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speranza

Vuole il processo e poi frigna

La tattica di capitan Coniglio è sempre la stessa: provare a scappare dal processo e poi frignare per il processo e provare a utilizzarlo a proprio favore. Ieri ci ha detto che dovrà spiegare a suo figlio di non essere un delinquente e in questa frase c’è tutta la sua retorica: usare i figli per muovere la compassione è una mossa da spot di merendine, qualcosa di talmente basso che si prova orrore solo a scriverlo e se non è riuscito in tutti questi anni a capire che a processo non ci vanno i delinquenti ma ci si va perché si è accusati di qualcosa e si ha l’occasione di dimostrare la propria innocenza allora non c’è più speranza.

Eppure se Salvini fosse furbo potrebbe usare questo processo a suo favore non tanto frignando quanto piuttosto raccontandoci bene come siano andati i fatti, quali siano stati i suoi intendimenti e quali siano stati i suoi risultati. Tutto questo brutto balletto ci sarebbe risparmiato e si potrebbe parlare di politica.

A proposito di politica: ma siamo sicuri che Salvini fosse solo nel prendere quelle decisioni? Dico, al di là della questione meramente burocratica, ve lo ricordate con chi andava a braccetto mentre chiudeva i porti? Vi ricordate chi esultava con lui? Vi ricordate chi si faceva fotografare sorridente dopo l’approvazione dei decreti sicurezza? E, soprattutto, lo sapete che il secondo decreto sicurezza è stato ulteriormente peggiorato dai molti emendamenti del Movimento 5 Stelle?

E vi ricordate l’abrogazione della Bossi-Fini che non è mai arrivata? l’abrogazione dei decreti sicurezza? L’avete letto del rifinanziamento dei torturatori libici da parte del governo italiano?

Così, tanto per non perdersi troppo sul processo di Salvini.

Buon venerdì.

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Dire “è colpa mia” ma non voler toccare nulla nei rapporti con l’Egitto (armi incluse) è una presa in giro

Conte ha detto che è colpa sua. “Ho incontrato sei o sette volte il presidente Al-Sisi. Parlarci di persona e guardarlo negli occhi, poter esercitare un’influenza diretta durante un colloquio vis-à-vis non ha portato risultati, non sono stato capace”, ha detto il presidente del consiglio durante l’audizione alla commissione d’inchiesta sull’uccisione di Giulio Regeni, ammettendo di fatto il fallimento delle trattative diplomatiche con l’Egitto e lo stallo delle trattative. L’audizione di ieri, da cui ci si aspettava di avere un chiarimento sulle eventuali evoluzioni e sulle strategie da adottare è diventata un’opportunità di comunicazione per il governo ma non ha aggiunto nulla allo sconcerto che i genitori di Regeni da mesi fanno emergere insieme a tutta la loro insoddisfazione per la mancanza di significative novità.

Che un presidente del consiglio riconosca le proprie responsabilità è, di questi tempi, una rarità da salutare con sorpresa e perfino una certa ammirazione ma nelle parole di Conte manca un punto sostanziale: quindi cosa si ha intenzione di fare con l’Egitto? Come si ha intenzione di smuovere il sultanato di Al-Sisi che continua a essere sordo? Come si pensa di sbloccare la rogatoria internazionale della magistratura italiana che da un anno giace inascoltata in qualche cassetto di qualche ufficio egiziano? Su questo nulla.

Il governo dice di sperare che qualcosa possa accadere il primo luglio quando ci sarà l’incontro tra le Procure del Cairo e di Roma. Ammettiamolo: che l’unica strategia sia quella della speranza sembra davvero pochino per poter confidare che arrivi una giustizia che ormai da anni rimane appesa. “E se quell’incontro del primo luglio dovesse saltare?”, chiedono a Conte e lui serafico risponde “a mio avviso non siamo ancora quel punto”. Ma non si sa bene a che punto siamo.

Una cosa certa c’è: da quando Conte è presidente del consiglio l’Egitto è passato dal quarantaduesimo Paese con cui l’Italia commerciava armi fino al decimo posto del 2018 e fino al primo posto di quest’anno. Italia e Egitto hanno intensificato la loro amicizia commerciale, alla faccia di Giulio Regeni. E forse non è un caso che nell’audizione di ieri non si sia trovato il tempo di parlare le due fregate Fremm e i 9 miliardi di armamenti che ancora sono sul tavolo: quella commessa è stata il convitato di pietra ma Conte non ha voluto accennarne.

In fondo la storia di Regeni è come tutte le storie in cui la verità fa a pugni con il profitto: si leggono dalle cose non dette.

Leggi anche: 1. L’Egitto acquista 2 navi militari italiane e tappa la bocca all’Italia sul caso Regeni / 2. Regeni, 4 anni dopo: tutta la fuffa della politica che ci ha preso in giro (di L. Tomasetta) / 3. Patrick Zaky, gli affari con l’Egitto possono diventare un’arma per l’Italia (di A. Lanzetta)

L’articolo proviene da TPI.it qui

Siamo liberi?

Il 13 aprile scorso il filosofo Giorgio Agamben proponeva una domanda: «Com’è potuto avvenire che un intero Paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia?». In sostanza Agamben teme la nascita di un nuovo dispotismo che, secondo lui, sarà peggiore di quello passato. Secondo Agamben abbiamo accettato «soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, che le persone che ci sono care e degli esseri umani in generale non soltanto morissero da soli, ma che – cosa che non era mai avvenuta prima nella storia, da Antigone a oggi – che i loro cadaveri fossero bruciati senza un funerale», «abbiamo conseguentemente accettato, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di sospendere di fatto i nostri rapporti di amicizia e di amore, perché il nostro prossimo era diventato una possibile fonte di contagio» e la Chiesa e i giuristi sarebbero i grandi assenti in questa fase di tracollo.

La posizione di Agamben è interessante perché si sovrappone all’idea di certa destra sovranista in giro per il mondo (con Trump in testa) e non è un caso che proprio il filosofo sia stato intervistato a tutta pagina dal quotidiano La Verità. Che poi i sostenitori i politici nostrani sostenitori di Orban siano gli stessi che ci impartiscono lezioni di libertà lascia più che perplessi.

Ma la risposta più interessante a Agamben arriva da Tiziano Scarpa. Dice Scarpa: «Si sta rinunciando a una quota della propria libertà per tutelare non i più giovani e forti, o i bambini, ma i più vecchi (nonostante dei vecchi sia stata fatta strage per un’insensata e colpevole gestione delle case di riposo). Non so quante volte questo sia accaduto nella storia umana. Perfino se le misure che sono state adottate in queste settimane dovessero rivelarsi, in futuro, un eccesso di cautela, trovo che quel che si sta facendo sia eticamente meraviglioso, perché dimostra che, in situazioni di necessità, un’intera società è disposta consapevolmente ad agire soprattutto in favore dei più deboli, pur sapendo di pagare per questo un prezzo altissimo, sia nel presente che in futuro. A me questo sembra il contrario della barbarie, mi sembra il vertice della civiltà, una magnifica smentita culturale alla ferocia del darwinismo naturale e alla sopravvivenza del più adatto, un segno di speranza nell’umanità e nelle sue risorse morali fattive, e sono fiero di dare il mio contributo personale a questa enorme impresa collettiva».

Poi, mentre leggevo questo dibattito sul senso della libertà mi è capitato di alzare gli occhi e ascoltare le frasi e i ragionamenti della nostra classe dirigente: quella divisa in un acritico aprite tutto contro il chiudete tutto. E mi è venuto da pensare che sarebbe bello pretendere un po’ di profondità, in questo tempo così sospeso. Sarebbe bello sfruttare questa pausa per rendersi conto, ognuno con le proprie sensibilità, che è un argomento che non dovrebbe concedersi agli slogan, la libertà.

Buon giovedì.

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Allenarsi in quarantena

Tra i vari tutorial, corsi online, videoconferenze e dirette per tenere in allenamento tutti i muscoli durante questa quarantena forzata ne manca uno, forse uno dei più importanti, il muscolo della curiosità. Anche la curiosità è un muscolo e vatenuto bene allenato, perché si allunghi di giorno in giorno, perché non ci si infeltrisca diventando impermeabili. Come si allena la curiosità?

Primo. Con l’empatia. La distanza sociale e la clausura non siano il veleno per concedersi di credere che la nostra visione del mondo sia l’unica visione possibile. Le situazioni non sono tutte uguali, le condizioni sono estremamente disuguali e ciò che viene dato per scontato per alcuni è un privilegio. Ce ne accorgiamo ora che un decreto vieta gli abbracci ma ci sono invisibili che hanno le catene ben prima del virus. Non è vero che si viaggia con l’immaginazione: si viaggia con l’empatia, capaci di mettersi nei panni di un altro e di sintonizzarsi su bisogni che noi non eravamo nemmeno in grado di immaginare. Sentite, sentitevi addosso gli altri. Vi farà bene. Prima e dopo i pasti.

Secondo. Stare sulle persone. Dietro tutti questi numeri, piani e task force ci sono persone. Dentro la fascia “dai 75 anni in su” ci sono persone. Riuscire a vederle dietro a qualsiasi ragionamento, provare a immaginare che ogni decisione investe la quotidianità delle persone, chiedersi come cambia quella quotidianità con quella decisione è molto salutare. Si parla di fabbriche ma ci sono i lavoratori che sono persone oltre che lavoratori, che hanno dei bambini a casa (ma che fine hanno fatto i bambini in tutte queste serrate discussioni?), che hanno genitori rinchiusi, che hanno affetti che incespicano.

Terzo. Ascoltare le opinioni con cui non siamo d’accordo. Non combatterle: ascoltarle. Possono essere pessime, possono essere sbagliate ma qualsiasi opinione ci potrebbe offrire un angolo di visuale inaspettato. Non leggiamo solo ciò che conforta la nostra tesi: l’arte di essere contraddetti dimostra coraggio e apertura, è un esercizio che fa bene ai pregiudizi. Potete farlo anche sul balcone.

Quarto. Qui e ora. Essere curiosi significa non cadere nella tentazione di mettere in pausa la propria curiosità in attesa di qualcosa, in questo caso del momento in cui finisca tutto. Qui, ora, accadono fatti, alcuni strazianti, che meritano di essere vissuti, pensati, digeriti. Il curioso non aspetta di vedere come va a finire, il curioso governa il qui e ora.

Quinto. La cassetta degli attrezzi di fianco al letto. Il rischio più grande è quello di farsi prendere dalla disperanza, che è apparentemente più tenue ma è più infida della disperazione. Accanto al letto teniamo la cassetta che contiene tutti gli attrezzi per aprire gli occhi al mattino e avvitare i bulloni per meritarsi che anche questa giornata nonostante tutta vada vissuta. Ognuno ha i suoi, ci sono dentro pezzi di noi fatti a pezzi nel passato, ci sono le nostre medaglie, ci sono soprattutto i nostri sogni. Indispensabile.

Buon venerdì.

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Tutti sul “quando” e invece ci serve il “come”

Un Paese intero appeso alla conferenza stampa della Protezione Civile delle 18. Una messa laica che si ripete ogni giorno e tutti con l’orecchio teso ad ascoltare i numeri, le parole, le impressioni e quelli che vedono ottimismo e quelli che sentono che non è ancora abbastanza e tutta una ridda di opinioni che inondano le televisioni, internet e le radio, spesso discordanti se non addirittura opposte.

Ci misuriamo la febbre tutti i giorni e tutti i giorni il nostro termometro è un elenco di numeri messi in colonna che determinano l’andamento della nostra giornata, dei nostri umori, della nostra speranza come se vi fosse tutto lì, quello che siamo e quello che saremo, come se l’unica via possibile sia uscirne il prima possibile per tornare a essere quello che eravamo. Tutti incollati a capire quando finirà tutto come se il fato fosse l’unico giudice e noi qui, inermi a subire il destino con quell’infantile voglia di schiudere gli occhi e sperare che tutto finisca come quando si era bambini.

Ma non siamo bambini, no, e quei numeri forse andrebbero presi un po’ meno sul serio. Il vicedirettore de Il Post lo scrive perfettamente in un suo post: i “contagiati” non sono il numero dei contagiati poiché ormai anche la Protezione Civile riconosce che sono almeno dieci volte di più, i “morti” sono molti meno di quelli che sono morti al di fuori degli ospedali e non sono stati tamponati, i “guariti” comprendono un enorme numero di persone che sono state dimesse dall’ospedale ma non risultano ancora guarite e i “tamponi” non sono le persone che sono state sottoposte a tampone ma il totale dei tamponi eseguiti anche sulla stessa persona. Insomma, un po’ poco per affidare a questi numeri il senso della nostra vita e di quella che verrà.

Se ci pensate in compenso si parla in continuazione di quando finirà (i medici non sanno più come dire che è una domanda a cui non si può rispondere ora, c’è una sola risposta, vaccino) e poco o niente di come fare. Ma dove sono i tamponi? Dove sono le mascherine? Come li riconosciamo i presunti sani che invece sono malati quando domani rientrano in fabbrica? Siamo d’accordo che il tracciamento delle persone sia la soluzione più rapida e funzionale a disposizione? Perfetto, a che punto siamo? C’è qualcuno che ha una visione di come vivere una normalità che saremmo costretti a cambiare? Con quali strumenti? Con quali regole? In un Paese normale, se ci pensate, in un Paese maturo, il dibattito si farebbe su questo, già da un bel pezzo. Anche perché oggi è il 14 aprile e molta gente è tornata a lavorare. E la domanda è sempre la stessa: come?

Buon martedì.

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Il diritto di piangere

A me devo dire che mette sempre paura il contegno. Mi spaventa soprattutto il contegno quando diventa la barriera per inscenare forza e equilibrio e ogni tanto mi capita di guardarmi intorno e vederli tutti lì, tutti compiti, che penso sempre di essere sbagliato io, di avere probabilmente qualche pezzo che mi manca o che non mi funziona e poi quasi sempre mi rassereno pensando che alla fine se li osservi bene, quelli lì, hanno qualche buco da cui si intravede che stanno male anche loro.

Sono gli stessi che in questi giorni si svegliano con la sensazione di non essersi mica svegliati perché ieri in fondo è come oggi ed è come domani. Sono giorni che sono perline infilate in un filo di cui non si vede la fine e vorrebbero dirci e farci dire guarda com’è bella questa collanina e invece appena cedi un po’ diventa un cappio. Sono quelli si programmano la giornata imparando da quelli che di lavoro ci insegnano a come programmare le giornate e invece si incagliano nella prima piastrella come se la solitudine diventasse un mastice impossibile da levare.

Sono quelli che pranzano e cenano soli, che si sentono in colpa per non sollevarsi guardando le cose che invece dovrebbero sollevare (c’è scritto dappertutto, “sollevatevi!”, “fate così!”) e chissà forse pensano di essere sbagliati loro. Oppure sono quelli che non dormono, dormono male, si strascicano dal divano alla cucina.

L’ansia, la paura e la disperanza invece avrebbero il diritto di essere raccontate. E forse anche raccontarle in questi tempi di virus potrebbe fare bene, piuttosto che essere tacciati di spargimento di pessimismo. Perché accade, sì: accade che in questi giorni siamo presi da una morsa che si arrotola come edera dalla punta dei piedi fino alla punta del naso e ci rende tutti ferocemente fragili. Ed è un’impresa anche questa: restare potabili in una situazione che non ha nemmeno gli ingredienti base per impastare un po’ di speranza.

E allora rivendichiamo il diritto di piangere. Sarebbe da piangere sui balconi, per riconoscersi uguali. E io ci trovo tanto ottimismo, invece, e umanità, in una cosa così.

Buon lunedì.

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Salvini e Meloni smettano di cercare colpevole del virus, pensiamo a salvarci tutti

Abbiamo sentito di tutto e non sarà mica finita qui. Il complotto americano dell’esercito impegnato in una guerra batteriologica per indebolire la Cina (che sarebbe ancora più ridicolo visti i morti che sta provocando anche negli Usa), abbiamo sentito di una prossima invasione dell’Europa da parte di qualche potenza straniera, abbiamo letto di pipistrelli mangiati crudi come specialità culinaria, abbiamo letto di elicotteri che avrebbero infestato le nostre città di quale disinfestante durante la notte con conseguente moria di piante e animali, abbiamo cantanti e attori e vip generalisti che vomitano analisi epidemiologiche, abbiamo sindaci e presidenti di regione che hanno approfittato del momento per fare un po’ di bullo sceriffismo, annusiamo psicosi di ogni tipo e alla fine ci è toccato pure sorbire i due leader dell’opposizione (non dimentichiamolo, quelli che vorrebbero governare il Paese) rilanciare un servizio giornalistico che era perfetto per chi spreca tutto il giorno a trovare indicibili verità confidando in qualche personaggetto complottasti o in qualche indizio lasciato indietro per caso.

Ma tutto questo non si è limitato a una creduloneria popolare di manzoniana memoria che scatena la caccia all’untore per le strade delle città (per alcuni giorni abbiamo creduto che i corridori solitari fossero la causa principale della peggiore pandemia del dopoguerra, una cosa che ci si vergogna perfino a scriverla, chissà come la racconteremo ai nostri figli) ma la ricerca compulsiva di un colpevole si è spostata ai piani alti della politica, di qualche pezzo di scienza e perfino tra quell’intellighenzia che ancora riteniamo affidabile dopo tutte le panzane che ci ha rifilato in questi ultimi anni.

L’emergenza sanitaria del Coronavirus in Italia è una distorsione antropologica che andrà studiata negli anni a venire: mentre qualcuno ci racconta che siamo diventati tutti più buoni e tutti solidali, come se il Paese avesse improvvisamente svoltato dal giustizialismo muscolare che ne ha contraddistinto la natura in questi ultimi anni (e la testimonianza dovrebbe essere stata quella passeggera abitudine di cantare insieme sui balconi, anche questa fa prudere le dita mentre la si scrive) in realtà assistiamo a un Paese incattivito e represso esattamente come prima con l’aggravante di essere spaventosamente rinchiuso in casa e limitato nelle proprie possibilità di spostamento.

C’è qualcuno, Salvini e Meloni in testa, che ancora una volta vorrebbe convincerci che trovare un colpevole sia la soluzione ideale per sconfiggere l’emergenza sanitaria. Perché e come questo dovrebbe avvenire non si pregiano di spiegarcelo ma il trucco è sempre lo stesso: offrire soluzioni semplici e veloci a problemi complessi, disabituare le persone ad affrontare il contesto e le complessità (appunto) delle situazioni e convincerli che avere una testa da fare cadere basti come soddisfazione.

Lasciamo perdere se sia vero o se non sia vero (tra l’altro è falso) che questo virus sia fabbricato in laboratorio e sfuggito per errore. La domanda in questo caso è un’altra: cosa cambierebbe nella gestione della pandemia avere un colpevole? Funziona il desiderio di vendetta e la bile contro qualcuno come pane a tavola dove per alcune famiglie comincia a mancare il pane? Aiuterebbe le categorie più disagiate sapere chi è il colpevole? Li farebbe stare meglio? Rallenterebbe il contagio? Permetterebbe di attuare una strategia per evitare la moria di questi giorni?
Un Paese che ha bisogno di colpevoli è un Paese incapace di affrontare la realtà con i mezzi della logica, della responsabilità e dell’etica che servono soprattutto in un momento come questo.

Un Paese che sogni di trovare qualcuno da additare è un Paese che ha perso ogni speranza di costruire una comunità e una coscienza collettiva e una responsabilità sociale condivisa. Usciamo per favore dalla retorica, usciamo da questo maledetto gioco dell’odio e della condivisione compulsiva: in Italia c’è bisogno di capire come contenere il contagio, come sostenere tutte (e che siano veramente tutte) le categorie che si ritrovano in difficoltà, bisogna cominciare ad abbozzare un piano di ricostruzione del Paese quando tutto sarà finito, bisogna evitare che qualcuno rimanga indietro (frase che in questi giorni si sente tantissimo e che invece viene praticata con molta parsimonia) e bisogna capire quali siano gli studi scientifici a cui affidarsi e quali soluzioni.

Per il momento si vive una quarantena collettiva che non ha portato nessuno dei risultati sperati (ma vedrete che ci parleranno di picco per riuscire a guadagnare un po’ di tempo) e ci sono promesse che vengono ripetute con perfetto stile comunicativo. Immaginate che le energie spese per trovare l’untore siano invece usate per discutere (anche discutere e mettere in discussione le scelte del governo sta diventando piuttosto difficile) e per proporre: immaginate, in sostanza, che tutto questo fiato sprecato venga usato per fare la politica che invece è la grande assente durante questa pandemia, sarebbe tutto più utile e probabilmente più risolutivo. Abbiamo perso ancora una volta una giornata a smentire una notizia falsa che tra l’altro non serve a nessuno.

Un altro giorno ancora. E ormai anche dal punto di vista dei voti raccolti l’odio e l’allarmismo sembrano essere arrivati a raschiare il fondo del barile: fanno solo clic, sensazioni e ascolti. E chissà che i politici non prendano coscienza che i clic, le sensazioni e gli ascolti non si trasformano in voti soprattutto nei periodi di crisi profonda. Prima se ne accorgono loro e meglio è per noi. Il prima possibile.

L’articolo Salvini e Meloni smettano di cercare colpevole del virus, pensiamo a salvarci tutti proviene da Il Riformista.

Fonte

Il Paese disabitato

Che poi se ci pensate è l’indicatore che racconta tutto, racconta la politica, il tessuto economico, il tessuto sociale e di colpo cancella tutte le fandonie di quelli ossessionati dal non ci stanno tutti qui: l’Italia si disabita di anno in anno, i dati Istat di ieri parlano chiaro: secondo il rapporto sugli indicatori demografici, nell’ultimo anno la popolazione è scesa di 116mila unità, un calo che continua da cinque anni consecutivi. La riduzione si deve al rilevante bilancio negativo della dinamica di nascite e morti, risultata nel 2019 pari a -212mila unità. È il livello più basso degli ultimi 102 anni. Per 100 persone decedute arrivano soltanto 67 bambini (dieci anni fa erano 96). Dati attenuati solo parzialmente da un saldo migratorio con l’estero ampiamente positivo (+143mila). Le ordinarie operazioni di allineamento e revisione delle anagrafi comportano, inoltre, un saldo negativo per 48mila unità.

Un Paese che fa pochi figli è un Paese incapace di dare ai suoi cittadini la cassetta degli attrezzi per costruire speranza. Mentre molti soloni ci spiegano che il problema sarebbe l’immigrazione ci si dimentica che l’emigrazione dal nostro Paese è un dissanguamento di talenti e di lavoratori che non riescono a trovare futuro se non andandosene. L’Italia, in Europa, ormai è tutta meridione per le occasioni che mancano.

Mentre i soloni del lavoro ci dicono che la flessibilità è una figata pazzesca non ci si rende conto che progettare una famiglia (e un mutuo e quindi dei figli) diventa piuttosto difficile con la precarietà che penzola sopra alla destra.

Siamo un Paese che non riesce ad avere futuro. Questo è il dato più allarmante di questi ultimi anni eppure la politica non sembra nemmeno in grado di proferire un concetto, un cambiamento di visione, niente. Stiamo qui a parlare di inezie senza riuscire a vedere l’allarmante quadro generale.

E se è vero che “il futuro influenza il presente tanto quanto il passato”, come diceva Nietzsche, allora anche il presente non è molto luminoso. Riusciamo a pretendere che la classe dirigente abbia uno sguardo lungo o costa troppa fatica?

La speranza dovrebbe essere il primo punto del programma elettorale, no?

Buon giovedì.

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Isolare. Mica solo il virus

Il ministro Roberto Speranza e il direttore dell’Istituto Spallanzani di Roma hanno annunciato al mondo di essere riusciti a isolare il Coronavirus. Questo permetterà di studiare più velocemente e meglio eventuali vaccini e lo sviluppo della malattia. Solo la Cina era riuscita nell’impresa ma non lo avevano distribuito. L’Italia, ancora una volta, è in cima al mondo per abilità nella ricerca e per i risultati ottenuti.

Ovvio e inevitabile che qui dove il virus è diventato argomento per la propaganda, con Salvini che riesce addirittura nell’enorme sciocchezza di collegare un virus esploso in Cina con i migranti che arrivano dall’Africa ora qualcuno cerchi di prendersi il merito politico della scoperta. Poi se si fa notare che ogni anno, con ogni governo, i soldi alla ricerca vengono vissuti come una spesa da limare questi si offendono pure. Sia chiaro: essere orgogliosi del risultato comunque è un gesto invidiabile rispetto a tutto il resto.

Il resto, appunto. Il resto è un nuovo stupido razzismo (tutti i razzismi del resto hanno bisogno di stupidità per proliferare) che attraversa l’Italia, questa volta contro i cinesi. Che poi, diciamolo subito, abbiamo parlato degli africani perché Salvini è riuscito a renderli appetibili ma cinesi, rumeni e albanesi sono sempre stati in testa alle antipatie dei razzisti di casa nostra. Ecco così i video e i post contro i musi gialli considerati sporchi e comunque inferiori, ecco allora i ristoranti cinesi che si svuotano (come se c’entrasse qualcosa), ecco l’occasione giusta per prendere a sberle in faccia un pezzo importante della nostra economia. Non è questione di virus: i razzisti aspettano solo che venga disponibile una leva per potere vomitare la propria ignoranza.

L’ignoranza, appunto. Il male endemico di un Paese che non riesce a isolare l’ ignoranza e non riesce a vaccinarsi dall’ignoranza. Si vede e si legge di tutto: genitori che tengono i figli a casa da scuola per la compagna cinese, gente che non mangia più gli involtini primavera, nuovi nazionalisti che improvvisamente hanno un nuovo nemico.

E non ci sarà nessun medico che riuscirà a isolare l’ignoranza, purtroppo. A ben vedere dovrebbe pensarci la politica ma la nostra politica, questa nostra politica, invece è sempre intenta a concimarla.

A proposito: il team che ha isolato il Coronavirus è formato da donne. Aspettate che lo scoprano i fallocrati editorialisti.

Buon lunedì.

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