deleterio e scemo di parteggiare in questa ultima polemica nell’ottica dei propri interessi personali: l’Unità aveva definito Saviano “mafiosetto” e ora diventa savianista per cercare di demolire De Magistris così come gli antisavianisti diventano improvvisamente “vicini” al sindaco di Napoli. Il nemico del mio nemico è mio amico: come stiamo messi. E anche le difese apologetiche come quella di Montanari mi lasciano perplesso.

La realtà è complessa (ne scrivevo giusto qui) e il mondo non si divide tra chi ha ragione o chi ha torto ma si perde nei rivoli di mille sfaccettature. Una città non ci sta mai in una narrazione univoca. Mai. E nemmeno le persone. Nel nostro Paese ognuno combatte un propria battaglia personale, ognuno ha a che fare con le proprie miserie e prova a rimanere in piedi nonostante le sue paure. Basta con la guerra con chi ha l’antimafia più lunga, la morale più appuntita o l’eroismo più peloso. In Italia ci sono imbecilli sotto scorta e magistrati (e ex magistrati) incapaci. Per dire.

Secondo me De Magistris ha sbagliato a argomentare le proprie accuse cavalcando la delegittimazione popolare che contro Saviano è in atto da sempre. E, come scrive Bolzoni, ha superato un confine. Ma si ama troppo per accorgersene.

Secondo me Saviano ha banalizzato il proprio giudizio su Napoli risultando fastidiosamente assoluto nella visione. Ma si ama troppo per accorgersene.

Di sicuro non prendere posizioni scomode è il modo migliore per stare tranquilli e piacere a tutti. E Roberto ha il coraggio di essere libero.

Di sicuro, ancora una volta, la camorra un po’ gode e ride sotto i baffi.

Quanto ci manchi Pippo Fava

(scritto per Fanpage)

Trentatré anni che Pippo Fava è stato ammazzato. Trentatré anni di resistenza etica da parte dei suoi carusi per non lasciare che la morte di Fava si atrofizzasse in un santino antimafioso buono per una commemorazione all’anno, trentatré anni a lavorare perché Pippo Fava non è solo un giornalista ammazzato dalla mafia ma è soprattutto un modello di giornalismo e una forma mentale di una curiosità che sembra così difficile provare ad immaginare ancora. Ammazzato, certo. Quei cinque colpi sparati da dietro (senza farsi vedere in faccia, come nella migliore tradizione della vigliaccheria mafiosa) sono il morso di una belva che non riesce a immaginare altro modo per farlo stare zitto: Pippo Fava viene assassinato in via dello Stadio, di fronte al Teatro Verga di Catania dove era appena arrivato, cronicamente in ritardo, per vedere recitare il nipote in Pensaci, Giacomino! Cinque colpi ordinati da quel Nitto Santapaola che di Catania era il “padrone” oltre che il boss di Cosa Nostra e che stupidamente pensò che davvero la polvere da sparo bastasse per spegnere una storia oltre che uccidere una persona.

Un penna eretica, quella di Fava, per niente ubbidiente ai poteri e ai pensieri che garantiscono una carriera tranquilla, una casa, uno stipendio e la gratitudine di chi guadagna grazie anche alla disattenzione della stampa tutto intorno. «A volte basta omettere una sola notizia – scriveva Fava – e un impero finanziario si accresce di dieci miliardi; o un malefico personaggio che dovrebbe scomparire resta sull’onda; o uno scandalo che sta per scoppiare viene risucchiato al fondo»: il senso del suo scrivere è tutto qui, nell’inseguire ciò che non si vorrebbe detto. Quando nel 1956 viene assunto da “Espresso sera” per occuparsi da caporedattore di calcio e cinema non riesce a tacere di fronte alla cronaca e alla mafia: le sue interviste ai boss di Cosa Nostra Giuseppe Genco Russo e Calogero Vizzini sono i segnali di un’ossessione (per la legalità, la libertà e la giustizia) che non riesce a trattenere.

Quando nel 1980 diventa direttore del “Giornale del Sud” (portandosi in redazione come giovani collaboratori Rosario Lanza, Antonio Roccuzzo, Michele Gambino, Riccardo Orioles e suo figlio Claudio Fava) il quotidiano abbandona i lidi della sopravvivenza tranquilla per affrontare i temi più spinosi: si comincia a leggere dei traffici di droga su Catania gestiti da Cosa Nostra, si alza la voce contro la costruzione della base missilistica americana di Comiso, si osteggia apertamente il boss Alfio Ferlito invocandone l’arresto e si comincia a curiosare lì dove politica, imprenditoria e mafia si incontrano oscenamente per convergere nei loro affari. È il giornalismo che non teme nemmeno i suoi padroni, il giornalismo che non balbetta quando c’è da mettere in pagina i cognomi che contano; e infatti arriva il tritolo (con l’attentato fallito), la censura (di una prima pagina tutta sugli affari illeciti di Ferlito) e infine il licenziamento.

E che fa Pippo Fava? Si rimette in moto, instancabile: con il mensile “I Siciliani” (stampato con due rotative Roland comprate usate con cambiali) insiste e alza il tiro. La storia antimafiosa di questo Paese è segnata da chi piuttosto che farsi intimidire dalle minacce ne trae linfa per una lotta ancora più intensa contro le ingiustizie: accade con Fava, con Peppino Impastato, con Beppe Alfano. Lo storico primo articolo di Fava su I Siciliani (“I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, in cui attacca la borghesia mafiosa catanese) è giornalismo color cristallo: c’è dentro la cronaca, l’inchiesta e la chiave di lettura di una città e di un’epoca. Perché Pippo Fava, nonostante si dimentichi in fretta, è stato un intellettuale a tutto tondo: dalla narrativa, alla saggistica, al teatro, alla televisione fino alla sceneggiatura cinematografica è stato uno sperimentatore in tutti i campi. Ha osato la penna, oltre che usarla. E ha osato la parola. Sempre.

Per questo Pippo Fava ci manca tantissimo: per quel suo essere capace di raccontare un Paese intero dalla cronaca di un vicolo di Catania, per quel suo intravedere un futuro terribile ma mantenere intatta la voglia di raccontarcelo con pazienza e arte. Un intellettuale, insomma. E quanto ci manca, oggi.

‘Ndrangheta: il pentito Mantella racconta l’asse Vibo-Lamezia

Gettano un fascio di luce anche sulle dinamiche criminali sviluppatesi negli ultimi anni sull’asse Vibo-Lamezia Terme le ultime dichiarazioni del pentito vibonese Andrea Mantella. Verbali del tutto inediti, depositati nel procedimento nato dall’operazione antimafia denominata “Andromeda” contro i clan lametini. E’ dinanzi al pm della Dda Elio Romano, affiancato da alcuni investigatori della Squadra Mobile di Catanzaro, che il nuovo collaboratore di giustizia mette a verbale dichiarazioni pesanti che vanno ad “irrobustire” l’impalcatura accusatoria nei confronti delle cosche di Lamezia Terme.

“Già dalla fine degli anni ’90 – ha spiegato l’ex esponente di vertice del clan Lo Bianco di Vibo – durante la mia permanenza nel carcere di Siano, ho conosciuto vari elementi della cosca Iannazzo e nello specifico Francesco Iannazzo, detto “Cafarone”, Giovannino Iannazzo, Pietro Iannazzo, già presidente del Sambiase-calcio, Gino Daponte e Peppino Daponte”. Secondo Andrea Mantella, i Daponte di Sambiase sarebbero stati “da sempre vicini alla cosca Iannazzo”, la consorteria storica del Lametino ritenuta la più potente e quella più legata ai clan vibonesi ed in particolare ai Mancuso di Limbadi e Nicotera. “Una volta uscito dal carcere – ha riferito Mantella – ho conosciuto anche Antonio Davoli con il quale ho intrattenuto rapporti diretti. Gli incontri, con una cadenza di almeno due volte al mese, avvenivano presso l’abitazione di Domenico Bonavota a Sant’Onofrio”. Ad avviso del collaboratore di giustizia vibonese, in tali incontri Antonio Davoli sarebbe intervenuto “in rappresentanza della cosca Iannazzo ed in particolare di Vincenzino Iannazzo”, quest’ultimo ritenuto al vertice dell’omonimo clan di Sambiase.

I legami fra i Iannazzo ed i Vallelunga. Andrea Mantella ricorda quindi di aver incontrato Antonio Davoli anche in alcune proprietà del boss Damiano Vallelunga (foto a destra), ubicate in contrada Ninfo a Serra San Bruno. A convocare Mantella nell’abitazione del boss dei “Viperari” delle Serre, Damiano Vallelunga (poi ucciso nei pressi del santuario di Riace nel settembre 2009), sarebbe stato – a detta dello stesso collaboratore – Domenico Bonavota. “Gli incontri erano stati richiesti – sottolinea Mantella – in quanto la cosca Iannazzo aveva saputo che io ero stato delegato a compiere degli omicidi a Lamezia Terme”. Alla presenza del boss Damiano Vallelunga, Andrea Mantella avrebbe quindi confermato di essere stato avvicinato dalla cosca Giampà di Lamezia Terme, ed in particolare da Vincenzo Bonaddio, per procedere all’eliminazione di Gennaro Pulice (pure lui ora collaboratore di giustizia) e Bruno Gagliardi di Sambiase “che pretendevano di effettuare estorsioni nella zona di Nicastro di competenza della cosca Giampà”.

Gli scambi di favori fra i clan ed i lavori sull’A3. Mantella riferisce poi che dopo la morte del proprio cognato Pasquale Giampà (alias “Boccaccio”) di Lamezia Terme, in varie circostanze i vibonesi avrebbero rifornito di armi i clan lametini. In particolare, lo stesso Mantella avrebbe ceduto diverse armi ad elementi di spicco del clan Giampà di Lamezia Terme. “La cosca Iannazzo – riferisce infine Mantella – aveva inoltre grossi interessi economici con riferimento alle imprese che effettuavano i lavori di ammodernamento dell’autostrada nella zona di loro competenza. In particolare, i Iannazzo gestivano direttamente i lavori che ricadevano nei territori comunali di San Mango d’Aquino, Nocera Terinese, Falerna, Gizzeria, Maida e la zona della Sir sino ai confini con Acconia di Curinga”.

(fonte)

Sacra Corona Unita: quelle strane scarcerazioni

Ne scrive Andrea Tundo per Il Fatto Quotidiano ed è una situazione che sfiora il paradosso. Ed è il caso di tenere gli occhi ben aperti. Ben aperti. Ecco qui:

«Altri sei rispediti in libertà dal tribunale del Riesame. Ed è probabile una nuova ondata di scarcerazioni il 5 gennaio. Non solo, perché nei prossimi giorni potrebbe lasciare il carcere anche Carlo Solazzo, presunto killer del figlio di un collaboratore di giustizia. A conti fatti, quasi la metà (se non detenuta per altri reati) è già tornata a casa, ma il rischio è che succeda a tutti i 58 uomini arrestati lo scorso 12 dicembre con le accuse, a vario titolo, di associazione mafiosa, omicidio, danneggiamento, traffico di armi e droga. L’operazione Omega, come l’ha ribattezzata la procura antimafia di Lecce, ha smantellato una presunta cellula della Sacra Corona Unita attiva nel Brindisino. Ma le esigenze cautelari, sostiene il Riesame, non stanno in piedi. E sulla vicenda ha messo gli occhi il ministero della Giustizia, anche alla luce di una lettera che i pm hanno inviato al gip affinché rimettesse mano all’ordinanza.»

Perché sui testimoni di giustizia non sia un 2016 bis

(scritto per i Quaderni di Possibile qui)

È successo tutto a cavallo delle feste, coperto dal frastuono dei tappi di spumante e dei canti natalizi, eppure a Reggio Calabria si è consumata una di quelle storie che rimangono incastrate tra i peli della cronaca locale e invece dovrebbe stare sulle prime pagine dei giornali nazionali. Lui è Gaetano Caminiti detto Franco, commerciante reggino, una vita passata a schivare minacce, incendi, tentativi di omicidio, auto saltate in aria, negozio bruciato e un figlio trascinato mezzo morto fuori dalle fiamme. Una vita di minacce quella di Caminiti come succede a molti, troppi, che in questo Paese decidono di denunciare la criminalità organizzata che bussa per diventare socia occulta. Caminiti denuncia, testimonia e contribuisce ad arresti e condanne. Non so voi ma io continuo a credere che gente così, in un Paese ridotto così come siamo messi noi sul tema delle mafie, sarebbe da inserire subito nel prodotto interno lordo della dignità di una nazione.

A Caminiti ad agosto invece decidono di togliere la scorta. “Non c’è più pericolo” gli dicono dal ministero. Se ci pensate dovrebbe essere un momento meraviglioso per chi vive da anni tra le maglie strette della paura quello in cui gli dicono che può stare tranquillo. Ma bisognerebbe fidarsi dello Stato, bisognerebbe. E invece il 29 dicembre, qualche giorno fa, Franco Gaetano Caminiti rientra a casa la sera dopo il lavoro e viene accolto da diversi colpi di pistola mentre stava parcheggiando l’auto. Buchi sulla fiancata, vetri polverizzati: roba da film. Lui si mette al riparo e riesce a scamparla. Cronaca di una fine anno di un uomo che “non corre più pericolo”.

Continuo a credere che (nonostante il morbido silenzio di qualche associazione antimafia che conta) questo Governo (in tutte le sue diverse ma similissime versioni copiative) stia facendo il deserto sui temi della protezione delle persone esposte. Continuo a credere che i responsabili (vice ministro Bubbico in testa) debbano ringraziare l’allentamento della curiosità antimafiosa che negli anni passati sarebbe inorridita per molto meno. Continuo a credere che qualcuno dovrebbe spiegarci, ma spiegarcelo bene, come possa succedere che in Calabria il condannato Scopellitti continui a viaggiare scortato con due auto blindate e Caminiti (ma è uno dei molti nelle stesse condizioni) debba affidarsi alla buona sorte.

Basta. Davvero. Basta. Che non sia un 2016 bis.