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rifugiati

“Non è vero che sono perseguitati”: il nuovo razzismo perbenista della classe media

Alessandro Robecchi. Tutta da leggere.

Siccome il catalogo delle ipocrisie planetario si arricchisce ogni giorno di più, servirebbe una bussola, un tutorial su YouTube, o almeno un rinnovo periodico del vocabolario. Il trucchetto funziona sempre: se non si riescono a cambiare le cose si cambiano le parole. Le parole nuove vengono ripetute e quindi accettate, e così, ecco che il migrante non è più migrante semplice, ma si divide in migrante perseguitato e migrante economico, con il corollario che il primo è un migrante vero, e l’altro una specie di furbacchione che non vuole lavorare al suo paese, è povero e cerca di esserlo meno andando via di lì.

Col suo piglio neogollista da glaciale sciuparepubbliche il presidente francese Macron l’ha detto meglio di tutti: “Come spieghiamo ai nostri cittadini, alla nostra classe media, che all’improvviso non c’è più un limite?”. Perfetto e di difficile soluzione, in effetti: come spiegare a gente che borbotta se trova più di tre persone in fila alla cassa dell’Autogrill che ci sono migliaia di uomini e donne che vengono qui sperando finalmente di mangiare qualcosa? Mentre Macron diceva quelle cose (notare l’equazione “cittadini” uguale “classe media”), nei boschi tra Ventimiglia e Mentone era in corso una poderosa caccia all’uomo con i cani lupo alla ricerca di qualche decina di migranti passati clandestinamente in Francia. Scene degne dell’Alabama di fine Ottocento, a poche centinaia di chilometri dalla recente esibizione di grandeur di monsieur le Président.

Dietro le parole, le formule, le riunioni politiche ai massimi livelli, insomma, si certifica e accetta un concetto caro al pensiero liberale: i poveri sono in qualche modo colpevoli di esserlo, e quindi un po’ – lo dico in francese – cazzi loro. Le Le Pen e i Salvini e tutta la compagnia neofascista che ogni giorno starnazza dalle cronache, hanno il loro conclamato razzismo, certo. Ma esiste un razzismo molto più presentabile e pulito, accettabile e incoraggiato, da “classe media” per dirla con monsieur Macron, ed è quello contro i poveri. L’aggettivo “economico” è usato a piene mani per descrivere chi non ce la fa, chi rimane sotto le soglie, chi resta stritolato. Restando alle voluttuose giravolte del vocabolario, non è un caso che i licenziamenti economici nelle politiche del lavoro italiano si chiamino “licenziamenti per causa oggettiva”. Capito? Il mercato è oggettivo, le vite delle persone invece sono soggettive, e quindi (di nuovo) cazzi loro.

Non è niente male come paradosso per iniziare un secolo e un millennio: superate le ideologie (ahahah), archiviata ogni idea di socialismo, di pari diritti, di pari dignità eccetera eccetera, ecco che il mondo – e l’Europa in prima fila – riscopre una grandissima rottura di palle per ceti medi: i poveri. Irritano i migranti economici, in quanto poveri, irritano i turisti low cost che mangiano il panino in strada invece di andare al ristorante, con grande scorno dei Briatore e dei Nardella, irritano i laureati poveri che reclamano una vita più decente, con grande scorno dei Poletti. E’ come se si affermasse (a destra e a sinistra) un nuovo status sociale: l’equazione cittadino uguale ceto medio che Macron ha così soavemente esposto, penetra nelle coscienze. Come la bella Lisa, la prosperosa salumiera de Il ventre di Parigi di Zola, tutti paiono vagamente, persino subliminalmente convinti che il povero “si è cacciato in quella situazione”, e in un piccolo, veloce passaggio logico si trasforma la povertà in una colpa. Ecco spiegata la guerra in atto: una guerra contro i poveri, colpevoli di minare – con il loro colpevole essere poveri – la tranquilla stabilità di tutti gli altri. Non male come modernità: sono cose che si sentivano dire a tavola tanto tempo fa, quando annuendo e dicendo “signora mia”, si passava la salsa allo zar.

La guardia costiera libica spara contro una nave italiana: «ci siamo sbagliati, pensavamo a una barca di migranti»

Raffiche di arma da fuoco contro la motovedetta italiana CP 288 della Guardia Costiera sarebbero state sparate da una imbarcazione della Guardia Costiera libica a 13 miglia al largo delle coste libiche. Lo dice Grnet.it, il sito web su questioni di Sicurezza e Difesa precisando che nessuno degli occupanti della motovedetta italiana sarebbe rimasto ferito.

Fonti qualificate interpellate a Roma hanno confermato l’ episodio, che è avvenuto tre giorni fa, e le successive scuse della guardia costiera libica. “La motovedetta libica – spiega Grnet – avrebbe ordinato via radio all’unità italiana di fermare le macchine ma la CP288 si sarebbe data alla fuga, provocando la reazione della controparte libica che avrebbe sparato una raffica di avvertimento a poppa sinistra della vedetta italiana, che riusciva però a distanziare gli inseguitori”.

Successivamente, dice il sito web, “sarebbe arrivata una telefonata di scuse da parte delle autorità libiche, diretta al Comando generale delle Capitanerie di Porto (Maricogecap), che ha ammesso l’errore dei militari libici, i quali avrebbero scambiato l’unità italiana per un barcone di immigrati“.

La vicenda appare però preoccupante. Sia per il rischio corso dai marinai italiani, sia per il fatto che in qualche modo si ammetta da parte libica di avere voluto sparare sui migranti. Si attendono precisazioni.

(fonte)

Così la politica lascia annegare 60 bambini (e 200 adulti). Il video.

Il sempre bravo Fabrizio Gatti, per l’Espresso (qui):

Nave Libra, il pattugliatore della Marina italiana, è ad appena un’ora e mezzo di navigazione da un barcone carico di famiglie siriane che sta affondando. Ma per cinque ore viene lasciata in attesa senza ordini. Il pomeriggio dell’11 ottobre 2013 i comandi militari italiani sono preoccupati di dover poi trasferire i profughi sulla costa più vicina. Così non mettono a disposizione la loro unità, nonostante le numerose telefonate di soccorso e la formale e ripetuta richiesta delle Forze armate maltesi di poter dare istruzioni alla nave italiana perché intervenga.

Il peschereccio, partito dalla Libia con almeno 480 persone, sta imbarcando acqua: era stato colpito dalle raffiche di mitra di miliziani che su una motovedetta volevano rapinare o sequestrare i passeggeri, quasi tutti medici siriani. Quel pomeriggio la Libra è tra le 19 e le 10 miglia dal barcone. Lampedusa è a 61 miglia. Ma la sala operativa di Roma della Guardia costiera ordina ai profughi di rivolgersi a Malta che è molto più lontana, a 118 miglia.

Dopo cinque ore di attesa e di inutili solleciti da parte delle autorità maltesi ai colleghi italiani, il barcone si rovescia. Muoiono 268 persone, tra cui 60 bambini. In questo videoracconto “Il naufragio dei bambini”, L’Espresso ricostruisce la strage: con immagini inedite, le telefonate mai ascoltate prima tra le Forze armate di Malta e la Guardia costiera italiana, e le strazianti richieste di soccorso partite dal peschereccio. In quattro anni, dopo le denunce dei sopravvissuti, nessuna Procura italiana ha portato a termine le indagini¢

Cosa sta succedendo con le ONG che salvano vite nel Mediterraneo

C’è mare mosso. Come si poteva immaginare. Ora sotto attacco sono finite le ONG che si occupano di salvare le vite nel Mediterraneo; serve sempre qual è cunicolo per versarci dentro un dubbio e giustificare il razzismo. Come la storia dei 35 euro a al giorno (falsa), degli attentatori che arrivano sui barconi (falsa) e tutte le altre sparate che i Salvini di turno (e questa volta ci si mette anche Grillo) lanciano per rimestare nel torbido, giusto per il tempo in cui ci abbocca qualcuno e poi si seccano.

La vicenda di queste ore la spiega magnificamente Annalisa Camilli su Internazionale:

Giuristi come Fulvio Vassallo Paleologo e Dario Belluccio hanno spiegato che nei soccorsi in mare viene applicata la convenzione di Amburgo del 1979 secondo cui lo sbarco deve avvenire in un “porto sicuro” anche dal punto di vista dei diritti che vengono garantiti alla persona soccorsa, non solo nel porto più vicino. Vassallo Paleologo spiega che il porto dove sbarcare i migranti deve essere scelto in base “alla possibilità di richiedere asilo e di ottenere un’accoglienza dignitosa”. Per questo la Tunisia non può essere ritenuto un paese sicuro. L’avvocato Belluccio dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione ricorda che in Italia e in Europa le normative puniscono chi favorisce l’immigrazione illegale, ma che nel caso dei salvataggi la priorità è “il soccorso della vita umana” e il diritto del mare “obbliga ai soccorsi”. Nella sua audizione davanti alla commissione del senato il generale della guardia costiera Stefano Screpanti ha spiegato che per la convenzione di Amburgo il soccorso in mare spetta allo stato più vicino. Ma nel caso della Libia, la guardia costiera del paese non risponde alle chiamate di soccorso e per questo la responsabilità del soccorso spetta a chi ha ricevuto la richiesta di aiuto, quindi all’Italia. Per le autorità italiane non è una scelta intervenire: è un obbligo dettato dalle leggi internazionali.

Tutti gli operatori delle ong assicurano di essere coordinati dalla centrale operativa della guardia costiera di Roma e di ricevere indicazioni precise sul porto di sbarco direttamente dal ministero dell’interno. “L’accusa di un coordinamento con i trafficanti è infondata per il semplice motivo che seguiamo alla lettera le indicazioni che ci vengono fornite dalla guardia costiera e dal ministero dell’interno e siamo tenuti a comunicare alle autorità tutti gli spostamenti e salvataggi che facciamo”, spiega Riccardo Gatti di Proactiva open arms.

Riguardo all’accusa che le ong intralcino il lavoro della autorità italiane, la ministra della difesa Roberta Pinotti, rispondendo a un’interrogazione alla camera dei deputati ha detto: “Non abbiamo evidenza di manovre o attività a opera di natanti delle ong che abbiano costituito intralcio allo svolgimento delle operazioni della marina militare italiana”.

L’articolo (lungo, perché la complessità ha bisogno di studio, tempo e attenzione) è qui.

Buona lettura.

Baobab Experience: una storia di ordinaria umanità

Come al solito Valigia Blu racconta meravigliosamente le storie che meritano di essere raccontate:

Il Baobab, infatti, non è un luogo, ma un metodo di accoglienza. Lo scrittore Nicola Lagioia nel cercare di trovarne una definizione, scrive:

Non è semplicemente un centro di accoglienza per migranti, non è un centro sociale, non è (perlomeno non ancora) un progetto in cui la cittadinanza attiva incontra le istituzioni per offrire una soluzione anche parziale a un’emergenza drammatica. Il Baobab è piuttosto un corridoio umanitario per migranti in transito, che una rete di privati cittadini ha prima messo a punto e subito dopo si è caricato sulle spalle.

Con la chiusura, “il luogo” in cui i volontari “lavorano” a questo “corridoio umanitario” è cambiato nel tempo. Il progetto di accoglienza collettivo è stato infatti portato avanti dalla rete del Baobab, anche dopo gli sgomberi degli accampamenti di fortuna, continuati sotto la nuova amministrazione a Cinque Stelle del Sindaco Virginia Raggi.

Oggi il presidio dei volontari si trova nel piazzale est della stazione Tiburtina, dove per diverse settimane decine di migranti hanno dormito per strada, sotto la pioggia e al freddo della notte, non essendo stata disponibile fino alla fine di novembre alcuna struttura in cui dar loro riparo.
Il 2 dicembre scorso, dopo un incontro tra la delegazione del Baobab e il nuovo assessore alle politiche sociali del Comune, Laura Baldassare, sono stati messi a disposizione dei migranti “transitanti” circa 100 posti letto nel centro di via del Frantoio, gestito dalla Croce Rossa e sostenuto da Roma Capitale. Riferendosi a questa novità, i volontari hanno parlato di un “piccolo passo”, specificando però che si tratta di una “soluzione emergenziale maturata solo dopo mesi di appelli e sollecitazioni”. Anche perché, hanno poi aggiunto, il flusso migratorio nella Capitale non si ferma, visto che, ad esempio, tra il 3 e il 4 dicembre altre 35 persone sono arrivate in piazzale Spadolini. Per questo motivo, i volontari hanno invitato le autorità a intervenire in modo meno temporaneo e più strutturale.

Al di là dei fatti di cronaca, abbiamo pensato valesse la pena guardare da vicino e raccontare cos’è Baobab Experience. Come si organizza quotidianamente? A quali problematiche risponde? Che idea di accoglienza trasmette? Rappresenta un modello replicabile altrove? Per cercare di capirlo, abbiamo parlato con alcuni dei tanti volontari che rendono possibile questa esperienza.

(il post è qui)

Disperati sotto i camion

Dove ci sta un pacco di cocaina ci sta anche un uomo, devono aver pensato gli aguzzini che hanno chiesto 900 euro al giovane afghano per incastrarlo sotto un camion diretto verso l’Italia. I disperati viaggiano anche così, in questa Europa che inneggia a Spinelli (a proposito: la Merkel che omaggia un comunista marxista accompagnata da un italiano e un francese sarà la barzelletta cult dell’estate): qui si viaggia appallottolati su una carretta del mare oppure contorti sotto un rimorchio in autostrada.

È la nuova linea FAV, Forestieri ad Alta Velocità che partono dall’Afghanistan per la Turchia, Grecia, Italia, Francia e poi per i Paesi verso nord. Mentre i ricchi bucano le montagne per far correre le merci ai poveri di questo mondo basta qualche laccio ben assestato per percorrere strade internazionali.

«È stato duro viaggiare così a lungo, 22 ore, senza cibo né acqua, senza dormire.  – ha raccontato un diciottenne scoperto ieri a nei pressi di Terni in una piazzola di sosta, secondo caso in poche ore – Sono fuggito da Kabul dieci mesi fa, ho attraversato l’Iran, la Turchia, spesso viaggiando a piedi. Ho contattato e pagato una persona, sono rimasto legato sotto al tir anche durante il viaggio verso l’Italia, ho pagato per questo 900 euro».

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Ma secondo voi?

Ma secondo voi, che vi siete spremuti il cuore per la foto di quel bambino bombardato, secondo voi, esattamente, da cosa scappano quei milioni di profughi? E perché non li avete notati? Perché sono usciti mossi?

A Capalbio non è sinistra, semplicemente.

Che agosto questo della sinistra italiana: prima il deputato Sannicandro (SEL) che dichiara di non essere mica una metalmeccanico (e poi ovviamente ci dice di essere stato frainteso e poi che sono demagoghi quelli che lo attaccano, come se un semplice “scusa” fosse troppa fatica) e poi l’intellighenzia sinistra di Capalbio che inorridisce per i rifugiati arrivati a sporcare la vista mare. «La sinistra non sa più comunicare» scrive qualcuno crucciandosi di presunti arrugginimenti di presunte neosinistre. E se fosse tutto molto più semplice? E se semplicemente non fossero di sinistra questi che si spacciano come intellettuali (o parlamentari) imbolsiti da se stessi?

Se coloro che dovrebbero rappresentare la categoria dei metalmeccanici (per rimanere sull’esempio, ma vale per tutti) non possiedono più il vocabolario del lavoro, del reddito e dei diritti che si fa? Si decreta il fallimento della rappresentanza, semplicemente. Si alzano le mani e si dichiarano falliti i membri della classe dirigente. Semplice. E invece? E invece si leggono editoriali e opinioni che vorrebbero infilarci l’idea opposta: sono sbagliati i metalmeccanici che se la prendono, dicono loro. Che schifo di metalmeccanici, già.
A Capalbio succede lo stesso: gli esimi sottoscrittori di appelli solidali s’intristiscono per l’arrivo di qualche rifugiato nella nota località vacanziera. Il motivo? Rovinano una delle bellezze d’Italia, dicono loro, e così, senza accorgersene nemmeno aprono a un nuovo concetto di federalismo dell’accoglienza: i poveri vanno con i poveri, gli sporchi con gli sporchi, gli ultimi si accolgono in mezzo agli ultimi o penultimi, i bisogni vanno risolti senza sbrodolare fuori dalla classe sociale in cui emergono. E le difese sono ancora peggio: dicono che rovinano il turismo (e invece Lampedusa evidentemente è fogna, per questi), provano a spiegarci che è questione di rapporto tra abitanti e rifugiati (quindi A Pozzalo dovrebbero esserci un massimo di rifugiati, secondo i loro calcoli) e, per ultimo, abbozzano il solito “io non sono razzista ma”. E su quel ma, al solito, scatta il conato.

(il mio editoriale per Fanpage continua qui)